Il Vallo Atlantico nel Mediterraneo contro i migranti

Domenico Gallo

Il Vallo Atlantico era un esteso sistema di fortificazioni costiere costruito dal Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale, tra il 1942 e il 1944. Il progetto sviluppato sulla base di una Direttiva emanata da Hitler il 23 marzo 1942, prevedeva che le fortificazioni si estendessero lungo tutte le coste dell’Europa nord-occidentale (dalla Norvegia fino alla Francia), così da difendere le posizioni tedesche da possibili sbarchi Alleati.

I tempi sono cambiati, per fortuna i paesi europei vivono in pace, non ci sono più minacce di tipo militare che incombono, ma i conflitti locali, i disastri provocati dalla politica e dai mutamenti climatici, hanno creato un esercito di profughi e di migranti, una parte dei quali cerca una speranza di vita dirigendosi verso l’Europa.

La pressione migratoria è indubbiamente una questione sociale rilevante con la quale tutti i paesi europei devono fare i conti. Purtroppo la risposta fin qui adottata, ed attuata in modo opaco, è stata quella di esternalizzare le frontiere, cioè creare delle condizioni esterne che blocchino i flussi migratori prima che qualcuno possa poggiare piede sul sacro suolo europeo.

Così l’Unione europea ha foraggiato con oltre sei miliardi di euro il regime fascista di Erdogan in Turchia perché trattenesse i rifugiati in fuga dalla guerra siriana, ricevendo peraltro sgarbi e offese com’è accaduto alla Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, durante la visita compiuta questa settimana ad Ankara.

Per quanto riguarda il flusso di profughi e di migranti che si affaccia alla frontiera sud, la scelta è stata quella di creare una fortificazione invisibile per impedire lo sbarco, un nuovo Vallo atlantico collocato nel Mediterraneo centrale.

Non è stato semplice, sono state sperimentate varie strade e si è proceduto per gradi. Il primo tentativo di alzare un muro nel Mediterraneo per impedire l’accesso alle coste italiane è stato compiuto nel 2009 quando sulla base di un accordo stipulato con Gheddafi dal Governo Berlusconi, il Ministro dell’Interno Maroni, ha introdotto un “nuovo modello di contrasto all’immigrazione” ordinando alle navi militari italiane di recuperare i profughi in alto mare e di riportarli in Libia.

Queste operazioni sono state bloccate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che con la sentenza Hirsi del 23 febbraio 2012 ha emesso una condanna durissima della pratica dei respingimenti in Libia. Fallito questo tentativo, dopo la parentesi del Governo Letta che con l’operazione Mare nostrum ha salvato la vita a circa 100.000 persone che rischiavano di perire in mare, sono state attivate operazioni molto più sofisticate per innalzare una nuova barriera invisibile.

A questo punto è arrivato il memorandum Italia-Libia firmato dal Governo Gentiloni nel febbraio 2017 che ha dato il via all’esternalizzazione del controllo delle frontiere nel Mediterraneo centrale. L’Italia ha regalato diverse motovedette alla Libia ed ha cominciato a fornire assistenza alla c.d, Guardia costiera libica per metterla in condizione di andarsi a riprendere i naufraghi in alto mare e riportarli indietro. In questo modo è stato consentito alla Libia di istituire una zona SAR che si estende fino a 180 km dalle sue coste, formalmente riconosciuta dall’IMO (Organizzazione Marittima internazionale) nel giugno del 2018.

Dopo il ritiro delle navi delle missioni Triton e Themis di Frontex, il Mediterraneo è stato svuotato anche delle navi delle ONG che, dopo essere state ostacolate in tutti i modi, alla fine sono state bloccate nei porti per fermo amministrativo. Non è per fatalità ma per deliberata omissione di soccorso che nel corso del 2020 ci sono stati circa 1.000 morti in mare, che si aggiungono alle 20.000 persone che hanno perso la vita negli ultimi sei anni.

Lungo questa rotta sono stati ritirati tutti gli assetti navali europei proprio per evitare di effettuare operazioni di soccorso che avrebbero comportato l’esigenza di sbarcare i naufraghi in Italia o in altro paese europeo. Attualmente l’Agenzia per il controllo delle frontiere esterne Frontex opera solo con assetti aerei segnalando le imbarcazioni in pericolo alla c.d. Guardia costiera libica. Secondo i dati diffusi dall’OIM, sono 11.000 i profughi recuperati in mare e riportati in Libia dove sono privati della libertà ed esposti a torture, stupri, uccisioni e riduzione in schiavitù.

Attraverso il finanziamento della c.d. Guardia costiera libica e la creazione nel 2018 di una fittizia zona di ricerca e salvataggio (SAR) affidata alla competenza delle autorità libiche, l’Unione Europea è riuscita a impiantare una forma indiretta di respingimento collettivo del popolo dei migranti che attraversano il Mediterraneo, delegando ai libici il lavoro sporco.

Oggi questa politica ha trovato ulteriore conferma nelle parole pronunciate da Mario Draghi nel corso della sua visita a Tripoli: «Sul piano dell’immigrazione noi esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa nei salvataggi e nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia…».

I governi cambiano ma la politica del muro invisibile, da Berlusconi, a Renzi, a Gentiloni, al Conte 1, al Conte 2, a Mario Draghi rimane sempre la stessa e viene attuata con la piena collaborazione europea attraverso Frontex. Ma noi continuiamo a pensare che bisogna costruire ponti, non alzare muri.



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