In ricordo di Mario Tronti

Lo scorso 7 agosto è morto Mario Tronti, autore di numerosi scritti di riflessione sociale, storica e politica nell'ambito del movimento operaio italiano.

Pancho Pardi

Lo scorso 7 agosto è morto Mario Tronti, autore di numerosi scritti di riflessione sociale, storica e politica nell’ambito del movimento operaio italiano. Fondò con Antonio Panzieri Quaderni Rossi (1963) rivista dedicata all’analisi e all’interpretazione della nuova classe operaia nel ciclo del vigoroso sviluppo capitalistico postbellico. Ambiente privilegiato di osservazione Torino e la Fiat, già protagonisti negli anni successivi alla prima guerra mondiale, della fondamentale esperienza consiliare, animata da Antonio Gramsci. Metodo una sociologia militante attenta a cogliere la nuova natura del rapporto tra operai e fabbrica. Questa impone l’organizzazione del lavoro, la disciplina del meccanismo produttivo, il ritmo dei tempi scanditi dall’orologio, la sorveglianza dei capireparto. Ma sotto l’uniformità del comando sul lavoro si manifesta necessariamente la varietà specifica dei processi produttivi: le materie utilizzate, i segreti tecnici, la diversità delle competenze. Tutto ciò frullato dalla grande mutazione indotta dalla diffusione della linea di montaggio, che fa svanire l’orgoglio del produttore, fiero della sua abilità, e riduce l’operaio a servo della macchina, imprigionato nella noia di elementari gesti ripetitivi. Quaderni Rossi affrontava con inedita freschezza una materia conosciuta da pochi e la spiegava a un pubblico meno ristretto in cui erano attirati anche intellettuali prima distanti da questo nuovo interesse.

Ma ben presto Tronti uscì per fondare con altri Classe Operaia. Il taglio della nuova rivista era meno sociologico e più politico. La nuova rivista vuole rovesciare lo schema tradizionale: prima il capitale e poi la classe operaia. Il nuovo schema sarà: prima la classe operaia e poi il capitale. Questo criterio ontologico potrà essere verificato su due diversi piani. Nella fabbrica la capacità operaia di inventare astuzie per evadere dall’imperio della macchina viene osservata attentamente dalla sorveglianza e si traduce in nuovo progresso tecnico delle lavorazioni. È il cosiddetto “furto della sapienza operaia”. Ma nell’insieme della società fabbrichista le lotte operaie detteranno il ritmo della risposta capitalistica. In questa dialettica che non nasconde il suo motore hegeliano, prima ancora che marxiano, il problema difficile è mantenere l’iniziativa. Si illustra una grande speranza. Il primo numero della rivista esce col titolo Lenin in Inghilterra, denso di significati. Il capitale non si batte attaccandolo nei suoi anelli deboli, va invece affrontato al suo massimo livello di sviluppo. Non può venire bene una rivoluzione operaia in un paese tutto di contadini; può riuscire ma sarà sempre difettosa. URSS e Cina sono quindi esperimenti rilevanti ma non risolutivi. La lotta dei “dannati della terra” evocati da Franz Fanon è ammirevole ma non ha senso andare a morire come il Che nella foresta boliviana. Il capitale va battuto dove è più forte.
La massima opera di Mario Tronti, Operai e capitale, esce per Einaudi nel 1966 ed è tutta rivolta a motivare questa audace intuizione principale. È sorretta dalla cultura storico-filosofica. Rifiuta l’immagine di un Marx ingabbiato nell’armatura polverosa del materialismo storico e invita a rileggerlo nei suoi testi essenziali (non solo il Capitale ma anche i Grundrisse). Ed è espressa dallo stile: la classe operaia non è più la classe subalterna ottocentesca e della prima metà del novecento ma una “rude razza pagana senza patria e senza ideali”. E la conoscenza non è il prodotto di un pensoso positivismo perché “conosce solo chi veramente odia”. Formula questa ancora adatta ad archiviare l’espediente retorico di coniugare la Rivoluzione con l’Amore (Negri su Alias del Manifesto 6.8.2023).

L’intuizione era audace e suggestiva ma per ora non ha avuto esito. Anzi, nella dialettica reale il formidabile ciclo di lotte degli anni 60 e inizio 70 ha persuaso il capitale a disfarsi con una certa rapidità delle grandi fabbriche e a dissolvere i processi produttivi nella fabbrica diffusa e nel lavoro precario. Condizione contro cui le forze del lavoro stanno battendo la testa.
Lo stesso Tronti lo avrà riconosciuto se la successiva fase del suo pensiero è stata dedicata intensamente all’autonomia del politico. Una classe, un movimento non possono mantenere l’iniziativa se non si dotano dello strumento politico utile e necessario. E a questo si deve riconoscere un’autonomia dal sociale, un’autonomia dalla forza che lo ha prodotto. Tronti passa così dallo studio della dinamica sociale all’ambito della politologia e nel 1977 esce per Feltrinelli Sull’autonomia del politico. Trent’anni della sua vita di docente li ha trascorsi nell’Università di Siena, dove alla fine tenne una memorabile lezione magistrale dal titolo suggestivo: Politica e destino.
Nella vita di questo autore così originale e defilato c’è anche una terza fase suscitatrice di polemiche anche con chi gli fu più vicino. La rivalutazione di Nietzsche con il conseguente credito concesso al pensiero nichilista e irrazionalista. Atmosfera questa diffusa a fine novecento nella cultura della sinistra, affascinata forse dall’ambizione di poter incorporare e dominare temi per tradizione cari alla cultura di destra (imitando ingenuamente Marx quando ammirava la grandezza di  Balzac, indifferente alle sue idee conservatrici?) In questo contesto problematico si inserisce la riscoperta della teoria giuridico-politica di Carl Schmitt, di cui qualcuno potrà pure ammirare il rigore ma di cui nessuno può negare la militanza nazista.
Per chi scrive questa nota, priva di qualsiasi strumento bibliografico e quindi tutta affidata alla memoria, la prima fase della sua esperienza è assai più significativa della seconda. Questa sensazione è rafforzata anche dalla sostanziale inerzia personale dell’autore dimostrata proprio nell’esercizio dell’autonomia del politico. Membro del comitato centrale del suo partito e parlamentare non ha esercitato il suo potente acume critico nei confronti della sua dirigenza, anche quando il mondo da cui proveniva avrebbe voluto qualche atto di presenza. Molti dei suoi lettori e sinceri estimatori hanno sofferto che l’autonomia del politico prendesse la forma imbarazzante dell’appoggio alla riforma costituzionale di Renzi.

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CREDITI FOTO Wikipedia | Senato della Repubblica



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