Gestire le spiagge è un affare per pochi: il caso Sabaudia

Nella città cara a Moravia, Pasolini e, ancora oggi, a Dacia Maraini la dimostrazione di quanto il business delle concessioni balneari sia terreno fertile per la corruzione.

Marco Omizzolo

Svegliarsi e assistere all’arresto del sindaco della propria città e di gran parte della classe dirigente, determina un misto di rabbia e vergogna. È per certi aspetti peggio della pandemia. È uno sfregio che fatica a rimarginare. È capitato a Sabaudia, città che per molti è solo un luogo di villeggiatura, incastonato tra le spiagge dorate del Parco nazionale del Circeo e i Monti Lepini, ad appena cento chilometri da Roma. La città che fu cara a Moravia, Pasolini e ancora oggi a Dacia Maraini, ha visto la sua classe dirigente protagonista di un sistema affaristico-clientelare che ne ha umiliato la dignità e la fiducia della cittadinanza.

Il 21 febbraio scorso, con l’operazione “Dune”, i Carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Latina, insieme ai comandi provinciali di Roma e Varese, a Sabaudia hanno infatti eseguito un’ordinanza nei confronti di 16 indagati, accusati di peculato, corruzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, turbata libertà degli incanti e del procedimento di scelta del contraente e falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico. Una sfilza di reati che farebbero impallidire anche navigati professionisti della truffa.

L’attività di indagine, condotta dal procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e dai sostituti Antonio Sgarrella e Valentina Giammaria e seguita dal procuratore della Repubblica Giuseppe de Falco, è iniziata a novembre 2019 dopo un incendio avvenuto alla centrale termica dell’Ente Parco Nazionale del Circeo, a cui sono seguite alcune minacce rivolte al comandante della stazione carabinieri forestali “Parco di Sabaudia”. Le indagini hanno individuato gravi irregolarità nell’assegnazione delle concessioni demaniali rilasciate dal Comune pontino per lo svolgimento delle attività balneari.

Tutte le quarantacinque assegnazioni avrebbero infatti goduto delle indebite pressioni esercitate dal Sindaco e avvocato Giada Gervasi, che subito dopo l’arresto ha rassegnato le dimissioni, su alcuni dirigenti comunali per sospendere la revoca delle relative concessioni balneari risultate irregolari. Un affare che nella città è da sempre colonna vertebrale del consenso e del potere politico locale. L’accusa ha ricostruito undici episodi di turbativa d’asta, per un giro d’affari di circa un milione di euro.

Proprio gli stabilimenti meta di turisti provenienti da tutto il mondo rinnovavano le proprie concessioni semplicemente entrando nel cerchio magico degli “amici degli amici” dell’amministrazione comunale. Non bastavano i progetti, evitati per un soffio, di portualità nel lago di Paola, la distruzione di un ponte romano, gli anomali incendi avvenuti a danno proprio di alcuni stabilimenti balneari e con essi anche delle auto dei relativi proprietari, le denunce di interessi mafiosi sempre più voraci. Ora sopraggiunge un sistema d’affari, certo ancora da dimostrare, espressione certa di profonde incapacità amministrative, di un coma etico senza precedenti nella storia della città e di spregiudicate ansie di potere.

Anche la coppa del mondo di canottaggio, che si sarebbe dovuta svolgere nel 2020 sul lago di Paola, vetrina mondiale per la città che ospita anche il presidente del Coni Giovanni Malagò, è servita per affidare appalti agli imprenditori “amici degli amici”. Dalle intercettazioni emerge addirittura la lode al Covid-19 da parte del direttore del Comitato Sabaudia 2020, Luigi Manzo, che dichiara: “Grazie a Dio, grazie al Coronavirus che ci sta salvando la pelle e le palle”. La telefonata era diretta a Sergio Lamanna, comandante del centro remiero della Marina Militare, e racconta il fallimento dell’organizzazione dei mondiali di canottaggio, attestando l’incapacità della classe dirigente della città di cogliere un’opportunità irripetibile. E poi gravi episodi di peculato, corruzione e falso compiuti da agenti dei Carabinieri forestali di Sabaudia, per la falsa attestazione, per presunti motivi di incolumità e sicurezza, di interventi per il taglio di alberi, favorendo ditte compiacenti. Alcuni di questi, come se non bastasse, sono anche proprietari di alcuni stabilimenti balneari sul lungomare cittadino. Sono emersi inoltre episodi di turbativa d’asta commessi dall’ex direttore del Parco Nazionale del Circeo, Paolo Cassola, per l’affidamento diretto dei lavori per la realizzazione di progetti sul cambiamento climatico.

I dodici indagati sono finiti agli arresti domiciliari e i restanti quattro hanno il divieto o l’obbligo di dimora, l’interdizione temporanea dai pubblici uffici, dai servizi e il divieto di esercitare la professione per 12 mesi. Un sistema illegale e non un singolo episodio, dunque, derivante dalla saldatura tra interessi politici e imprenditoriali governati da chi aveva il dovere e il potere di tutelare Sabaudia ed invece l’ha inesorabilmente tradita e umiliata, facendola precipitare nelle paludi del malaffare. I cittadini e soprattutto i giovani della città, ora sanno di non poter prendere come esempio questa classe dirigente, condizionata da interessi gestiti a proprio esclusivo vantaggio, ipotecando opportunità, sviluppo, lavoro e legalità in cambio di una manciata di voti e di qualche articolo sui giornali. Qualcuno afferma che, a questo punto, non si può che risalire. Forse è vero ma sul fondo sarebbe stato meglio non precipitare, o almeno non in questo modo.



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