La Sicilia incenerita. Roghi e blackout, in fumo anche gli investimenti del Pnrr

La Sicilia inizia la conta dei danni causati dai numerosissimi incendi che hanno devastato il territorio in conseguenza delle altissime temperature registrate tra il 24 e il 26 di luglio, con picchi anche di 47 gradi. Strade, aeroporti e tratte ferroviarie sono bloccate. L’intervento statale è più che mai necessario, ma è notizia di questi giorni che il governo ha intenzione di tagliare tutti gli investimenti precedentemente previsti dal PNRR alla Sicilia.

Maria Concetta Tringali

In Sicilia, si sa, l’estate è di fuoco, ma quest’anno lo è anche più del solito. Negli ultimi giorni di quello che l’Onu e Copernicus hanno definito il mese di luglio più torrido che mai, la Regione inizia la conta dei danni causati dai numerosissimi incendi che hanno devastato il territorio. In conseguenza delle altissime temperature registrate tra il 24 e il 26 di luglio, con picchi anche di 47 gradi, roghi e black– out in tutta l’isola, intere zone metropolitane senza luce né acqua per giorni, i cavi dell’Enel letteralmente disciolti sotto un sole che così caldo forse non s’era mai visto. I danni all’ecosistema sono già stati definiti incalcolabili dagli esperti.

Per una primissima stima si attendono i dati, molti dei quali giungeranno dalle associazioni di categoria del settore turistico, già travolto dalle conseguenze del rogo che aveva coinvolto l’aeroporto Fontanarossa di Catania. Pare a causa di un cavo di stampante, infatti, che il terminal principale dello scalo etneo era andato a fuoco nella notte del 16 luglio. La vastità dell’incendio aveva paralizzato l’impianto che a oggi funziona a meno del 50%, con l’intero traffico Schengen del tutto bloccato.
I dirottamenti di questi giorni sugli aeroporti di Palermo, Trapani e Comiso non hanno creato solo disagi ma hanno piuttosto scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora.

E ciò, mentre il governo era tutto intento a strombazzare di progetti megagalattici per il solito Ponte sullo Stretto, costituire le ennesime inutili società e nominare i soliti super dirigenti, con l’ANAC a fare da controcanto e bollare l’operazione. Già ad aprile il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione puntava il dito: “Il decreto– legge sul Ponte sullo Stretto di Messina, essendo entrato in vigore facendo proprio il progetto dei privati del 2011, ha determinato una posizione di vantaggio del Contraente generale privato. È stato riconosciuto come valido nel 2023 il progetto del 2011 – denunciava Giuseppe Busìa ad aprile, in sede di audizione alla Camera –  evitando la gara pubblica, senza aver risolto il contenzioso precedente”.

Ma torniamo a quel vaso scoperchiato che, a questo punto, merita un qualche approfondimento. Muoversi per attraversare la Sicilia, è un viaggio della speranza: lo sanno da sempre gli isolani, dopo i roghi di quest’estate lo sanno anche i forestieri. Per spostarsi da Catania e prendere un aereo a Palermo, una simulazione sul sito di Trenitalia suggerisce che ci vogliono tra le 4 e le 5 ore e che non bastano invece per raggiungere Trapani, dove non si può arrivare senza mettere in conto dalle 8 alle 16 ore di viaggio e fino a 5 cambi. Il trasporto su gomma non se la cava meglio: interi tratti di autostrada interrotti per il fuoco si sommano ai cantieri ultradecennali che impreziosiscono le nostre autostrade con transenne e segnaletiche colorate. Nel messinese ci sono voluti 8 anni per la riapertura di una galleria sulla A18, dopo la frana di Letojanni e i lavori – a dire del Commissario per il dissesto idrogeologico –  non sono nemmeno finiti.

Ma la novità più eclatante è di questi giorni: il raddoppio ferroviario della tratta Catania– Palermo– Messina che era stato inserito negli interventi da finanziare con i fondi del PNRR, non si farà più, almeno non per i prossimi tre anni. La notizia, taciuta da molti, è la ridefinizione del Piano decisa dal governo Meloni e che sacrifica proprio la Sicilia. La proposta di revisione, inclusiva del nuovo capitolo REPowerEU, si sostanzia in una modifica che tocca 144 misure. L’esecutivo rimodula 15,9 miliardi di euro che costituiscono circa l’8% del totale delle somme concesse dall’UE, definanziando opere e tagliando fondi proprio sul dissesto idrogeologico.

