L’attacco dell’industria fossile al Recovery Plan. La denuncia di Re:Common

Il comparto dei combustibili fossili, guidato da Eni e Snam, è riuscito a imporre la propria agenda al governo italiano per cercare di incassare una cospicua fetta dei fondi previsti dal Recovery Plan. Tentativo solo in parte neutralizzato dalla Commissione europea.

Redazione

Da quando, nel luglio del 2020, è stato annunciato il Recovery Plan l’industria fossile è riuscita a ottenere almeno 102 incontri con i ministeri incaricati di redigere il piano: una media di oltre due incontri a settimana. Eni ha dominato l’azione lobbistica con almeno 20 incontri ufficiali, che gli hanno consentito di perorare la causa dell’idrogeno (che attualmente è prodotto per oltre il 90% da gas), del biometano e della cattura dell’anidride carbonica. Stesso numero di incontri anche per Snam, la società che controlla la rete di gasdotti in Italia e nel resto del continente europeo.

È la denuncia che i ricercatori di Re:Common, assieme alla rete europea Fossil Free Politics, hanno lanciato il 28 giugno con il Rapporto “Ripresa e Connivenza”, redatto da Alessandro Runci.

Attraverso questa imponente azione di lobby, multinazionali come Eni e Snam sono riuscite a plasmare il Piano di Ripresa italiano a propria immagine e somiglianza. L’esempio più lampante è quello relativo all’idrogeno, che ha acquisito sempre più importanza nel PNRR, fino a diventarne il protagonista indiscusso. «Sebbene inizialmente gli investimenti sembrassero orientati verso l’idrogeno “verde” (generato da fonti rinnovabili, che attualmente rappresenta meno dell’1% della produzione complessiva in Europa), le pressioni del comparto fossile hanno fatto sì che il focus virasse su quello “blu”, prodotto da metano, con la cattura della CO2», scrivono i ricercatori. «I finanziamenti complessivi dedicati all’idrogeno sono più che quadruplicati dalla prima versione del PNRR a quella trasmessa alla Commissione europea, passando da 1 a 4,2 miliardi. In quest’ultima, circa metà degli investimenti riguardavano l’utilizzo dell’idrogeno per l’industria hard-to-abate, ovvero settori particolarmente energivori e la cui elettrificazione è più complessa».

Un piano che però non è piaciuto alla Commissione, che in ultimo ha costretto il governo italiano a ritirare alcune delle misure più controverse, in particolare quelle che spalancavano la porta all’idrogeno blu e al gas fossile. «La condizione arrivata in extremis da Bruxelles – spiega Re:Common – ridimensiona almeno in parte le ambizioni dell’industria del gas, ma non si può ancora tirare un sospiro di sollievo. Anche nella versione del PNRR approvata a giugno dalla Commissione Europea sono state mantenute alcune scappatoie, come per esempio la possibilità di produrre idrogeno utilizzando l’elettricità proveniente dalla rete. L’industria vorrebbe spacciare questo come idrogeno verde, anche se chiaramente la produzione attuale di energia elettrica in Italia è tutt’altro che pulita, basandosi ancora su gas e carbone per circa il 70%».

Al di là dell’esito finale, i ricercatori denunciano come il processo di stesura del Recovery Plan abbia mostrato chiaramente il potere di cui godono le multinazionali del fossile come Eni e Snam. «Il ministero dello Sviluppo economico ha giocato un ruolo chiave nell’orientare il Recovery Plan, ma decisiva è stata poi la costituzione del ministero della Transizione ecologica, guidato da Roberto Cingolani» ex manager del colosso delle armi Leonardo. «Sin da subito, Cingolani ha spalancato le porte del MITE all’industria fossile, con cui il ministero ha avuto oltre tre incontri a settimana, di cui 18 alla presenza del ministro in persona».

L’azione lobbistica, denuncia Re:Common, ha raggiunto il suo apice nei mesi successivi all’insediamento del governo Draghi. «L’industria fossile ha partecipato a dozzine di audizioni parlamentari. Tra febbraio e aprile 2021, il comparto energetico ha preso letteralmente d’assalto i centri di potere istituzionali, organizzando 49 incontri con il ministero per la Transizione Ecologica e quello per lo Sviluppo Economico».

E nonostante il freno tirato da Bruxelles, c’è poco da stare tranquilli. «Quella che emerge dalle pagine del PNRR è una visione di futuro che non si discosta minimamente dal passato e intende riprodurre lo stesso sistema che ha causato le crisi che viviamo attualmente. Una visione che rimane appiattita sulle pretese dell’industria fossile e che non risponde a nessuna delle esigenze reali del Paese e delle classi sociali più colpite dalla pandemia. Un Piano che non indica alcuna via d’uscita dalla crisi climatica, ma anzi rischia di accelerarne l’incedere. Il modello di riforme delineato nel PNRR prospetta inoltre un ulteriore accentramento del processo decisionale, teso a restringere ancora di più lo spazio per il dissenso e l’esercizio democratico. Un tentativo molto chiaro di impostare un modello di gestione delle crisi dall’alto, per nulla trasparente e che non ammette voci fuori dal coro. La facilità con la quale le lobby del fossile sono riuscite a influenzare le scelte dei decisori politici rispetto a quello che è stato presentato come il Piano che cambierà il futuro del Paese è assolutamente disarmante. La permeabilità delle istituzioni alle multinazionali – è la conclusione del Rapporto – mostra l’esigenza di riconquistare dal basso spazi di democraticità, senza i quali sarà impossibile vincere battaglie epocali come quella per la giustizia climatica».



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