In Israele è in atto il saccheggio delle casse dello Stato per finanziare gli enti religiosi

Il governo di Netanyahu concede 270 milioni di dollari alle organizzazioni ebraiche ultra-ortodosse mentre migliaia di manifestanti si sono riuniti a Gerusalemme sventolando bandiere israeliane e chiedendo le dimissioni dell'esecutivo.

Christian Elia

I cittadini israeliani, oramai da troppo tempo, si sono abituati a una gestione istituzionale sempre sul filo di elezioni anticipate. In ritardo di due giorni rispetto alla scadenza del 29 maggio, e con la votazione decisiva all’alba del 31 maggio dopo una notte in riunione, la Knesset (il parlamento d’Israele) ha trovato la maggioranza sul filo di lana rispetto all’approvazione della Legge di Bilancio per il secondo semestre 2023 e il primo semestre 2024.
La votazione decisiva, con 64 voti a favore e 55 contrari, racconta di come per l’ennesima volta (in Israele si è fatto ricorso alle urne cinque volte in tre anni e mezzo, l’ultima a dicembre scorso) il Parlamento – al di là delle complesse alleanze governative – sia diviso.

Questa volta il tema che ha paralizzato la maggioranza, guidata dall’eterno Benjamin Netanyahu, si è divisa sulla priorità da dare ai finanziamenti. E il tema rovente, tanto per cambiare, è il sostegno alle organizzazioni ebraiche ultra-ortodosse che sono ormai molto influenti nell’esecutivo, molto radicali e che danno vita al governo più a destra della storia di Israele dalla sua nascita nel 1948.
Anche stavolta, come per la formazione del governo Netanyahu ha dovuto cedere alla parte più integralista del blocco ebraico ortodosso, guadagnando così altri 18 mesi di governo, fino a quando la Knesset non dovrà approvare un altro bilancio e mette a tacere il più grande punto di contesa interno della coalizione.

Qual è questo punto? I finanziamenti pubblici alle organizzazioni religiose.“Questo è un buon budget. Servirà i cittadini di Israele”, ha detto il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, esponente dell’ala più radicale degli ortodossi, mentre fuori dal parlamento migliaia di manifestanti si sono riuniti a Gerusalemme sventolando bandiere israeliane e chiedendo le dimissioni di un governo che “saccheggia” le casse dello Stato.
Nell’occhio delle contestazioni, in particolare, la parte del budget di quasi 998 miliardi di NIS (270 milioni di dollari), che include miliardi di finanziamenti per interessi settoriali legati alle in particolare ai temi cari ai partiti ultra-ortodossi, o Haredi, a spese del pubblico in generale, con il paese che combatte contro l’inflazione e un alto costo della vita.

“Questo bilancio è sconsiderato, è un disastro per l’economia israeliana e per la società israeliana, e viola il contratto sociale con lo Stato di Israele, che noi, i nostri figli e i figli dei nostri figli pagheremo”, ha accusato l’ex premier Lapid.
Dei 13,7 miliardi di NIS di spesa da assegnare in modo ‘discrezionale’, 3,7 miliardi di NIS andranno ad aumentare il budget per gli stipendi Haredi per gli studenti a tempo pieno delle yeshiva (scuole religiose) che ricevono esenzioni dal servizio militare. Un altro miliardo di NIS è previsto per le istituzioni educative Haredi, private e non supervisionate dallo Stato, molte delle quali non insegnano materie fondamentali come matematica e inglese, mentre ulteriori fondi andranno al sistema educativo Haredi ufficiale e per la costruzione di edifici per scopi religiosi e sostenere la cultura e l’identità ultra-ortodossa.

Netanyahu e il ministro delle finanze Bezalel Smotrich hanno anche concordato di finanziare stipendi ampliati per gli studenti della yeshiva fino a 250 milioni di NIS (68 milioni di dollari), utilizzando eventuali fondi in eccesso rimasti dalle scuole ultra-ortodosse.
Questo accordo, che era il prezzo per la fiducia al governo, includeva anche l’autorizzazione a pagare retroattivamente una borsa di studio agli studenti delle yeshiva.

Smotrich ha affermato che il bilancio “fornirà stabilità e certezza all’economia”, ma non ha menzionato gli avvertimenti delle principali agenzie di rating internazionali secondo cui la credibilità di Israele sui mercati finanziari è per la prima volta a rischio a causa dei processi – in corso – contro Netanyahu per accuse gravi quali corruzione e concussione.
Gli accordi, e i sottili calcoli, hanno consentito al governo di rimanere appena al di sotto del tetto di bilancio obbligatorio di 998 miliardi di shekel di NIS, che se sforato avrebbe obbligato l’esecutivo a tornare di fronte alle commissioni della Knesset (chiamati comitati) mancando il rispetto della scadenza dell’approvazione della Legge di Bilancio.
Come raccontato nel numero di MicroMega in libreria, sempre più la democrazia israeliana si mostra ostaggio dell’ostinato legame con il potere di Benjamin Netanyahu (ossessionato dai processi che pendono su di lui), che lo porta a far concessioni alla parte più integralista del mondo degli ebrei ultra-ortodossi, mettendo sempre più in discussione la laicità dello Stato.

Christian Elia ha firmato anche l’articolo La pericolosa deriva teocratica e autoritaria di Israele del numero 3/2023 di MicroMega La democrazia nemica di sé stessaScopri di più.

 

Foto Flickr | Gian Luca Sgaggero



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