Il Super Tuesday l’ha confermato: sarà Trump vs Biden 

A seguito del Super Tuesday, giornata in cui si è votato in quindici Stati americani per le primarie presidenziali, risulta ormai chiaro che le prossime elezioni vedranno un secondo testa a testa tra Donald J. Trump e Joe Biden. L'ex presidente repubblicano ha infatti vinto i 14 stati su 15, Nikki Haley, il cui ritiro è ormai assicurato, è riuscita a strappare una vittoria soltanto nel Vermont.

Martino Mazzonis

Due vittorie scontate e qualche grattacapo, forse più per Biden che per Trump. La sintesi del SuperTuesday è tutta qui. Nel giorno in cui si votava per le primarie presidenziali e non solo in quindici Stati, sia il presidente in carica che l’ex presidente repubblicano stravincono, con le uniche eccezioni del Vermont, dove ha vinto Nikki Haley, l’unica candidata repubblicana rimasta in corsa, e le Samoa americane, dove ha vinto un democratico sconosciuto, dove hanno votato meno di 200 persone. Quali sono i due grattacapo?
Cominciamo con Biden e dal Minnesota, dove vive una grande comunità somala, viene eletta la rappresentante Ilhan Omar, una delle giovani donne della “Squad” con Ocasio-Cortez, Pressley e altre, e dove i musulmani sono circa il 2% della popolazione. Qui il 19% degli elettori democratici ha scritto uncommitted (non schierato) sulla scheda elettorale, un modo per protestare contro l’atteggiamento di Biden nei confronti della sostanziale carta bianca data a Israele su Gaza. In Stati dove la componente musulmana non è presente le schede non schierate sono state il 12% in North Carolina e il 9% in Massachussetts, segno che c’è un’opinione pubblica non araba-americana non allineata con le scelte su Gaza prese dal governo. E infatti in Minnesota gli uncommitted aumentano laddove l’elettorato giovane è più ampio. In Michigan quei voti sono stati 100mila. Si tratta di un problema perché North Carolina e Michigan sono stati che si vincono o perdono per pochi voti – Trump vinse il Michigan con lo 0,2% nel 2016 e Obama il North Carolina con lo 0,3% nel 2008. Certo è che la politica estera in generale, con la fatica per l’Ucraina e il dissenso per Gaza si potrebbe rivelare un problema serio per i democratici. Del resto anche dentro l’amministrazione i dissensi interni si sono espressi in forma pubblica con una lettera firmata da centinaia di funzionari. Tutto questo non significa che chi è scontento sceglierà Trump, ma piuttosto non andrà a votare o sceglierà un candidato di bandiera della sinistra, come la Verde Jill Stein o l’intellettuale militante afroamericano Cornell West – altra incognita: quanti voti sottrarranno a Biden in caso di elezione sul filo del rasoio?

Le preoccupazioni per Biden vengono anche dai sondaggi sulle elezioni in generale, che da mesi vedono i due candidati appaiati, da quelli sulla sua popolarità, mai così bassa, e sull’economia, che nonostante vada piuttosto bene, viene percepita come in difficoltà dalla maggioranza degli elettori – pesano il dato sull’inflazione e i tassi di interesse alti. Ma, ripetiamolo, da qui a novembre possono succedere molte cose. Salvo colpi di scena giudiziari o di salute, l’unica certezza è che i candidati presidente saranno Biden e Trump. Una certezza che si aveva già prima di questo Super Martedì.
Le preoccupazioni di Trump riguardano l’elettorato di Haley. Con circa il 30%, l’ex ambasciatrice all’Onu ha ottenuto i suoi migliori risultati in Virginia, Colorado e North Carolina, ossia tre swing state cruciali per vincere quattro anni da inquilino della Casa Bianca. Come in precedenti primarie, gli exit poll ci dicono anche che un terzo circa degli elettori repubblicani dice che non voterà il candidato repubblicano chiunque egli sia. Ossia che non voterà per Trump. Si tratta di numeri importanti, ma naturalmente queste persone possono cambiare idea. C’è comunque un sentimento diffuso di malessere in parte dell’elettorato repubblicano all’idea di una nuova candidatura Trump. Da segnalare tra l’altro che sia in Virginia che in Colorado Biden ha vinto con margini maggiori di Obama nel 2008, segno che in quegli Stati c’è un fastidio reale per Trump. Nelle prossime primarie questo elettorato non avrà più una candidata propria perché Haley sta per annunciare il suo ritiro: mantenere una corsa per le primarie costa e i donatori non finanziano un candidato che non abbia alcuna speranza di vincere.
Tutte queste cifre e lo sguardo sui singoli territori è importante perché, è bene ricordarlo sempre, le elezioni presidenziali USA non sono nazionali ma statali, e alcuin degli stati in cui è cruciale vincere sono proprio quelli a cui si è fatto riferimento.
Cosa altro ci dice il SuperTuesday? Che i due candidati sono già in modalità campagna elettorale. Nel suo discorso vittorioso Trump non ha nemmeno nominato Haley, mentre ha dipinto un paese da terzo mondo con una politica estera rovinosa e un sistema elettorale falsato – metà tra i repubblicani che hanno votato alle primarie è ancora convinto che nel 2020 abbia vinto lui. Biden ha invece insistito sul pericolo democratico che il candidato repubblicano rappresenta. Una strategia che può funzionare ma che non ne fa certo un candidato vincente. Tutti gli strateghi democratici indicano come occorra un salto di qualità nella capacità di Biden di proporre una visione del paese.
D’altra parte indicare Trump come un pericolo non è sbagliato: nelle primarie per la carica di governatore della North Carolina, i repubblicani hanno scelto Mark Robinson, afroamericano che conta tra le sue frasi celebri affermazioni sulle canzoni sataniche di Beyoncé, sul sesso di Michelle Obama, su quegli “schifosi di gay e trans” e che Hitler è una persona da tutto sommato non così deprecabile. Nel 2020 candidati così imbarazzanti ed estremi hanno favorito il voto a Biden e figure come Robinson hanno vinto le primarie in tutto il Paese. L’altro problema di Trump riguarda le finanze: dopo le sentenze delle ultime settimane che lo hanno condannato a pagare 83 milioni alla donna che lo ha accusato di violenza sessuale e 355 milioni per frode fiscale allo Stato di New York, l’ex presidente ha bisogno di soldi. Per questo sul negozio della sua campagna troverete gadgets di ogni tipo, e per lo stesso motivo la sua campagna invia email che suggeriscono di donare per ricevere un certificato firmato dal presidente (o altre amenità simili), e sempre per questo lo stesso Trump ha incontrato il suo alleato de facto Elon Musk a caccia di denaro. 
CREDITI FOTO: ANSA / CRISTOBAL HERRERA-ULASHKEVICH



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