Il “rigore” ideologico dei tedeschi sul Patto di stabilità

Il ministro tedesco Christian Lindner è riuscito a peggiorare nettamente una già pessima proposta di riforma del Patto di stabilità. I nostri ministri che ancora resistono in realtà si stanno vendendo il futuro, per spostare i problemi sui prossimi governi.

Carlo Clericetti

L’accordo sulla riforma del Patto di stabilità e (de)crescita è vicino, dicono quasi tutti i protagonisti della trattativa. E’ una buona notizia? No, pessima.
Il nostro ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sta resistendo all’introduzione delle clausole più dannose per l’Italia, e bisogna certo fargliene un merito. Ma è una trattativa solo sui dettagli più scellerati di una riforma che già dalla proposta di base elaborata dalla Commissione europea si presentava come una prosecuzione, appena un po’ migliorata, della logica del vecchio Patto, quello che ha regalato all’Europa il peggior tasso di crescita tra le grandi aree economiche. Ma per il ministro delle Finanze tedesco, il liberale Christian Lindner, non era abbastanza “rigorosa”. E così, riunione dopo riunione, ha ottenuto di aggiungere regole e regolette che condanneranno i paesi a più alto debito, e specialmente Italia, Francia e Spagna, a politiche di bilancio che uccideranno qualsiasi speranza di crescita.
Questo Lindner si è messo d’impegno a cercare di eguagliare i disastri provocati dal suo predecessore, Wolfgang Schäuble, il carnefice della Grecia. Solo che quando era ministro Schäuble la teoria economica si baloccava con l’”austerità espansiva”, cioè con il rigore di bilancio che avrebbe favorito la crescita. E spopolavano studi come quello di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, secondo cui un debito pubblico superiore al 90% avrebbe frenato l’economia.  Poi si è scoperto che questi ultimi avevano commesso errori grossolani, mentre la teoria dell’austerità espansiva sarebbe stata sostanzialmente rinnegata dai suoi stessi inventori. Insomma, la crisi del 2008, la diversità con cui i vari paesi l’avevano affrontata e la conseguente evoluzione delle rispettive economie dettero una scossa alle convinzioni fino ad allora dominanti. Alcuni pilastri del neoliberismo, come la teoria monetarista, ne uscirono a pezzi.
Poi c’è stata la pandemia da Covid-19, che ha messo a nudo le fragilità della globalizzazione, e poi ancora l’invasione dell’Ucraina, che alla globalizzazione senza limiti ha inferto un altro duro colpo. A tutto ciò si sono aggiunti i fenomeni meteorologici estremi sempre più frequenti, che hanno rimesso al centro la questione ambientale. Tutto questo ha provocato un ripensamento anche del ruolo degli Stati, che il neoliberismo voleva solo come “controllori del traffico”, chiamati a intervenire solo nei casi di fallimenti del mercato (fallimenti che avrebbero dovuto essere limitati e circoscritti, e invece sono stati numerosi e disastrosi).
Insomma, il mondo è cambiato completamente, e persino alcuni ex alfieri delle teorie liberiste oggi scrivono cose per loro impensabili fino a qualche anno fa. Ma per il signor Lindner sembra che nulla di tutto questo sia accaduto, e continua pervicacemente a imporre le ricette del mondo che fu e che si sono dimostrate platealmente sbagliate.
L’economista Leonello Tronti ha ricordato quale svantaggio abbiano arrecato all’Europa quelle ricette: nel periodo 2000-2020, secondo i dati di Banca Mondiale e OCSE, l’economia del pianeta è cresciuta dell’83,6% (in media, del 3,6% l’anno). Ma, fatta pari a 100 la crescita dell’economia mondiale, quella degli Stati Uniti è stata del 61,4 (2,2% l’anno), quella dell’Unione Europea del 43,4 (1,6 l’anno) e quella dell’Eurozona ancora più bassa, del 37,8 (1,4% l’anno). Per l’Italia solo un 9,6% (0,4% l’anno).
I motivi dell’anemia italiana sono vari, ma tra questi c’è anche il fatto che in tutti questi anni le politiche di bilancio sono state restrittive, tranne alcune eccezioni. In particolare dopo la crisi del 2008, quando proprio le regole europee ci hanno costretto a stringere troppo e troppo in fretta quando l’economia avrebbe avuto bisogno di essere sostenuta. Ma in Europa – e specie nelle menti teutoniche – deficit e debito pubblico sono considerati demoniaci: che la politica di bilancio sia un importante strumento di politica economica non rientra nel loro ordine di idee. Ora, è vero che un debito alto non è una buona cosa: non per il fatto che lo dovrebbero pagare i nostri figli, idea confutata da economisti come Luigi Einaudi o come l’ex vice presidente della Bce Vítor Constâncio,  ma perché ha effetti distributivi (tende a peggiorare le disuguaglianze) e perché espone ai rischi della speculazione internazionale. Ma fare della riduzione del debito la priorità assoluta e il fulcro delle regole europee, con numeretti precisi da rispettare indipendentemente dalla congiuntura, significa non aver imparato nulla dalle passate esperienze.
Il prode Lindner ha probabilmente anche motivi meno ideali per propugnare la linea dura. Il suo partito sta andando a picco nei sondaggi ed evidentemente pensa che presentarsi come l’alfiere del rigore gli possa far recuperare voti. Ma è un alfiere poco affidabile, visto che la Corte costituzionale tedesca gli ha imposto di far rientrare in bilancio 60 miliardi che erano stati collocati in un “veicolo” speciale perché non incidessero sui conti pubblici. I tedeschi fanno sempre carte, ma più d’una volta si è scoperto che il mazzo era truccato.
Ancora due parole per ricordare che, anche prima delle follie di Lindner, la riforma non cambiava molto rispetto al passato. I cosiddetti “parametri non osservabili” (Pil potenziale, output gap), criticati in un testo della stessa Commissione, cacciati dalla porta rientravano dalla finestra nelle metodologia usata per concordare tra Commissione e Stati il sentiero di riduzione del debito pubblico. Con proiezioni sull’arco di dieci anni, quando tutte le previsioni mostrano di non riuscire a cogliere nemmeno che cosa accadrà dopo tre mesi.  E non sono solo i tedeschi a scegliere questi metodi: se è vero che molte cose sono cambiate nelle teorie che guidano le scelte, la strada è ancora molto lunga per arrivare a un reale mutamento di impostazione.
In questa commedia degli errori si continua a dire che l’accordo è vicino. E l’accordo, il compromesso, sarà trovato vendendo il futuro. Anche i ministri recalcitranti alla fine ingoieranno le clausole che condanneranno i paesi ad alto debito a non crescere, ottenendo però di spostare in avanti l’entrata in vigore di quelle che mordono di più. Problemi dei futuri governi: peggio per loro.
CREDITI FOTO: ANSA / OLIVIER HOSLET



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