In soli trent’anni Taranto può rinascere. Senza fabbrica e senza disoccupati

Nel 33° Rapporto Italia dell’Eurispes un intero capitolo è dedicato all’ex Ilva. Per la soluzione, ambientale e lavorativa, servono tre decenni: “Uno per montare gli impianti, uno per bonificare il territorio, uno per avviare un nuovo turismo”.

Rita Cantalino

Il 13 maggio è uscito il 33° Rapporto Italia dell’Eurispes. Il titolo e il contenuto sono legati al complicato momento che il nostro Paese si troverà ad affrontare nelle ultime fasi di gestione della pandemia e in ciò che ne seguirà. “Per una nuova Ri-costruzione” è infatti la prospettiva che la ricerca prova a delineare per l’Italia post Covid. Nelle considerazioni introduttive il Presidente dell’Istituto di Ricerca, Gian Maria Fara cita Hazan Özbekhan, primo direttore del Club di Roma[1]: “Programmare non è proiettare il presente nel futuro ma l’opposto, avere una idea di futuro da innestare nel presente”.

Il futuro è, a tutti gli effetti, al centro del Rapporto: se la pandemia è rappresentata come lo “scapaccione educativo” che ci ha risvegliati e che ha imposto il “futuro come necessità”, essa ci richiede di ripensare l’economia per ricostruirla sulla base della sostenibilità ambientale”. L’esempio che cristallizza queste considerazioni è quello dell’Ex Ilva di Taranto.

Il rapporto dedica un capitolo proprio alla città pugliese, affermando che l’unico destino auspicabile è legato alla chiusura degli stabilimenti di produzione di acciaio, alle bonifiche e al rilancio economico attraverso la valorizzazione delle vocazioni naturali dell’area. L’Istituto mette in fila numeri e dati per trarre la stessa conclusione cui, da tempo, sono giunti molti dei gruppi di cittadinanza attiva tarantini: “Coerentemente con le strategie a lungo termine dell’Unione europea, con i Piani nazionali per l’energia e il clima e con i Piani per la transizione energetica, le stesse risorse, finanziarie e umane, impegnate per mantenere in vita lo stabilimento, possono essere utilizzate per smantellare gli impianti, bonificare il territorio e restituirlo alle sue naturali vocazioni”.

Non si tratta di puro indirizzo politico ma quasi di un piano programmatico. L’Eurispes ha effettuato calcoli (che ha già deciso di sottoporre a ulteriore verifica e approfondimento) che considerano, tra gli altri elementi, il prezzo dell’acciaio nel nostro Paese e a livello internazionale e mostrano come si potrebbe giungere nel giro di trent’anni a un riequilibrio della situazione ambientale cittadina, a una nuova direzione economica e all’aumento dell’occupazione: “Occorrerebbero dieci anni circa per la prima fase, smontare gli impianti, altri dieci anni per bonificare il territorio e altri dieci anni per avviare una serie di attività alternative legate al settore del turismo, dei servizi, dell’ambiente, dell’agricoltura mantenendo gli stessi livelli occupazionali se non, addirittura, incrementandoli”.

Questi dati sono importanti per due ragioni: innanzitutto confermano la tendenza evocata da parte della cittadinanza e della magistratura. È di queste settimane lo sviluppo di una complessa vicenda: a seguito di una serie di eventi emissivi la magistratura aveva disposto la chiusura di due dei cinque altiforni per tutelare la salute della cittadinanza, ma il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso dell’attuale proprietà, ne ha disposto la riapertura. La seconda ragione è il fatto che tracciano un’alternativa per “chi prospetta(in caso di chiusura) – l’impoverimento del territorio e la perdita di migliaia di posti di lavoro”.

