Roma e i rifiuti, l’incendio a Malagrotta e il fallimento della politica

Intervista a Massimiliano Iervolino, segretario dei Radicali e già consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle ecomafie, per analizzare quanto sta accadendo a Roma dopo il rogo che ha interessato il Tmb di Malagrotta.

Daniele Nalbone

Roma. Dicembre 2018. Le fiamme distruggono l’impianto di Trattamento meccanico biologico (Tmb) di via Salaria. Sempre Roma. Marzo 2019. Un incendio divampa nel Tmb di Rocca Cencia. Ancora Roma. 15 giugno 2022. Un rogo divora il Tmb di Malagrotta. Tre incendi in quattro anni. Casualità? Inefficienza? Altro? “La magistratura deve fare luce su quanto accaduto” spiega Massimiliano Iervolino, segretario dei Radicali e già consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle ecomafie, uno dei pochi politici – purtroppo – che di ciclo dei rifiuti ne capisce. Ma, “in attesa che la giustizia faccia il suo corso è chiaro che i tre incendi denotano una gestione dei rifiuti immonda”.

Qual è, oggi, il problema principale della gestione dei rifiuti a Roma?
Una cosa che diciamo da ormai dieci anni: proprio gli impianti di Tmb. Funzionano male e sono sovraccarichi. Funzionano male perché sovraccarichi. Sovraccarichi perché funzionano male. C’è problema sia “in ingresso” – devono trattare così tanti rifiuti che le fosse sono sempre piene, ed essendo sempre piene, sono facilmente incendiabili – che “in uscita”, ed è quello che è accaduto a Malagrotta: ci sono depositi temporanei di rifiuti che prima di essere portati all’incenerimento finale restano in attesa dei camion per giorni. Al momento, sembra che l’incendio sia divampato all’interno del gassificatore, spento da anni, che viene usato come deposito temporaneo. Immaginate, montagne di plastica e carta che restano all’interno di un impianto per giorni. Basta niente per appiccare un fuoco. Ed ecco quello che succede.

Quanto è preoccupante la situazione in prospettiva per la Capitale?
L’impianto bruciato, il Tmb2, lavorava 900 tonnellate di rifiuti al giorno e che ora dovranno finire in un altro impianto. Ma il Lazio è già in emergenza, e difficilmente la situazione si troverà all’interno della regione. Si dovrà quindi ricorrere ad altri impianti. Però qui parliamo di spazzatura “tal quale” non passata attraverso un Tmb. Ergo, servirà un accordo politico tra regioni. Ma Roma già oggi porta la grande maggioranza dei suoi rifiuti fuori dal suo territorio. Diciamo che se si troveranno altri siti in cui portare i rifiuti, lo si farà pagando una cifra notevole.

Durante la giunta Raggi è stato tra i proponenti di ‘Ripuliamo Roma’, una proposta di un sistema alternativo di gestione dei rifiuti che non prevedeva gli inceneritori. O, come li chiama il sindaco Gualtieri, i termovalorizzatori. Cosa è accaduto?
La nostra proposta è stata bocciata durante la consiliatura Raggi a causa del voto di astensione del Movimento 5 stelle. Era una proposta complessa, articolata, che prevedeva una serie di atti – dalla raccolta porta a porta per l’umido alla riconversione dei Tmb in “fabbrica di materiali” fino all’individuazione di una piccola discarica di servizio che doveva contenere massimo il 10% dei rifiuti totali di Roma – per andare verso un principio ben chiaro: quello di economia circolare. Poche settimane fa il sindaco Gualtieri, in aula, ha pubblicamente dichiarato l’intenzione di costruire un termovalorizzatore di “tal quale” da 600mila tonnellate all’anno: è una soluzione, ovviamente, ma non è la soluzione migliore.

Perché?
Un termovalorizzatore significa seguire un’economia lineare e non circolare. Inoltre, qui parliamo di un impianto che, a livello nazionale, sarebbe secondo solo a quello di Acerra, che lavora 660-680mila tonnellate all’anno. Un simile impianto ha bisogno di una enorme quantità di rifiuti per i prossimi trenta, quaranta anni.

In tutto questo, non possiamo non affrontare un tema relativo ai rifiuti: l’assenza di un sistema di raccolta differenziata adeguato. E, parlando di emergenza – che ormai di emergenza non è – la soluzione di un inceneritore richiede tempi più lunghi rispetto a un forte investimento sulla raccolta differenziata.
La nostra proposta – di economia circolare, ribadisco – ha tempi di realizzazione decisamente più brevi rispetto alla costruzione di un termovalorizzatore, questo è certo. Il problema è proprio la raccolta differenziata: negli ultimi anni, con la sindaca Raggi, la percentuale di rifiuti differenziati è cresciuta di pochi punti. Il testo unico ambientale prevede invece una raccolta differenziata del 65%: da anni Roma è fuori dai livelli previsti dalla legge. La classe dirigente della città dovrebbe lavorare per aumentare la raccolta differenziata della parte umida, quella che crea maggiori problemi: raccogliendo “porta a porta” i rifiuti potremmo differenziare il secco sia a monte che a valle degli impianti. Dovremmo modificare gli attuali Tmb, certo, ma trasformarli in “fabbrica di materiale” è possibile. Assolutamente possibile.

Veniamo alla sua ultima proposta, un referendum consultivo per dare la possibilità ai romani di decidere se costruire o meno un inceneritore. Perché? E, le chiedo, non teme che non ci sia oggi il giusto livello di conoscenza sul tema per chiamare i cittadini alle urne, che potrebbero essere spinti solo dalla paura di continuare a vivere in una città piena di rifiuti?
La proposta di Gualtieri non si ferma al termovalorizzatore, ma tocca l’intero ciclo dei rifiuti. Concordo con quello che dici: ma credo che la consultazione popolare possa essere proprio quella scintilla necessaria ad accendere il dibattito, ma è chiaro che i partiti e gli organi di informazione dovranno fare la loro parte. La società deve interessarsi. Personalmente credo che senza referendum il rischio è di avere altri cinque anni di immobilismo che aggraverebbero il problema ambientale. La priorità, oggi, è assolutamente quella di costruire nuovi impianti e rendere moderni quelli esistenti, ma serve una visione e una condivisione. Più si allarga la forbice tra elettorato e politica, più sarà difficile risolvere la questione relativa al ciclo dei rifiuti. Che è una questione di democrazia.

CREDIT FOTO: ANSA/VIGILI DEL FUOCO



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