Immigrazione, l’importanza dei corridoi umanitari

A margine del “controvertice” The Last 20 di Reggio Calabria, intervista a Paolo Naso, coordinatore di Mediterranean Hope. “Dopo i corridoi umanitari in Libano al via quelli di evacuazione dalla Libia”.

Daniele Nalbone

Dal 2016 a oggi oltre 3500 migranti sono arrivati in Italia tramite il meccanismo dei corridoi umanitari. “Non sono una soluzione magica al tema delle migrazioni, non essendo nemmeno una politica adottata, ma un esperimento, sostenibile e virtuoso”. Incontriamo Paolo Naso, coordinatore di Mediterranean Hope, progetto di accoglienza e integrazione della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, a margine di uno dei tanti panel di TheLast20, “controvertice” rispetto al G20 in corso in Italia e che a Reggio Calabria ha riunito dal 22 al 25 luglio rappresentanti di ONG, sindaci, docenti universitari, rappresentanti delle comunità dei venti Paesi più impoveriti del mondo sui temi relativi a immigrazione, accoglienza, cooperazione decentrata e ruolo dell’Europa.

Naso ha coordinato due diversi incontri: “Corridoi umanitari: come sono nati ed evoluti” e “Cooperazione internazionale cercasi”. Ed è proprio per parlare di corridoi umanitari che lo abbiamo intervistato. Best practice umanitaria inaugurata dalla Federazione delle Chiese evangeliche, Comunità di Sant’Egidio e Chiese valdesi, nel 2015 è diventato “un meccanismo legale, sicuro, sostenibile per garantire l’arrivo in Italia di richiedenti asilo in condizioni di vulnerabilità” spiega Naso. Ed è stato proprio questo concetto – vulnerabilità – la chiave per attivare questa buona pratica. “La via legale era, fino a quel momento, solo i trasferimenti organizzati dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite. L’unica via percorribile, in realtà, erano i barconi. Così abbiamo cercato un aggancio normativo che abbiamo trovato in un articolo del regolamento applicativo del trattato di Schengen, visto che gli Stati dell’Unione Europea possono rilasciare visti umanitari a soggetti, appunto, “in condizioni di vulnerabilità”. Diciamo che i corridoi umanitari sono, oggi, un’interpretazione del regolamento. “Negli anni i corridoi umanitari sono diventati una pratica europea, abbiamo creato lo stesso meccanismo in Francia, in Belgio e in Germania” e “il Parlamento europeo ha riconosciuto questo percorso” che, sottolinea Naso, “non è ancora una policy”. C’è ancora lavoro da fare, quindi. “Ma è una situazione che si può e si deve sviluppare”.

Ma come si inseriscono i corridoi umanitari nel sistema dell’accoglienza e dell’integrazione? A questa domanda Naso pone una premessa: “Non parliamo di una soluzione magica al tema delle migrazioni, sia chiaro”. Ma “sicuramente cambieremo giudizio quando diventerà uno strumento ordinario della Commissione europea per realizzare vie sicure – anche se sempre accessorie – per i richiedenti asilo”. Il valore dei corridoi umanitari “è nella sua integrità, dal momento in cui si parte fino al momento in cui si diventa parte della società accogliente” perché “sarebbe delittuoso far arrivare la gente e poi non prendersene cura”.

Per comprendere i corridoi umanitari è necessaria un’altra premessa: “Oggi i fattori di attrazione dell’Europa sono residuali”. I migranti partono, sottolinea Naso, per quelli che vengono definiti i push factor, i fattori di espulsione. Non si arriva in Europa per avverare un sogno ma per fuggire da un incubo.

“Le ONG incontrano i migranti nei campi”, in primis in Libano. Parliamo di intere famiglie in fuga dalla Siria. “Gli operatori individuano i casi particolari, iniziano le verifiche, contattano le autorità italiane ed europee per avviare dei controlli in termini di sicurezza”. Si valuta tutto: da dove arriva la famiglia, la sua storia, se sussistono legami, ad esempio, con organizzazioni terroristiche. “Dopo il via libera, inizia la produzione dei visti. Concesso il permesso umanitario le famiglie vanno al consolato o all’ambasciata, rilasciano anche le impronte digitali”. Una volta arrivati i documenti “vengono preparate al loro trasferimento in Italia e”, solo alla fine di questo percorso, “imbarcate su un volo sicuro”. Dietro ogni singola persona che arriva in Italia “c’è una procedura estremamente complessa che vede in campo associazioni, Alto Commissariato delle Nazioni Unite, Ministero degli Interni, Ministero degli Esteri, Unione Europea”. Una volta atterrate a Fiumicino inizia il lavoro di accoglienza e integrazione.

“Il sistema approntato nei campi profughi del Libano funziona” spiega Naso. Ed eccoci alla Libia. “Stiamo lavorando con il governo italiano per un corridoio umanitario di evacuazione del Paese”. Evacuazione. Perché di questo si tratta. Il motivo è nelle cronache quotidiane. “Il contesto libico è disumano, lì vengono infrante sistematicamente tutte le norme del diritto internazionale. Puntiamo – in breve tempo – a evacuare le prime 500 persone partendo dai soggetti più vulnerabili, da chi è stato vittima di tortura o di tratta”. Lo stesso sistema si potrebbe applicare alla Bosnia. Qui Mediterranean Hope ha aperto un “cantiere” che punta a risolvere quella che Naso definisce una “situazione paradossale”. Lì non ci sono decine di migliaia di persone ma “qualche migliaio” che, a differenza di quanto accade in Libano e in Libia, sappiamo che non saranno “sostituite”. Il corridoio balcanico è chiuso. Lo ha chiuso la Turchia. Lo ha chiuso la Croazia e ora anche la Romania. Quelle persone “sono letteralmente prigioniere in Bosnia, vittime innocenti di un meccanismo europeo drammatico” che “chiude gli occhi davanti alle sistematiche violazioni compiute dalla Croazia”. Con un corridoio umanitario quelle persone sarebbero libere in poche settimane e “finirebbe l’emergenza bosniaca”.



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