“In Italia c’è il più ampio divario fra figli desiderati e figli effettivamente avuti”

"Il crollo delle nascite è stato causato proprio dalla carenza di politiche in grado di mettere in relazione positiva autonomia abitativa ed economica con progetti di vita per le nuove generazioni, conciliazione tra tempi di lavoro e familiari soprattutto sul versante femminile." Un'intervista ad Alessandro Rosina sul suo libro "Storia demografica d'Italia" scritto con Roberto Impicciatore.

Roberto Rosano

Alessandro Rosina è professore ordinario di Demografia e Statistica sociale presso la Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, dove dirige il Center for Applied Statistics in Business and Economics (Laboratorio di statistica applicata alle decisioni economico aziendali). Discutiamo del suo ultimo libro, Storia demografica d’Italia. Crescita, crisi, sfide (Carocci, Roma, 2022), scritto a quattro mani con Roberto Impicciatore (Università di Bologna).

Il suo libro è compreso tra due estremi, l’Unità d’Italia e la Pandemia, ed ha come punto intermedio lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale come momento negativo che si è trasformato in opportunità. Possiamo aspettarci qualcosa di simile da qui in avanti?
L’Italia, come raccontiamo nel libro, appare un paese portato a cercare un equilibrio e poi mantenerlo il più possibile. Anziché rimettersi continuamente in discussione rispetto al mondo che cambia, cerca di resistere finché non si produce una discontinuità che rompe l’equilibrio precedente. Questo è avvenuto in negativo con la Grande Guerra e in positivo con il secondo conflitto mondiale. Dopo i “Trenta gloriosi” ci siamo ostinati a difendere il nuovo benessere raggiunto anziché investire sulle componenti e sulle condizioni in grado di generare nuova ricchezza e benessere. Abbiamo così indebolito la crescita economica e lasciato aumentare squilibri demografici e diseguaglianze sociali.

I primi tre decenni di sviluppo economico del secondo dopoguerra sono stati segnati indubbiamente dal miracolo economico e dal cosiddetto baby boom. Ma questi due fenomeni sono sempre in relazione positiva, nel senso di una reciproca leva al rialzo?
La relazione tra demografia ed economia evolve positivamente quando esistono strumenti di welfare che consentano alle persone di mettere in relazione positiva lavoro e scelte di vita. Le condizioni che le mettevano in relazione positiva nel secondo dopoguerra non funzionano più oggi perché quel tipo di economia, di demografia, ma anche di società, non ci sono più. Non dobbiamo, però, ritornare a quel modello, ma fare in modo che i meccanismi del rinnovo generazionale, sul versante sia quantitativo sia qualitativo, siano coerenti con le sfide di oggi.

Perché, secondo Lei, oggi l’Italia non è più capace di mettere in mutua e positiva relazione crescita economica, welfare e demografia?
Perché non ha rimesso in discussione il modello di welfare degli anni Cinquanta e Sessanta, centrato sul maschio lavoratore adulto, sono state compresse le opportunità di partecipazione delle donne e delle nuove generazioni. Dato però che il centro della vita attiva del paese è stato presidiato in modo solido dalle generazioni abbonanti nate fino al periodo del baby boom, l’Italia è riuscita a resistere nonostante crescenti limiti e contraddizioni. Oggi però ci troviamo ad entrare in una nuova fase, nella quale al centro della vita attiva entrano le generazioni nate nel periodo del crollo delle nascite.

L’Italia del secondo decennio del XXI secolo è uno dei Paesi che spreca di più le energie offerte dalle nuove generazioni e dalle donne, pur essendo, anche grazie all’immigrazione, uno dei Paesi con più energie potenziali per una spinta in avanti.
Da un lato il crollo delle nascite è stato causato proprio dalla carenza di politiche in grado di mettere in relazione positiva autonomia abitativa ed economica con progetti di vita per le nuove generazioni, conciliazione tra tempi di lavoro e familiari soprattutto sul versante femminile. D’altro lato gli squilibri causati dalla denatalità vanno ad accentuare il peso della spesa sociale verso la popolazione anziana comprimendo gli investimenti sulle politiche attive e di conciliazione. Se le risorse di Next Generation Eu non aiutano a rompere questo circolo vizioso per tempo, il futuro dell’Italia somiglierà sempre più ad un tunnel stretto e senza uscita.

Lei definisce “spregiudicate” le operazioni di asservimento della demografia al potere che abbiamo visto nel periodo fascista e nel secondo dopoguerra e attribuisce loro la debolezza dell’azione pubblica italiana nelle politiche familiari rispetto all’Europa nord-occidentale, alla Francia e ai Paesi Scandinavi.
Il fascismo ha cercato di asservire la demografia al potere attraverso una pesante retorica che ha generato una reazione negativa non ancora risolta. Per lungo tempo parlare di politiche familiari, ma ancor più di politiche di sostegno alla natalità, è stato quasi un tabù. Mentre i paesi che non hanno subito dittature hanno adottato un modello esplicito di aiuti aggiornato nel tempo. La chiave, in ogni caso, è completamente diversa dalla politica spregiudicata fascista. Si tratta di andare incontro, con politiche efficaci, alle scelte desiderate e libere delle persone, riconoscendo tra esse quelle di valore collettivo che meritano di trovare le condizioni per essere realizzate con successo.

Le politiche sul calo demografico di cui oggi si sente parlare per favorire la natalità o la nuzialità che effetto Le fanno?
L’Italia presenta uno dei più ampi divari in Europa tra numero medio figli desiderati (attorno a 2 come evidenziano i dati Istat ed Eurostat) e numero effettivamente realizzato (pari a 1,25). L’obiettivo delle politiche è ridurre tale divario, ma per farlo è importante aggiornare le coordinate e non sempre questo accade purtroppo.

Cosa serve praticamente?
Servono azioni sistemiche e integrate. Per i bassi livelli di natalità del nostro paese e gli squilibri accumulati, l’unico modo per invertire la tendenza è combinare un forte sostegno economico alla scelta di avere figli (portando almeno a 200 euro la base universale dell’assegno unico, come in Germania) con un processo di progressivo miglioramento della rete dei servizi per l’infanzia (puntando a una copertura di oltre il 50% in età 0-2, come in Francia e Svezia) e un rafforzamento del congedo obbligatorio di paternità (estendendolo a tre mesi, come in Spagna). Per farlo è necessario portare le politiche familiari al centro delle politiche di sviluppo del paese, al di là delle divisioni ideologiche: non ci si può accontentare ogni anno di mettere risorse nella legge finanziaria su alcune misure e vedere volta per volta l’effetto che fa.



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