“In ogni vita la pioggia deve cadere”: Gullotta e Grossi mettono in scena i diritti civili

Il nuovo spettacolo di Leo Gullotta e Fabio Grossi è un manifesto. Sulla coppia ma anche sulla famiglia non tradizionale. Un’opera fortemente politica, nel senso più vero e più alto del termine, che in questo momento storico serviva più che mai.

Maria Concetta Tringali

In ogni vita la pioggia deve cadere ha replicato a Catania dal 16 al 21 gennaio. La produzione del Teatro Stabile d’Abruzzo ha riportato Leo Gullotta nella sua città natale, con una pièce che in meno di un’ora e mezza cattura e costringe, come solo i sentimenti sanno fare. In effetti di questo si tratta, d’amore.
La prima scena si svolge in un cinema d’essai. Papi e Piercarlo, lasciano la sala dopo poche battute. E, nel breve volgere di un corto, aprono allo spettatore l’intimità della loro casa. Come si fa coi tappeti, srotolano gioie e dolori che sono di tutti e di tutte.
La coppia è al centro della scena. I protagonisti si scoprono e si fanno conoscere: sono due uomini che si amano e che hanno condiviso quarant’anni, di felicità e di lacrime, di divertimento e responsabilità, di evasione e di fedeltà, che si sono voluti e anche traditi, ma che si sono sempre perdonati. Sul palcoscenico c’è la riproduzione plastica di ciò che dovremmo aver presente oggi quando cerchiamo le parole per definire una famiglia non tradizionale.
Nel monolocale dei protagonisti si sublima la costruzione dell’amore, quella che spezza le vene delle mani, per dirla con una delle più belle canzoni di Ivano Fossati. Sulla scena è il Noi, declinato nella variante di Papi e Piercarlo, che è solo una delle molteplici possibilità di sperimentare la felicità, in due.
Ciò che per alcuni resta un’aspirazione, per altri è una bellissima casa che si costruisce mescolando il sangue col sudore. È esattamente questo che Leo Gullotta porta in scena, insieme a Fabio Grossi che ha scritto un testo dove nulla è lasciato al caso. Come i dialoghi: asciutti, ironici, acutissimi, intelligenti, autentici e perciò stesso ripetibili, da chiunque, in qualunque parte del mondo.
Le parole che risuonano nel buio della sala più piccola dello Stabile di Catania sono parole universali: più che plausibili se pronunciate da due attempati coniugi, sono verissime sulla bocca di due uomini, altrettanto su quella di due donne. È in fondo la storia di chi ha deciso di condividere la vita per la ragione più semplice che è insieme anche la più difficile di tutte, per amore.
Ma se nulla è lasciato al caso anche l’essenzialità è una scelta precisa. Non c’è posto per la retorica, nello spettacolo tutto è intimo e perciò minimale: a incalzare è l’esistenza, intera. Ciò che si offre agli spettatori, è la quotidianità: il pranzo e la cena, la musica e l’arte, la passione, ma anche la coperta sulla poltrona della nonna, la pioggia, il temporale che diventa diluvio e tutto allaga. Le luci di natale, intermittenti, nell’oscurità fissa della disperazione.
Su ogni cosa aleggiano i colori. Bellissima la simbologia della camicia dei protagonisti: come la stoffa che accosta tinte improbabili così è la vita, sgualcita oppure inamidata, pesante o leggerissima, ma densa d’una pienezza atta a contenere di tutto, inclusa la ferocia del dolore.
Ed è proprio il dolore a irrompere a un certo punto, quello acuto e stordente, come un lampo che squarcia. Quello che cambia il tono delle parole, rompe la voce, gela le espressioni del volto e si fa d’un pallore improvviso: Leo Gullotta si contorce, magnifico, in uno spasmo assolutamente reale.
L’essenziale accade sulla scena e ha la forza di un pugno in pieno stomaco: arriva allo spettatore e lo coglie nel buio mentre, indifeso, d’un tratto realizza che a inchiodarlo sulla sedia è il momento più tragico della vita dell’uomo. La malattia e la morte hanno per una coppia omosessuale contorni ancor più taglienti rispetto a una famiglia tradizionale: via gli infingimenti, ci sono esistenze per cui morire è ben più doloroso che per altre.
Papi e Piercarlo vivono il finire degli anni Novanta, in un’epoca che ancora non riconosce le unioni civili. Bisognerà allungarsi sino all’estate del 2016, perché la legge che porta il nome di Monica Cirinnà conceda a due persone dello stesso sesso, anche in Italia, la possibilità di contrarre un vincolo stabile, e che procuri effetti giuridici per molti versi paragonabili a quelli del matrimonio.
Oggi che i venti sono di destra, e sui diritti umani anche Amnesty International chiede passi avanti, bisogna dirlo: quella di Leo Gullotta e Fabio Grossi è un’opera di cui c’era un estremo bisogno, per non fare passi indietro. È un inno alla libertà, in fondo, di vivere la vita che si vuole, di rinunciarvi persino. È l’esempio che insegna e dice chiaro che libertà significa dignità, estrema.
A sipario chiuso il pubblico catanese tentenna solo un momento, come a riaversi dallo  stordimento, e poi tributa agli artisti un applauso che sembra non voler finire e che pare di ringraziamento.
Nella sera di pioggia che sta investendo il nostro Paese, in questo momento storico, serviva un’opera fortemente politica, come è questa pièce, nel senso più vero e più alto del termine. Perché più di tutto possono le nostre scelte. E, quali che siano queste scelte, oggi più che mai non dobbiamo smettere di interrogarci sulle conseguenze.



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