Virginia Rondinelli, del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti di Taranto, riporta le riflessioni del movimento, nato nel 2012 a seguito della prima chiusura a opera della magistratura della fabbrica: “Sono anni che rappresentiamo in ogni sede la grande contraddizione di un gigantesco rottame di ferro che, lungi dall’essere una risorsa per la comunità locale e nazionale, assorbe al contrario le risorse economiche pubbliche del Paese e distrugge le risorse vitali della nostra terra e dei nostri corpi”. Ripercorrendo la storia del proprio territorio, Rondinelli sottolinea il dramma sanitario del proprio territorio “Se lo Svimez (Associazione per lo SViluppo dell’Industria nel MEZzogiorno, ndr) a novembre 2019 riduceva allo zero virgola la perdita di punti di pil che la chiusura dell’ex-Ilva avrebbe determinato, ora l’Eurispes conferma l’urgenza di fermare una strage sanitaria che non teme la concorrenza della pandemia per voltare pagina e dedicarsi a una ripresa che preveda una valutazione ‘sana’ del capitale umano e della vita in ogni sua forma”.

Il Rapporto Eurispes, dunque, conduce a elaborare riflessioni non inedite, patrimonio della città e della comunità che la abita: “Pare che il sapere derivante dell’esperienza vissuta, praticamente da ogni nucleo familiare, sia finalmente stato scientificamente analizzato e quantificato” chiosano i cittadini tarantini.

Oltre che un caso concreto, per l’Eurispes Taranto appare come esempio “emblematico e sofferto” di una serie di residui dello sviluppo industriale che hanno lasciato sul nostro Paese “un numero incredibile di ecomostri abbandonati a sé stessi” o ancora in funzione, che “drenano enormi risorse pubbliche” per ammortizzatori sociali rivolti a chi ci lavora e per la necessità di essere tenuti in vita senza una reale prospettiva.

Le parole sugli stabilimenti appartenuti alla famiglia Riva e oggi proprietà di Arcelor Mittal sono inequivocabili: “Un pozzo senza fondo che ha ingoiato un numero imprecisato di miliardi di euro”, “una vera e propria centrale di produzione delle patologie più diverse”. Prima delle drammatiche conseguenze sanitarie della produzione tarantina di acciaio l’Istituto mostra l’insuccesso economico rappresentato dallo stabilimento: “Attualmente, le acciaierie occupano 8.200 operai con un indotto che interessa circa 3mila dipendenti, circa 5mila sono i cassintegrati. Insomma, siamo di fronte a quello che non si può certo definire un esempio di successo”, soprattutto a fronte del fatto che “l’acciaio può essere acquistato a livello internazionale a prezzi notevolmente inferiori di quelli necessari per la sua produzione a Taranto”.

In effetti lo stabilimento (e la contestuale vocazione industriale della città) hanno una vita più breve di quella che si ritenga: la fabbrica è arrivata in città solo tra gli anni Sessanta e i Settanta, innestandosi su un territorio dalla forte vocazione agricola e dalle enormi potenzialità turistiche. È proprio questo il dato da cui l’Istituto propone di ripartire: non ritenere l’esistenza della fabbrica un dato ineluttabile ma “immaginare il futuro con nuove lenti, con una nuova cultura del lavoro e del territorio per non rimanere appesi ad un passato di politica industriale che non ha più senso né prospettive”.

La traiettoria è la stessa delineata da Nicholas Stern, presidente del Grantham Research Institute e autore dell’omonimo Rapporto. L’economista inglese, incaricato dal Primo Ministro britannico Johnson di produrre uno studio che illustri come rilanciare le economie dopo la pandemia, ha sottolineato l’improrogabilità di un’azione che metta al centro degli investimenti il ruolo del pubblico (sottolineato anche dal Rapporto Eurispes) e la necessità di innovare in senso sostenibile le economie, a partire dai comparti ad alto impatto climatico: quello dell’acciaio, del cemento e quello energetico, abbandonando le produzioni dannose per l’ambiente.

In tempi di “ri-costruzione”, transizione ecologica e Ripresa e Resilienza, la direzione sembra essere obbligata. Resta da capire se la politica vorrà prenderla.

[1] Associazione non governativa, non-profit, di scienziati, economisti, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di Stato di tutti e cinque i continenti fondata nell’aprile 1968 a Roma.

 

 

 

 



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