Il Regno Unito vuole bandire di fatto le manifestazioni di protesta

Se approvato, il Public Order Bill fortemente voluto dal governo dei Tories proibirebbe di fatto tutte le forme di protesta capaci di creare un “disagio” nell’ambiente circostante.

Federica D'Alessio

Nel Regno Unito la Premier Liz Truss si è dimessa mettendo fine all’esperienza di governo più breve nella storia della nazione, appena 45 giorni dopo che Truss era succeduta a Boris Johnson alla guida dei Tories. Il Paese è nel caos e anche i sondaggi ormai sembrano certificare una consapevolezza generale rispetto a quanto la maggioranza conservatrice si sia mostrata inadeguata a gestire le varie tempeste abbattutesi sull’isola negli ultimi anni, dalla Brexit alla pandemia. Tuttavia, alcuni dei segni di tale inadeguatezza rischiano di cambiare per sempre il volto della liberale Gran Bretagna: il primo e il più inquietante è certamente il Public Order Bill. La legge voluta dalla ministra dell’Interno Priti Patel prima e dalla sua successora Suella Bravermann dopo, approvata pochi giorni fa alla House of Commons, amplia i poteri della polizia di prevenire e reprimere le proteste considerate “antisociali”, privando i cittadini del diritto di protesta attraverso la criminalizzazione di alcune fra le più utilizzate forme di manifestazione, e conferendo poteri speciali di fermo e perquisizione con l’esplicito intento di prevenire le più sgradite, inventando reati di tipo nuovo e fattispecie criminogene appositamente pensate in chiave repressiva.

Nel mirino, ufficialmente, ci sono le organizzazioni ambientaliste: la rete ambientalista Extinction Rebellion, Just Stop Oil (l’organizzazione delle due giovani nell’occhio del ciclone per aver lanciato salsa di pomodoro sulla teca de “I girasoli” di Van Gogh al National Museum di Londra) e Insulate Britain, un movimento di protesta che chiede a gran voce la coibentazione di tutte le abitazioni britanniche, popolari e non, entro il 2030. Realtà che fanno spesso uso di metodi di protesta stigmatizzati dal Governo – e da una parte dell’opinione pubblica – perché in grado di provocare “disagio” (nel testo ufficiale inglese si parla di “disruption”): l’incatenamento o la formazione di catene umane, la costruzione di tunnel sotterranei per impedire alcune opere, l’accampamento di protesta, o il blocco del traffico. Tutti metodi in voga da decenni in Gran Bretagna così come negli Stati Uniti e altrove – più recentemente anche in Italia – per creare proteste sonore, capaci effettivamente di provocare reazioni e dunque alzare il livello di attenzione o quanto meno di visibilità sui temi di cui si intende parlare. Ma anche da tempo nel mirino della repressione: secondo i dati degli Interni britannici, solo nel mese di ottobre gli attivisti di Just Stop Oil arrestati sarebbero oltre trecentocinquanta.

Come dimostra la quantità di polemiche e discussioni seguita alla “protesta dei girasoli” della scorsa settimana, si può certamente essere in reciproco disaccordo sull’efficacia, la validità o l’utilità di alcune forme di protesta. Da qui a reprimerle con la forza pubblica o a criminalizzare chi le realizza, tuttavia, ci passa una bella differenza. Vista la vaghezza del termine “disruption”, virtualmente il Public Order Bill conferisce alle forze dell’ordine un ampio margine di manovra per agire repressione verso i manifestanti ogni qualvolta la loro presenza si ritenga fastidiosa per qualsivoglia motivo. E una condanna potrebbe costare fino a tre anni di carcere.

Ma esiste forse una protesta pubblica che non abbia lo scopo di provocare un disagio attraverso il quale risvegliare una consapevolezza? Uno sciopero, un sit-in, un corteo che costringe a deviare il traffico, sono tutte azioni volte a cambiare la routine di una realtà sociale. Una protesta che non crea una qualche forma di disagio non è più una protesta: diventa un evento da cartellonistica condito di qualche messaggio sociale.

Il Public Order Bill è stato ritenuto da numerose organizzazioni dei diritti umani un pericoloso passo indietro nella difesa della libertà di protesta e manifestazione. A maggior ragione perché fra i poteri conferiti alle forze dell’ordine c’è anche quello di adottare uno “stop and search” – fermo e perquisizione – anche a scopo preventivo, che può portare alla limitazione della libertà di movimento delle persone fermate persino in totale assenza di condanne. Un fermato, una fermata potranno essere sottoposti a misure cautelative anche per la durata di diversi anni o a tempo virtualmente indefinito, che vanno dall’obbligo di firma al braccialetto elettronico all’interdizione alla presenza in piazza, all’esplicito scopo di bandire la partecipazione di queste persone a successive proteste.

L’associazione per la difesa dei diritti umani JUSTICE, in prima fila fin dall’inizio della trafila legislativa di questa proposta, ha scritto che “è improbabile che il disegno di legge sia conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in particolare all’articolo 10 della CEDU (libertà di espressione) e all’articolo 11 della CEDU (libertà di riunione e di associazione). Le misure che consentono allo Stato di limitare indebitamente questi diritti rischiano senza dubbio di rappresentarne una violazione, soprattutto se la Convenzione serve a proteggere non solo le idee e le opinioni popolari, ma anche quelle che “offendono, scioccano o disturbano lo Stato o qualsiasi settore della popolazione”. Analogamente, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha affermato che “la libertà di partecipare a un’assemblea pacifica […] è di tale importanza da non poter essere limitata in alcun modo, a condizione che la persona interessata non commetta essa stessa alcun atto riprovevole”.

Per JUSTICE, il disegno di legge, che ha trovato contrarietà anche presso alcune realtà di rappresentanza degli organi di polizia, “servirebbe a dare carta bianca alla polizia per prendere di mira i manifestanti: leggi simili si trovano in Russia e Bielorussia”. Prendere di mira su base razzista o classista. In una società fortemente razzializzata come quella britannica, questo tipo di poteri consentirebbe infatti alle forze dell’ordine di amplificare ulteriormente la repressione temeraria verso i profili più discriminati, per esempio quello dei giovani neri; dall’altra parte, anche gli scioperi rischierebbero pericolosamente di finire nel mirino, particolarmente quelli nel settore ferroviario, molto frequenti negli ultimi tempi in Gran Bretagna.

Un’ampia rete di associazioni per la difesa dei diritti democratici, fra cui Greenpeace, Amnesty International, Actionaid e altre, in una presa di posizione congiunta ha chiesto con forza al Parlamento di respingere la legge – che ora passerà alla House of Lords – ricordando come molte delle sue misure fossero state già a gennaio scorso tagliate fuori da un’altra legge, il Police, Crime, Sentencing and Courts Act, la quale già ampliava fortemente la possibilità repressiva delle forze dell’ordine, come si è visto con i mille esempi della brutale repressione delle manifestazioni anti-monarchiche seguite alla morte di Elisabetta II: per citarne alcuni, una donna di Edinburgo che esponeva un cartello con la scritta “Abolish Monarchy” durante la cerimonia di incoronazione del nuovo re Charles III è stata accusata di “interruzione della pubblica quiete”; a Oxford, un altro uomo è stato arrestato solo per aver urlato “Chi lo ha eletto?”. Ora questa nuova legge rischia, dicono le associazioni, di “creare un ambiente ostile all’esercizio dei diritti umani” in Gran Bretagna avvicinando pericolosamente la patria della libertà d’espressione a diventare, senza esagerazioni, uno Stato di polizia.

(credit image Extinction Rebellion)



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