In piazza contro la guerra, ma con quale piattaforma?

Le iniziative che invocano la pace si stanno, finalmente, moltiplicando. Le differenze nel campo pacifista restano però molte, e non vanno tenute sotto il tappeto.

Cinzia Sciuto

Nelle ultime settimane si stanno moltiplicando le iniziative contro la guerra in Ucraina, e questo è un ottimo segnale. Le piattaforme delle diverse iniziative sono però diverse, talvolta molto diverse. La scorso 7 novembre la rete Stop guerra in Ucraina ha manifestato davanti all’ambasciata russa chiedendo l’immediato cessate il fuoco da parte delle truppe di Putin, il loro ritiro dal territorio ucraino e l’inizio di un percorso di negoziato. Una piattaforma non molto diversa da quella di  “Non c’è vera pace senza verità. Non c’è verità senza libertà” promossa tra gli altri da Sandro Veronesi e Luigi Manconi, a cui ha aderito anche Letta (non è chiaro in verità se a titolo personale o dell’intero Pd), se non fosse per un piccolo ma importante particolare: la rete Stop guerra in Ucraina nella sua piattaforma si opponeva anche “con vigore alle dinamiche militariste che la Nato e i governi europei stanno imponendo“ e si diceva “assolutamente contraria all’aumento della spesa militare con il pretesto della guerra in corso”, una precisazione significativamente assente nell’appello di Veronesi e Manconi.

La manifestazione più attesa e verosimilmente più grande sarà quella annunciata da diverse realtà che convergono nella Rete italiana pace e disarmo e che dovrebbe tenersi a novembre. La speranza è che quella piazza sia capace di accogliere tutte le diverse istanze che animano coloro che, da sinistra, guardano con preoccupazione alla guerra in Ucraina. Le dichiarazioni di Conte che vorrebbe una piazza senza bandiere e aperta anche alla destra sono però preoccupanti: al di là infatti delle dichiarazioni di rito di Meloni che si prepara a governare e non può certo permettersi di rompere il fronte occidentale, nessuno può seriamente pensare che le ragioni della pace di Meloni o Salvini possano sovrapporsi a quelle della piazza di novembre.

Il nostro auspicio è invece che in quella piazza ci siano tante bandiere: di partiti, associazioni, movimenti, sindacati, ciascuno con la propria specificità. E anche tante bandiere ucraine: non c’è dubbio infatti che questi mesi di guerra abbiano rafforzato anche le correnti più nazionaliste e scioviniste all’interno di quel Paese, ma non c’è dubbio neanche sul fatto che quella bandiera è oggi la bandiera di chi combatte per la propria indipendenza e libertà. E più il mondo della sinistra negli altri Paesi sarà capace di sostenere le forze democratiche e progressiste in Ucraina, più difficile sarà per le forze scioviniste prendere il controllo dell’Ucraina nel post-guerra.

Certo un qualche terreno comune bisognerà pur trovarlo, e non sarà facile.

Il campo largo del pacifismo infatti si distingue per posizioni diverse su due questioni principali: da un lato, l’analisi su responsabilità e cause della guerra e, dall’altro, le strategie e prospettive per uscirne. Le possibili combinazioni di posizioni su queste due questioni sono, semplificando, le seguenti:

A) le responsabilità sono tutte di Putin e qualunque processo di pace non può che partire dal ritiro delle truppe di Putin almeno ai confini pre 24 febbraio 2022 (c’è chi si spinge a dire che deve ritirarsi anche dalla Crimea, annessa nel 2014 senza che la comunità internazionale abbia mai riconosciuto questa annessione);

B) le responsabilità sono tutte di Putin ma pensare che Putin si ritiri buono buono ai confini pre 24 febbraio è semplicemente illusorio per cui se si vuole che la guerra finisca bisogna concedergli qualcosa (leggi: il Donbass e le regioni “annesse” recentemente con i referendum farsa);

C) la guerra non è iniziata il 24 febbraio 2022 ma nel 2014 e le responsabilità sono equamente divise fra russi e ucraini (anzi, forse un po’ più degli ucraini che non hanno applicato gli accordi di Minsk). Per uscirne dunque bisogna che l’Ucraina riconosca gli errori commessi, ceda i territori del Donbass e rinunci definitivamente alla Crimea;

D) questa non è una guerra fra la Russia e l’Ucraina ma una guerra per procura fra Russia e Usa e la responsabilità è innanzitutto della Nato che non ha rispettato la promessa di non allargarsi a Est. Per uscirne, dunque, oltre che cedere alcuni territori ucraini alla Russia, bisogna che la Nato faccia diversi passi indietro dal suo fianco orientale.

Come si vede, le combinazioni B e C, pur non condividendo l’analisi sulle responsabilità, convergono sulla strategia di uscita, su cui parzialmente si ritrova anche la combinazione D, mentre le combinazioni A e B fanno la medesima analisi ma si dividono sulla strategia. Come si possano tenere insieme tutte queste posizioni è difficile da dirsi, eppure è indispensabile provarci senza però nasconderle sotto il tappeto ma anzi esplicitandole e discutendole senza anatemi reciproci. Le posizioni qui delineate sono infatti ovviamente semplificate e schematizzate. Nella realtà le diverse voci sono sempre più sfumate e le combinazioni possibili sono praticamente infinite. In particolare chi si riconosce nelle prime due combinazioni è molto più vicino di quanto forse non pensi: la questione di quale sia la strategia migliore per uscire da questa situazione è infatti mobile, cambia a seconda degli eventi sul campo, quello che poteva essere valido tre mesi fa può non esserlo più oggi e viceversa.

Inoltre, diciamocelo francamente: nessuno di noi dispone delle informazioni e dei dettagli necessari per poter con cognizione di causa stabilire quale sia la decisione migliore da prendere oggi o domani in merito a questa o quella specifica questione. Mentre condividere l’analisi di fondo sulle responsabilità di questa quasi-terza guerra mondiale è centrale non solo per lavorare insieme alla migliore strategia per uscire da questa guerra, ma anche per costruire un orizzonte di lotte che vada oltre.



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