Il ritorno di Bibi

Dopo quasi trent’anni di potere, nonostante gli scandali e il suo scivolare sempre più a destra, Netanyahu è riuscito nell’impresa di apparire insostituibile agli occhi di tanti elettori israeliani.

Christian Elia

Sono trascorsi solo sedici mesi senza che Israele si affidasse a Benjamin Netanyhau, ancora una volta, la nona dal 1996. Oramai per certi versi Netanyahu, per Israele, sembra un destino. Il 1° novembre scorso, per la quinta volta in tre anni, i cittadini d’Israele sono tornati alle urne, in quello che appare un paese sempre meno governabile a livello parlamentare, ma che ciclicamente torna ad affidarsi a Bibi, come viene chiamato Netanyhau da amici e nemici.

Al contrario delle aspettative degli analisti alla vigilia, le ultime elezioni hanno fatto registrare la più alta affluenza alle urne da decenni nel Paese. La maggioranza dei voti, che garantisce 32 seggi su 120 alla Knesset – il parlamento israeliano – è stato appannaggio del partito Likud, guidato da Netanyahu. Dietro di lui i centristi di Yair Lapid, premier uscente, con 24 seggi, e terzo il partito di Itamar Ben Gvir, vera sorpresa del voto, con 14 seggi. Il blocco di riferimento di Netanyahu avrebbe così un totale di 64 seggi, che gli garantisce una maggioranza, non necessariamente solida però. Perché non sarà facile gestire Itamar Ben-Gvir – che pretende il ministero della Sicurezza Interna – il deputato con la pistola, ripreso spesso durante le proteste nel quartiere di Sheik Jarrah a Gerusalemme Est mentre minaccia i palestinesi che sono sotto procedura di sgombero. E che ha sempre sostenuto che gli arabi-israeliani (cioè coloro che nel 1948 non lasciarono il neonato stato d’Israele e che oggi sono circa il 20% della popolazione) vanno considerati come nemici interni, da controllare e da espellere se considerati pericolosi. Un deputato che oggi diventa ago della bilancia della politica israeliana che per 46 volte è stato indagato dalla magistratura israeliana per reati tra cui fomentazione di disordini, vandalismo, istigazione al razzismo o sostegno a un’organizzazione terroristica. E condannato otto volte. Secondo molti analisti, Netanyahu ha cavalcato l’onda dell’estrema destra israeliana per tornare al potere, ma che poi al momento dell’incarico ripiegherà su un’alleanza più strategica, includendo nella compagine di governo alla fine Unità nazionale, la lista di centrodestra dell’attuale ministro della Difesa Benny Gantz, che con i suoi 12 seggi potrebbe comunque garantirne 63. Ora Netanyahu riceverà l’incarico dal presidente della Repubblica Isaac Herzog e si vedrà, ma nonostante gli scandali che lo hanno travolto non hanno convinto gli elettori a voltargli le spalle, Netanyahu appare comunque costretto a governare per salvarsi dai suoi processi.

Netanyahu, infatti, è stato il primo premier in carica della storia d’Israele a essere incriminato per corruzione ed è attualmente imputato in tre processi (l’ultima udienza si è tenuta il 22 ottobre scorso): il Caso 4000 – considerato il più grave – nel quale Netanyahu è accusato di aver favorito gli interessi del potente proprietario del colosso delle comunicazioni Beseq Shaul Elovitch in cambio di un cambiamento di rotta sul suo conto del sito di informazione Walla, il Caso 2000, nel quale l’ex premier è accusato di aver negoziato un accordo con Arnon Mozes, editore di Yediot Ahronot (il più venduto quotidiano israeliano) per indebolire la concorrenza del free press Yisrael Hayom, finanziato dal miliardario americano e sostenitore di Netanyahu Sheldon Adelson, scomparso un anno fa, sempre finalizzato ad articoli più positivi nei confronti del governo e il Caso 1000, nel quale deve difendersi dall’accusa di aver ricevuto doni costosi e altri benefici da diversi miliardari in cambio di favori nei loro confronti.

Nei mesi scorsi si era parlato sui media israeliani di un possibile patteggiamento, in cambio del ritiro delle accuse più gravi – in particolare quella per corruzione – con Netanyahu che invece si dichiarerebbe colpevole di frode e abuso di potere.

Anche questo si vedrà, ma quel che è certo ormai, dopo quasi trent’anni di potere, è che Netanyahu è riuscito nell’impresa di apparire insostituibile agli occhi di tanti elettori, nonostante il suo scivolare sempre più a destra, nonostante gli scandali e la gestione del potere di un paese che sembra sempre più a livello politico unito solo dall’assenza di un’agenda reale per la soluzione della questione palestinese. Il 24 settembre scorso, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il premier israeliano uscente, il centrista Yair Lapid, aveva dichiarato di non escludere la soluzione di due stati – Israele e Palestina – attirando subito gli strali dell’estrema destra israeliana e di Netanyahu. Le dichiarazioni di Lapid non avevano suscitato grande riscontro internazionale, un po’ perché la sua sconfitta alle elezioni del 1° novembre era nell’aria, un po’ perché in questi decenni sul terreno è stata creata una situazione tale per cui ormai uno stato di Palestina sembra più una promessa con la quale non affrontare mai la realtà che un reale programma. Ma tanto è bastato a fargli perdere le elezioni, confermando come quella israeliana sia una società ammalata da un’occupazione che dura dal 1967. L’altro elemento delle ultime elezioni è il crollo del blocco arabo-israeliano e la certificazione della scomparsa della sinistra in Israele. Per la prima volta dalla sua nascita nel 1992, il partito della sinistra israeliana, Meretz non entra alla Knesset non avendo superato la soglia di sbarramento. Le due liste arabe – gli islamici di Raam e il partito di sinistra Hadash-Taal – conquistano entrambe cinque seggi, in netto regresso rispetto alle elezioni precedenti.

A Netanyahu, insomma, sembra non esserci alcuna alternativa e questo è un segnale non solo interno, ma anche per la politica regionale, essendo Bibi da sempre contrario a qualsiasi accordo con l’Iran sul programma nucleare in un momento in cui l’Amministrazione Biden negli Stati Uniti si sarebbe volentieri risparmiata un’altra gatta da pelare in Medio Oriente.

(credit foto Ilia Yefimovich/dpa)



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