Un reddito scientifico per i 18enni

La proposta di un reddito per incentivare gli studenti a iscriversi a corsi di laurea scientifici e fornire risorse da poter usare al termine degli studi. Se di successo, l’esperimento potrebbe essere esteso ad altri ambiti accademici.

Matteo Cerri e Valter Tucci

Da qualche giorno si è aperta la discussione sull’eredità universale, sul suo utilizzo e sulla sua distribuzione. La principale proposta è quella di aumentare la tassa di successione dei più ricchi (patrimoni maggiori di 5 Milioni di euro) per dare un contributo sostanzioso a tutti i 18enni. Con una cifra ipotizzata fra 10.000 e 15.000 euro a persona, ci si propone di supportare circa 600 mila giovani, finanziati con i 6-9 miliardi di euro che proverrebbero dalla nuova tassa di successione. Questa proposta è stata aspramente criticata, specialmente perché vista come una politica incentrata sull’idea di sussidio e non su quella di lavoro. Prendiamo spunto da questa discussione per proporre una variazione all’idea di eredità universale, che non sia vissuta come una regalia, e, anzi, possa essere un giusto incentivo a mostrare capacità e impegno, ossia il reddito scientifico: l’erogazione di un reddito a quei 18enni che si iscrivono a corsi di laurea scientifici e che proseguano il percorso di studio con profitto.

L’intento non è nuovo, e ricalca la modalità di vita dei giovani durante il medioevo. In quegli anni infatti era usanza che già a 10 anni si uscisse di casa per “andare a servizio” presso un’altra famiglia. Qui si attendeva alla vita domestica in cambio di vitto, alloggio ed un piccolo salario. Dopo alcuni anni, il giovane avrebbe cercato una bottega dove fare l’apprendista, ricevendo un piccolo stipendio in cambio della formazione. Poi, una volta ‘uomo’, forte di un piccolo capitale accumulato negli anni, e sufficiente per aprire una propria bottega e formare una famiglia, il giovane sarebbe stato pronto per la vita adulta ma anche per contribuire egli stesso alla società. Ed il ciclo della vita e della società sarebbe così ripartito.

La differenza sostanziale rispetto all’eredità universale proposta oggi è che nel medioevo si accedeva al piccolo capitale in cambio del lavoro svolto. Associando il guadagno alla sua dedizione al lavoro, sin dalla giovanissima età, l’individuo aveva la possibilità di accumulare un po’ di ricchezza che facilitava i passaggi della vita. Invece, l’eredità universale, se generalizzata, svincola il lavoro dall’acquisizione delle risorse economiche, richiede di aumentare le tasse ed è un costo sostanzialmente in perdita.

Il reddito scientifico invece verrebbe elargito mese per mese come un vero e proprio stipendio, e non in un colpo solo, come per esempio nel caso di una borsa di studio. Quest’ultima è un sostegno allo studio, mentre lo stipendio ripaga lo studente meritevole del lavoro svolto. Cosa intendiamo per meritevole? Semplicemente restare in corso. A chi è dedicato? Tutte le discipline universitarie concorrono allo sviluppo del Paese, e sono tutte meritevoli di accedere a uno schema di questo tipo, ma dovendo scegliere un punto da cui partire, ci sentiremmo di proporre le aree scientifiche. Perché proprio le aree scientifiche? Gli Stati che nei prossimi anni guideranno lo sviluppo scientifico si posizioneranno indubbiamente al centro della scena politica internazionale. Si tratterebbe, tuttavia, di un esperimento che, se portato al successo, potrebbe essere facilmente esteso anche ad altri ambiti accademici.

Quanto costerebbe il reddito scientifico? Nel caso degli studenti universitari, nel 2017, in Italia, gli iscritti al primo anno di università sono stati 274.339 (fra lauree triennali e a ciclo unico). Nell’ambito di questa cifra, gli studenti parte del gruppo scientifico sono 12.294, 12.270 in quello chimico-farmaceutico, 16.215 in quello geo-biologico, 6734 in quello medico, 38666 in quello di ingegneria e 8560 in quello agrario per un totale di 94748. Di questi, non tutti si laureano in corso e tra i fattori che contribuiscono a questo rallentamento ci sono la mancanza di motivazione, assenza di prospettive future e confusione nell’orientamento al mondo del lavoro.

Una proposta di questo genere è quindi sostenibile? Se volessimo stipendiare chi si iscrive a corsi di laurea del gruppo scientifico (fisica o matematica, per esempio), con uno stipendio di 1000 euro al mese, e nell’ipotesi che tutti gli immatricolati si laureino in corso (36 mesi), ci troveremmo ad investire 442.584.000 di euro, a cui potremmo aggiungere 295.056.000 per coprire la laurea magistrale. Cifre importanti ma decisamente nelle corde dell’Italia “Next Generation EU”, e comunque decisamente inferiori a quelle palesate per l’eredità universale. Inoltre, l’attuale regime di tassa di successione dà allo Stato circa 1 miliardo, un gettito di denaro che non viene attualmente impiegato su capitale umano e che potrebbe essere già dirottato a sostenere questa idea.

I dettagli di questa proposta andrebbero poi valutati con attenzione, per esempio, relativizzando il reddito al costo della vita locale – il costo della vita può variare molto da città a città – o implementando un numero chiuso di sicurezza per i corsi di laurea interessati dal reddito, per evitare che ampie fasce della popolazione si iscrivano al primo anno solo per ottenere il reddito scientifico per 12 mesi.

In conclusione, lo scopo finale del reddito scientifico è quindi molteplice: incentivare gli studenti ad iscriversi a corsi di laurea scientifici e fornire risorse da poter usare una volta terminato il percorso di studi. Siamo consapevoli che, affinché questa possibilità non vada sprecata, sarà necessario creare un ambiente che faccia fruttare l’uso di queste risorse da parte di questi futuri laureati, incentivando il trasferimento tecnologico e semplificando le normative che oggi ostacolano la creazione di nuove imprese innovative, ma speriamo che quest’ultimo obiettivo sia già nel mirino dell’attuale classe politica.

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