Un impero al tramonto?

Da tempo ormai gli Stati Uniti d’America hanno perso quel ruolo di centro e motore propulsivo del sistema-mondo occidentale esercitato per diversi decenni. Un declino iniziato nel periodo fra il trauma vietnamita e il trionfo neolib, in cui si è consumata la perdita dell’innocenza di un Paese abbarbicato spasmodicamente all’ideologia salvifica dell’happy end.

Pierfranco Pellizzetti

Theodore Roosevelt presentò lo sterminio
degli indiani d’America come un disinteressato
servizio alla causa della civilizzazione: “Questo
grande continente non poteva rimanere soltanto
una riserva di caccia per miseri selvaggi” 1
Zygmunt Bauman

 Questa nostra tendenza a pensare
che il resto del mondo non aspetti
altro che essere come noi.2
Tony Judt

Comparaison n’est pas raison

 

In un saggio pubblicato in questo stesso volume di MicroMega uno dei miei analisti preferiti – il simpaticamente bastian contrario Marco d’Eramo – ci invita a non stilare frettolose sentenze di morte per la primazia stelle-e-strisce dopo l’ultimo disastro neo-imperiale in terra afghana; aggiungendo che sente parlare di declino americano da quando era bambino: «È da quando ero in fasce che l’impero americano è in declino. Non scherzo. Noam Chomsky fa risalire questo declino alla “perdita della Cina”, con la vittoria del maoismo nel 1949, appena quattro anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. A ogni sconfitta militare parziale o totale (Corea 1951, Vietnam 1974, Afghanistan 2021), a ogni crisi economica (petrolio 1973, finanza 2008) i profeti del tramonto americano si risvegliano». 

Forse sarebbe bene intendersi: qui non si prospetta il remake di “Declino e caduta dell’Impero romano” per la penna di un nuovo Edward Gibbon. In effetti gli States rimangono una potente federazione di 50 Stati, con 330 milioni di abitanti, spazi immensi, enormi risorse naturali, una moneta – il dollaro – che fruisce della situazione di quasi-monopolio nelle transazioni internazionali e la più mastodontica macchina da guerra della storia umana (seppure il costosissimo giocattolo è reso largamente inutilizzabile dal fatto che ormai le guerre non si combattono più in campo aperto, bensì nelle modalità della guerriglia che lo rendono vulnerabile e impotente).

Semmai si avanza la motivata opinione che gli Stati Uniti d’America abbiano smarrito da tempo quel ruolo di centro e motore propulsivo del sistema-mondo occidentale esercitato per un periodo della durata simbolicamente secolare – per dirla alla Fernand Braudel e i suoi epigoni, da Immanuel Wallerstein a Giovanni Arrighi – e che sfocia ancora una volta nell’esaurimento dell’ennesimo ciclo storico.

Un “autunno” le cui ragioni sistemiche vanno individuate altrove, rispetto alle vicende puramente belliche. Come avvenne per El siglo de los Genoveses, l’ascesa olandese, l’egemonia imperiale britannica: un esaurimento di spinta propulsiva che coincideva con il passaggio dall’accumulazione capitalistica alla rendita finanziaria.

Ma – in quest’ultimo caso – con la presenza di tratti marcatamente diversi che rendono difficile ipotizzare il proseguire dell’andamento ciclicamente sequenziale (cambio di centralità nelle dinamiche centro-periferie) che ha caratterizzato il trionfo dell’Occidente nell’ultimo mezzo millennio, o giù di lì. Una “rottura” di cui la guida planetaria Usa reca pesanti responsabilità (a partire dalla globalizzazione finanziaria uscita dall’alambicco della presidenza Clinton, che ha definitivamente reso lo Stato-nazione uno dei manufatti più usurati della Modernità). E che, comunque, reca evidenti tracce di sopravvenuta inadeguatezza al ruolo di leader mondiale, mentre risulta evidente il controllo esercitato sulle decisioni di indirizzo strategico della politica Usa da parte di lobby affaristiche sgomitanti come non mai. Quel complesso militare-industriale denunciato a suo tempo dal presidente Eisenhower e che sottomette ai suoi diktat la stessa Casa Bianca. Tanto per restare nell’attualità: a spanne, nelle operazioni di guerra per il presunto democracy building in Afghanistan – oltre a un bel po’ di morti – sono stati dilapidati sei trilioni di dollari; in larghissima misura buona parte di quei soldi «sono tornati in America nelle tasche delle grandi compagnie nel campo della difesa e della tecnologia che hanno un proprio apparato lobbistico» 3.
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Credit Image: © Sue Dorfman/ZUMA Press Wir


1 Zygmunt Bauman, Le nuove povertà, Castelvecchi, 2018, p. 135.

2 Tony Judt, Novecento, Laterza, 2012, p. 211.

3 Gianni Rosini, “Vent’anni dopo l’11 settembre: l’interventismo è una strategia fallimentare”, il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2021, bit.ly/3o1udB8.


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