La frattura generazionale e il nuovo nazionalismo in Senegal

In attesa delle elezioni previste per febbraio 2024, il presidente del Senegal Macky Sall sembra aver complottato per arrestare Ousmane Sonko, leader dell’opposizione e molto popolare fra i giovani. Questo in un momento critico per il Paese, dove sembra si stia compiendo quella “decolonizzazione delle menti” auspicata da Thomas Sankara, ossia una riappropriazione culturale potenzialmente positiva per il popolo senegalese, ma che può diventare pericolosa quando assume la forma che gli è stata data da Sonko: quella del fondamentalismo e della rivolta violenta, di un tradizionalismo anacronistico cavalcato più per darsi un’identità anti-qualcosa che per costruire sé stessi.

Chiara Piaggio

In Senegal regna una calma apparente. In attesa delle elezioni previste per febbraio 2024, il Paese è in uno stallo che sembra non presentare soluzioni.
Al centro della scena ci sono Macky Sall, sessantun anni, presidente in carica dal 2012, e Ousmane Sonko, quarantanove, leader dell’opposizione e fondatore del partito Pastef. Tutto intorno l’attore più importante: la popolazione. È lì che bisogna guardare per dare senso ai fatti, per spiegare cambiamenti che stanno segnando, in Senegal come in altri Paesi africani, la fine di un’era.
Sonko è riuscito a radunare intorno a sé la più grande forza del Paese, i giovani, cosa non di second’ordine quando il 76% della popolazione ha meno di 35 anni. Figli dell’epoca digitale, per lo più diplomati eppure impiegati spesso in settori informali, cresciuti in un contesto di frustrazione, di corruzione endemica, di disparità economiche sempre più marcate. E in aperto contrasto con il governo Sall, accusato a più riprese di autoritarismo, limitazioni alla libertà di stampa e abuso di potere. Sonko, con un populismo da manuale, ha saputo catalizzare questo malcontento, proponendosi come l’uomo anti-sistema, che denuncia la corruzione e le ingiustizie, che, parlando tramite i social network con linguaggio informale, dà corpo all’alternanza generazionale e alla sfiducia tra giovani e Stato. Non solo. Ha saputo sfruttare a suo favore anche il patriottismo emergente (come dice il nome stesso del suo partito, “Patrioti del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità”), cavalcando la retorica anti-francese sempre più diffusa in Africa occidentale e la lotta al Franco Cfa.

Due punti fondamentali: frattura generazionale e nuovo nazionalismo. Elementi che, occorre ricordare, vanno letti con occhi africani, calandosi in Paesi in cui le vecchie generazioni hanno vissuto la storia, mentre le nuove guardano avanti; Paesi che si sono visti attribuire confini in epoca coloniale e hanno faticato a costruire, dentro quei confini, una compattezza nazionale che oggi c’è.
In altri termini, sembra compiersi quella “decolonizzazione delle menti” auspicata da Thomas Sankara. Una riappropriazione culturale che non è, dunque, negativa per se, che può anzi rappresentare un cambio di passo importante. Ma che diventa pericolosa quando assume la forma che gli è stata data da Sonko: quella del fondamentalismo e della rivolta violenta, di un tradizionalismo anacronistico cavalcato più per darsi un’identità anti-qualcosa (Francia, valori occidentali, passato coloniale, governo) che per costruire sé stessi. E Macky Sall, con una politica repressiva, ha fatto il resto, creando una polarizzazione che ha fatto gioco a Sonko e scatenato le esplosioni dei mesi passati. Il cui bilancio è di 25 morti.
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A che punto è, oggi, lo scontro? Sonko è ricoverato in rianimazione a seguito di un prolungato sciopero della fame iniziato in carcere, dove è detenuto dal 28 luglio con le condanne di “diffamazione” e “corruzione dei giovani”, e con altri sette capi di imputazione pendenti, tra cui “appello all’insurrezione”. Al suo arresto sono seguiti l’annuncio della sua ineligibilità e lo scioglimento del Pastef. Azioni (condanna compresa) che sono state lette dai più come il frutto di un complotto ordito da Sall per mettere fuori gioco il probabile vincitore delle prossime elezioni. Il timore più grande, che Sall si ripresentasse per un terzo e incostituzionale mandato, è stato scongiurato, almeno a parole: il 3 luglio scorso il Presidente ha annunciato, in diretta Facebook, che non lo farà. Annuncio arrivato con un imperdonabile ritardo eppure non scontato in un’area geografica in un cui la manipolazione dei limiti dei mandati ha nutrito diverse autocrazie.
Ora, nel silenzio dell’incertezza, a farsi sentire sono le voci degli intellettuali, preoccupati per il futuro della democrazia e per la deriva autoritaria che sta prendendo il Paese, da qualunque parte della barricata si guardi: il filosofo Achille Mbembe parla di un pericoloso emergere di neo-sovranismi, riferendosi al Senegal, al Niger e agli altri recenti colpi di stato; l’economista Felwine Sarr denuncia lo scioglimento del Pastef, partito con il maggior numero di sostenitori, come atto antidemocratico imperdonabile da parte di Sall; il giovane scrittore Elgas riassume così il fenomeno Sonko: «Più che un eroe, è la locomotiva di un sogno, di un desiderio irrefrenabile per le popolazioni spesso giovani e a volte private della speranza di potersi realizzare. Armano il loro campione con nobili munizioni: la fiducia, l’adesione. E con altre più discutibili: la collera, l’insurrezione».
A meno di sei mesi dalle presidenziali nessuno sa prevedere cosa succederà. Sall, come detto, ha annunciato che non correrà per il terzo mandato, ma potrebbe cambiare idea. Sonko è stato dichiarato non candidabile, ma ha già annunciato un ricorso. Una terza via, quella che potrebbe restituire al Senegal il suo ruolo di modello democratico in Africa Occidentale, per ora non c’è. E le prossime elezioni restano un punto di domanda la cui risposta è il vuoto.

CREDITI IMMAGINE Foto 1 Macky Sall | Wikipedia, Foto 2 Ousmane Sonko | Wikipedia



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