Ma andiamo a ritroso, così che non si possa dire di non aver capito. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza italiano prende forma tra il settembre del 2020 e l’aprile del 2021: il documento definitivo è trasmesso dal Governo Draghi alla Commissione europea il 30 aprile; l’approvazione è del luglio 2021.
Quel Piano conteneva per l’Italia un programma per il periodo 2021– 2026: 132 investimenti e 63 riforme, con 191,5 miliardi di euro finanziati dall’Unione europea (68,9 miliardi di euro di sovvenzioni a fondo perduto e 122,6 miliardi di euro di prestiti). Investimenti per 4.640.000.000 euro erano destinati alla rete ad Alta Velocità, allo sviluppo dei servizi ferroviari (sia passeggeri sia merci) a lunga percorrenza; e ciò in coerenza con le esigenze di connettività delle Regioni meridionali. Lo scopo ovviamente doveva essere quello di ridurre i tempi e di aumentare la capacità nelle tratte Palermo – Catania – Messina (sub– investimento 1.1.2.), come doveva essere anche per quelle di Napoli – Bari (sub– investimento 1.1.1) e Salerno – Reggio Calabria (sub– investimento 1.1.3).

Ed è qui che – dopo i roghi che hanno letteralmente messo in ginocchio l’isola – accade non solo l’imponderabile ma anche l’inverosimile. E infatti, mentre il presidente della Regione Schifani (in quota Forza Italia) batte cassa e chiede – con fare comprensibilmente straziato – aiuti economici per l’emergenza incendi, il suo stesso governo pone al voto della maggioranza un documento in cui rinuncia proprio a quegli interventi strutturali che dopo i fatti di luglio sono da ritenersi anche più che improcrastinabili! A leggere il testo si scopre infatti che il soggetto attuatore della misura ha proposto non solo una rimodulazione ma anche il definanziamento di 787 milioni di euro: di fatto si cancellano quasi per intero i lavori di riqualificazione delle tratte siciliane.

Nell’Elenco delle misure da eliminare dal PNRR compaiono interventi per un totale di 15.890.899.998,00 di euro. A rimanere sacrificati sono obiettivi tra cui proprio il Potenziamento dei servizi e infrastrutture sociali di comunità (da 724.999.998,00 di euro), le Misure per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico (da 1.287.100.000,00 di euro), quelle di Resilienza, valorizzazione del territorio ed efficienza energetica dei Comuni (da 6.000.000.000,00 di euro), la Rigenerazione urbana, per ridurre situazioni di emarginazione e degrado sociale (da 3.300.000.000,00 di euro), la Promozione di impianti innovativi (da 675.000.000,00 di euro) e persino la Valorizzazione dei beni confiscati alle mafie (da 300.000.000,00 di euro) e la Tutela e la valorizzazione del verde urbano ed extraurbano (da 110.000.000,00 di euro).

Le opposizioni (De Andrè docet) si indignano, non gettano la spugna e infine insorgono. In testa il Pd con Anna Ascani, vicepresidente della Camera: “Mentre Musumeci riferisce a Montecitorio sulle tragedie di questi giorni legate al cambiamento climatico, Fitto annuncia la rinuncia a una parte di fondi Pnrr destinati al dissesto idrogeologico e alla transizione ecologica. Una scelta gravissima, miope, completamente sbagliata”.
La proposta scellerata, intanto, una volta licenziata dalla Cabina di regia è passata all’esame del Parlamento lo scorso 27 luglio, in vista della seduta del primo di agosto. Quella stessa maggioranza che i siciliani hanno votato in massa – forti anche dell’astensionismo ai massimi storici – certamente non deluderà le aspettative: Fratelli d’Italia, Lega a Forza Italia sapranno (come al solito) porre il meridione al centro dei loro pensieri e in vetta alla lista delle loro priorità; si tratta in fondo solo di capire quali.

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FOTO ANSA / Vigili del Fuoco



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