Un muro di filo spinato alto quattro metri: così l’Ue si difende dai migranti

Il racconto di Medici Senza Frontiere della situazione al confine tra Serbia e Ungheria: "Dobbiamo soccorrere persone che cadono dal muro, con tagli profondi e fratture". Chi viene fermato dalla “polizia di Orbán” racconta l'orrore di un "mini-container bianco" usato come prigione.

Redazione

“Violenze indiscriminate e sistematiche nei confronti delle persone che attraversano il confine in cerca di salvezza in Europa”: non usano mezzi termini da Medici Senza Frontiere per denunciare la situazione dei migranti alla frontiera tra Serbia e Ungheria.

“Gli Stati dell’Unione Europea continuano a usare intenzionalmente violenza, e strutture non idonee e pericolose, per dissuadere le persone dal chiedere asilo nell’Unione Europea. Investono in recinzioni di filo spinato e droni, mentre chiudono gli occhi di fronte alle violenze senza precedenti che continuano a consumarsi alle frontiere” spiega Alessandro Mangione, responsabile affari umanitari di Msf in Serbia.

A usare, “sistematicamente”, la violenza contro le persone che cercano di attraversare la frontiera “in cerca di salvezza in Unione Europea sono “le autorità ungheresi”.
Tra le più comuni pratiche di deterrenza: percosse con cinture e manganelli, calci, pugni, varie forme di umiliazione, uso di spray al peperoncino e gas lacrimogeni, fino ad arrivare ai respingimenti e alla negazione dell’assistenza.

“Le violenze, perpetrate regolarmente al confine tra Ungheria e Serbia e di cui ci troviamo a curarne le conseguenze, sono indiscriminate. Ogni settimana vediamo diversi pazienti, inclusi bambini, con gravi contusioni, ferite e tagli profondi, lussazioni e fratture spesso su gambe, braccia e talvolta sulla testa” denuncia la dottoressa Andjela Marcetic, medico di Msf in Serbia. “Le lesioni fisiche che curiamo durante le visite mediche sono in linea con le testimonianze dei pazienti, che raccontano di violenti pestaggi per mano della polizia ungherese prima di essere respinti in Serbia”.

Da gennaio 2021 le cliniche mobili di Msf hanno trattato 423 pazienti con ferite riportate in seguito a violenti incidenti avvenuti al confine tra l’Ungheria e la Serbia. La maggior parte delle testimonianze hanno tratti in comune: raccontano di percosse, mancato accesso ai bisogni primari e molestie, spesso con umiliazioni su base razziale. Alcune persone hanno raccontato di essere state derubate o di aver visto distrutti i loro effetti personali, altre sono state costrette a svestirsi, nonostante le rigide temperature invernali, e hanno subito diverse forme di umiliazione “come quella di funzionari di frontiera che durante i rastrellamenti hanno urinato loro addosso”.

Inoltre, sono diverse le persone cadute dalle recinzioni erette lungo il confine, alte quattro metri e ricoperte di filo spinato: “Un paziente, a causa delle lame taglienti sulla recinzione, aveva un taglio sul labbro superiore profondo due centimetri. Molti altri riportano fratture su tutto il corpo a causa della caduta nel tentativo di attraversare il confine” racconta la dottoressa Marcetic.

Diversi pazienti, tra cui due minori non accompagnati, hanno riferito di essere stati portati in un piccolo container prima di essere espulsi in Serbia. Qui i funzionari di frontiera li hanno aggrediti più volte e hanno spruzzato regolarmente spray al peperoncino all’interno del container. Due pazienti hanno inoltre segnalato l’uso di gas lacrimogeni, che sembra venga nebulizzato nei container per costringere le persone a fare spazio ai nuovi arrivati.

“Ci hanno portato in un piccolo container bianco, tra le recinzioni, con altre 40 persone e siamo rimasti lì circa 12 ore. Ho chiesto di andare in bagno ma non me l’hanno permesso. Le autorità di frontiera spruzzavano regolarmente spray al peperoncino sia sulle nostre facce che all’interno del container, da una piccola finestra laterale” ha raccontato un paziente di Msf. “Mi faceva tossire. Aveva un sapore amaro. Non riuscivamo a respirare” ha aggiunto un altro. I container sono stati descritti come spazi di 2 metri per 4, con una sola porta e generalmente senza finestre. I pazienti hanno raccontato che veniva negata loro l’acqua, il cibo e l’accesso ai servizi igienici, e che cercare di rivendicare uno di questi bisogni essenziali significava essere aggrediti con lo spray al peperoncino. Dai racconti di altre persone è emerso che questa pratica non è isolata ma al contrario è adottata molto frequentemente.

“Queste testimonianze dimostrano che gli Stati dell’Unione Europea continuano ad usare intenzionalmente violenza e strutture non idonee e pericolose per dissuadere le persone dal chiedere asilo nell’Unione Europea. Investono in recinzioni di filo spinato e droni, mentre chiudono gli occhi di fronte alle violenze senza precedenti che continuano a consumarsi alle frontiere” afferma Alessandro Mangione. “Queste pratiche non solo causano gravi danni fisici e psicologici, ma spingono le persone ad intraprendere rotte più pericolose”.



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