In ricordo di Giorgio Ruffolo

Dall’idea di una rivista politica e filosofica fino alla crisi che portò alla rottura tra i due fondatori di MicroMega. In ricordo dell’uomo il cui contributo fu decisivo per farla nascere.

Paolo Flores d'Arcais

Senza Giorgio Ruffolo MicroMega quasi sicuramente non sarebbe venuta alla luce. Per questo, perciò, il mio debito verso Giorgio Ruffolo, e quello di quanti a MicroMega sono stati e sono legati, resta impagabile.

A una rivista avevo cominciato a pensare nel 1982, e nel 1983 avevo pronto un progetto molto dettagliato, che conservo ancora in un quaderno. Ma sapevo, o comunque ero convinto, che difficilmente, da solo, avrei trovato un editore. Nel mondo della sinistra che già contava, Giorgio Ruffolo mi sembrava una delle pochissime persone che per sensibilità politica e culturale potesse essere interessata al mio progetto. In effetti si sentì subito coinvolto, anche se sul piano politico le accentuazioni del nostro essere a sinistra avevano colorazioni differenti: per Ruffolo l’asse portante di un progetto avrebbe dovuto essere un dialogo intenso e a tambur battente tra comunisti (ormai ex, un paio di anni prima c’era stata la nascita del nuovo partito di Occhetto) e socialisti. Ancor meglio, tra ex comunisti a egemonia “migliorista” e socialisti a egemonia giolittiana, con apporti della società civile di variegata area.

Per me il legato più importante avrebbe dovuto essere proprio quest’ultimo, facendo tesoro soprattutto del Sessantotto, con tutta la sua carica di contestazione dell’esistente, ma in una versione illuminista e rigorosamente post-comunista (la “mia” sinistra allora aveva per nume tutelare Albert Camus).

Mettemmo quasi tre anni a realizzare il progetto. Un primo editore, molto importante, amicissimo di Ruffolo, ci disse che sarebbe stato disponibile a condizione che la rivista fosse molto più agile (noi avevamo ipotizzato duecento pagine) e il direttore fosse Norberto Bobbio. Ci recammo a Torino da Bobbio, che apprezzò molto il progetto ma ci disse che non se la sentiva proprio di cambiare vita, perché questo avrebbe implicato alla sua età mettersi a dirigere una rivista. Potevano contare sulla sua collaborazione, però.

Dopo altri tentativi trovammo disponibile come editore Carlo Caracciolo, che di Ruffolo era amico ed estimatore, insieme a Scalfari proprietario del Gruppo Espresso-Repubblica. Ebbero un ruolo, nel convincerlo, due suoi giovani assistenti, miei coetanei: Marco Benedetto e Luigi Zanda.

Caracciolo mise a disposizione cento milioni di lire, a patto che noi trovassimo altrettanto come pubblicità garantita, e che entro tre anni la rivista fosse arrivata a vendere tremila copie. Trovammo l’agenzia di pubblicità (che però non raccolse mai il “garantito” previsto, anzi non raccolse un bel nulla) e l’impresa partì nella primavera del 1986. Fin dai primi numeri fu molto al di sopra delle tremila copie di vendita (4,5 e 6 mila), della pubblicità dell’agenzia non ci fu bisogno, pubblicità che comunque arrivò per il peso che Ruffolo aveva avuto nella vita economica.

Nell’autunno del 1991 ci fu la crisi che portò alla rottura tra Ruffolo e me. In un numero dedicato alle città, in cui lanciammo la “sinistra dei sindaci”, l’articolo su Milano lo chiesi a Gianni Barbacetto, che scrisse un reportage davvero ottimo. Sennonché, raccontando Milano com’era, veniva fuori la commistione affaristica e al limite criminale del Partito socialista di Craxi. Tutto documentatissimo, ma Ruffolo di pubblicarlo non ne voleva sapere. Doveva essere candidato alle europee e temeva la vendetta di Craxi.

Ci fu così una riunione con Carlo Caracciolo e con Corrado Passerà, allora amministratore delegato del gruppo, che diedero ragione a me, visto che nell’articolo di Barbacetto non c’era neanche un rigo che non avesse inattaccabili pezze d’appoggio. Ruffolo però chiese l’aiuto di Scalfari, di cui era amicissimo, che era il comproprietario del gruppo, e che convinse/impose a Caracciolo la soluzione censoria: poiché io avevo in precedenza bocciato un articolo proposto da Ruffolo, di Gerardo Chiaromonte, allora la figura più importante con Napolitano dei “miglioristi” (lo avevo bocciato perché scritto in un burocratese che consideravo qualitativamente inaccettabile per una rivista del nostro livello), Ruffolo aveva diritto a bocciare anche lui una mia proposta. Se in futuro ci fossero state situazioni analoghe di stallo, avrebbe avuto voce e voto anche Lucio Caracciolo (omonimo ma non parente), il redattore capo ché avevo fin dall’inizio scelto per MicroMega.

Pochi mesi dopo Mani Pulite scoperchiò Tangentopoli e il ruolo cruciale che in quella cloaca di corruzione esercitava il craxismo. Psi e Dc ne uscirono a pezzi, letteralmente. Il mio rammarico è sempre stato che se Ruffolo avesse accettato di pubblicare Barbacetto, anche a costo della probabile scomunica di Craxi, si sarebbe trovato come l’unica figura in grado di rappresentare una sinistra non comunista credibile e pulita. E poiché nell’ambito dell’ex Pci si moltiplicavano le spinte per una unificazione di quando restava del Psi non travolto da Tangentopoli con l’ex Pci, Ruffolo scomunicato da Craxi per aver anticipato con un articolo su MicroMega Mani Pulite, sarebbe stato il candidato quasi ovvio per il partito unificato del riformismo. Ruffolo di fatto non partecipò più alla vita della rivista, e un paio di anni dopo si dimise ufficialmente. Da allora non ci siamo più visti.

 

 

Foto 1 : Giorgio Ruffolo di ANNI/Ansa/dib



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