Ilaria Salis, colpevole fino a prova contraria?

La donna rimarrà nel carcere di Budapest. Durante l’udienza del 28 marzo le sono stati nuovamente negati i domiciliari, essendo ritenuta troppo pericolosa dalla magistratura e dalla politica ungherese. Salis continua dunque, da oltre un anno, a scontare una pena senza condanna, con tanti saluti alla presunzione di innocenza. La prossima udienza sarà il 24 maggio e, di fronte al silenzio del governo italiano, è necessario che la società civile tenga alta l'attenzione.

Massimo Congiu

Lo scorso 28 marzo Ilaria Salis è ricomparsa in tribunale a Budapest, di nuovo con le catene della vergogna ai polsi e alle caviglie, di nuovo tenuta al guinzaglio. Tutto come a fine gennaio, tutto secondo uno schema che interpreta la giustizia non come fattore di ricomposizione sociale ma unicamente come dispensatrice di pene, meglio se esemplari, di mortificazione e offesa della persona.
Le sono stati negati i domiciliari in quanto viene considerata dalla corte persona pericolosa, ancora in grado di minacciare l’ordine pubblico. In più, secondo l’accusa, la permanenza in carcere aiuterà Salis a riflettere sul suo reato. Reato di cui non ci sono ancora le prove, e malgrado tutto, la giovane sta già scontando una condanna; è in carcere da oltre un anno perché secondo la giustizia ungherese è senza dubbio colpevole. È di questo parere il governo di Budapest; tanto che il ministro degli Esteri Péter Szijjártó, sempre prodigo di dichiarazioni tempestive, sempre “sul pezzo”, come si usa dire, ha di recente affermato che Salis, “presentata come una martire in Italia, è arrivata in Ungheria con un piano chiaro per attaccare persone innocenti per le strade come parte di un’organizzazione di sinistra radicale”. Il capo della diplomazia danubiana, quindi, ha emesso un verdetto pieno di certezze con tanti saluti alla presunzione di innocenza. Il medesimo ha auspicato, per questo, una sentenza esemplare per la donna che, va ripetuto, sta già scontando una condanna sempre con buona pace di qualsiasi ipotesi di garantismo.
Gli fa eco il portavoce del governo, Zoltán Kovács, con una dichiarazione dello stesso tenore scritta su X e riportata dal Manifesto del 3 aprile: “Dobbiamo chiarire che nessuno, nessun gruppo di estrema sinistra, dovrebbe vedere l’Ungheria come una sorta di ring di pugilato dove venire e pianificare di picchiare qualcuno a morte”; il riferimento è a ferite guarite in sei e otto giorni, a fronte delle quali non vi è stata alcuna denuncia da parte delle vittime. Kovács ha aggiunto che le richieste del governo italiano a quello ungherese non semplificheranno la causa di Salis, dal momento che il governo (ungherese, n.d.r.), come in qualsiasi altra democrazia moderna, non ha alcun controllo sui tribunali”. Anche su questo ci sarebbe da obiettare dal momento che l’esecutivo guidato da Viktor Orbán si è impegnato, dal 2010, ad asservire istituzioni ed enti e a esercitare un controllo capillare sulle varie manifestazioni della vita pubblica e non è che la magistratura sia stata del tutto risparmiata. È vero che i mesi scorsi la Commissione europea ha apprezzato alcune riforme, da parte ungherese, che correggevano il tiro in termini di rapporto tra politica e giustizia, ma chissà…
Per Roberto Salis, padre dell’imputata, la figlia sta pagando il fatto di essere donna, non ungherese e antifascista, ed è sottoposta a un processo politico. Se è vero che l’aberrante pratica delle catene è di uso corrente nel paese sembra che in questo caso il loro utilizzo abbia una ragione in più di essere: darebbe alla popolazione rassicurazioni sul fatto che ci sono un governo e una giustizia così vigili da non consentire a nessuno di violare il territorio nazionale con reati di qualsivoglia genere, e fornirebbe una prova muscolare a beneficio di Roma, Bruxelles e via discorrendo, tanto per chiarire che l’Ungheria in casa sua gestisce giustizia e politica a suo piacimento e che non tollera in questo alcuna intromissione.
D’altra parte non sembra che il governo italiano si sia speso più di tanto in questo caso; il ministro degli Esteri Tajani si sarebbe limitato a dire “non è un bel modo” a commento delle immagini di Ilaria Salis di nuovo in catene in tribunale. Non molto altro, a parte questo. Silenzio da parte dell’esecutivo, da parte di Meloni e Salvini, grandi amici di Orbán. Un silenzio che pesa a maggior ragione considerando il trattamento mortificante inflitto pubblicamente ad una cittadina italiana che andrebbe difesa con ben altro approccio. I governanti dei due paesi si troveranno pure in sintonia su diversi aspetti, ma qui c’è ben poco da condividere, e poi la posizione del governo di Budapest, che si esprime in modo brutale nei confronti dell’imputata, mostra che ognuno è sovranista a casa sua.
Ilaria rischia fino a 24 anni di carcere; la procura ha suggerito un patteggiamento a 11 anni ma la donna ha respinto l’”offerta” e dovrà ricomparire in tribunale il prossimo 24 maggio. In quell’occasione saranno sentiti i testimoni dell’accusa e i neonazisti che sarebbero stati aggrediti da lei, in gruppo, nel febbraio del 2023, quando i nostalgici della svastica celebravano il “Giorno dell’onore”. La strada, purtroppo, sembra tutt’altro che in discesa. Per questo Ilaria Salis non deve essere abbandonata, come invece pare intenzionato a fare il nostro governo.

CREDITI FOTO: ANSA / CIRO FUSCO



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