In ricordo di Umberto Romagnoli, prezioso maestro di diritto del lavoro

Ci ha lasciati un maestro del diritto del lavoro per molte generazioni di studiosi. Talvolta in dissenso con l'evoluzione della dottrina. Attento osservatore dei cambiamenti e della necessità di adeguare la difesa dei lavoratori.

Antonio Lettieri

In questi giorni di dicembre Umberto Romagnoli ci ha lasciati. Non possiamo non ricordarlo con profondo rammarico.
Umberto è stato un maestro del diritto del lavoro: ha insegnato all’Università di Ancona e poi di Bologna nel corso di molti decenni. Faceva parte di un gruppo illustre di maestri fra cui Gino Giugni e Federico Mancini. Chiunque studi il diritto del lavoro, o vi sia interessato, non può dimenticare il suo insegnamento. Spesso, e sempre più negli ultimi anni della sua intensa vita di professore, con accenti particolari e, non raramente, in dissenso con l’evoluzione (o involuzione) della disciplina del lavoro.

Ci ha insegnato – anche a molti di noi fuori dall’Università – che tante cose erano cambiate nella realtà del lavoro e il diritto doveva prenderne atto. Al centro del diritto e delle novità del lavoro vi erano le persone con il loro lavoro, la loro dedizione, il loro sacrificio in un mestiere che per la sua stessa natura non poteva non tener conto della personalità che era alla base del lavoro. Umberto scriveva della condizione e della vita del lavoro non solo con uno sguardo intenso e pieno di insegnamenti, ma anche con maestria letteraria. Anche per questo era letto con attenzione appassionata. Di fronte ai cambiamenti spesso inintelligibili, o agli arretramenti, rispetto alla realtà e alla dottrina che accompagnavano i cambiamenti del lavoro, ci chiedevamo in tanti che cosa avrebbe detto Romagnoli.

Era convinto che il cambiamento era stato via via radicale e non ci si poteva fermare alla cultura tradizionale, ancorché classica, del lavoro: quello relativamente stabile delle grandi fabbriche o dei servizi, quando vi era una continuità che consentiva di leggere più direttamente e facilmente la condizione del lavoro che eravamo abituati a definire di sfruttamento. Col cambiamento delle strutture economiche e della dimensione sociale del lavoro, anche il diritto del lavoro doveva procedere verso il suo aggiornamento. Il lavoro poteva essere, o apparire, frantumato, ma non cambiava la sua essenza di sacrificio e di dipendenza. Bisognava che il diritto assumesse questa dimensione universale del cambiamento e adeguasse la sua natura fondamentale di difesa e promozione della persona. Bisognava recuperare una dimensione generale. E, in questa dimensione profondamente umana, contrastare il nuovo modello di separazione fra la vita ordinaria e il lavoro. Il suo insegnamento sollecitava una riflessione rinnovata e più profonda, e spesso entrava in contrasto con la tendenza all’adeguamento al cambiamento, considerato una dimensione del progresso economico e sociale, anche quando, in effetti, non lo era, Una dinamica che si poteva definire una dimensione più sofisticata dello sfruttamento. Talvolta non riconoscibile o di proposito occultata. Non ci si può sorprendere se spesso il suo insegnamento anche fuori dell’Università rimaneva – o sembrava rimanere – inascoltato. Ma questo non ha mai interrotto il suo percorso di Maestro. Bisognava certo mutare prospettiva nell’analizzare il lavoro, riconoscerlo e promuoverlo, ma vi era una dimensione immutabile nel suo ruolo di fondamento nella vita e personale e nei riflessi familiari e collettivi che accompagnano milioni di uomini, donne,  giovani nell’apprendimento e nello svolgimento dei rapporti sociali che accompagnano il lavoro.
Il pensiero di Romagnoli via via entrava in contrasto con quello prevalente, tendente più a giustificare il cambiamento che non ad analizzare le dimensioni profonde in grado di agire, spesso di frammentare e di rendere incerta la dimensione del lavoro come espressione della personalità, della continuità ed evoluzione del lavoratore. Per molti versi il suo insegnamento ha operato, anche senza un esplicito riconoscimento, sull’evoluzione delle nuove forme del lavoro. In definitiva, sul mondo in cui viviamo. È spesso destino dei maestri che il loro insegnamento, pure incisivo e realistico, rimanga in ombra.
Umberto Romagnoli ha onorato con la sua assidua presenza e il suo insegnamento le riviste Eguaglianza e Libertà e Insight, sui cui molti di noi scrivono. Sarebbe difficile non conservare un grande senso di gratitudine e non coltivare la sua analisi ricca di passione e profondità anche oggi che da noi si è allontanato.

CREDITI FOTO: MAURIZIO BRAMBATTI/ANSA/DEF (Il professor Romagnoli durante una commemorazione pubblica, 19 maggio 2000)



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