Cause e conseguenze dell’allargamento della Nato a Svezia e Finlandia

Nonostante sia perfettamente comprensibile perché l'adesione dei due Paesi nordici alla Nato irriti tanto Putin, non accoglierli significherebbe piegarsi alle sue prevaricazioni.

Fausto Pellecchia

Osservando la cartina dell’Europa, si comprende immediatamente perché l’imminente adesione della Finlandia e della Svezia alla Nato possa condurre all’esasperazione Vladimir Putin. Il mar Baltico, dalla Danimarca, che ne chiude l’accesso a ovest, si distende per 365.000 km quadrati tra la Germania, la Polonia e i Paesi baltici a sud, mentre la Svezia e la Finlandia lo stringono a tenaglia al nord. Infine, ad est, al fondo del golfo di Finlandia, c’è anche la Russia, con San Pietroburgo – città natale di Putin. Quando la Finlandia, con i suoi 1.300 km di frontiera con la Russia, e la Svezia, due paesi ben armati e addestrati, entreranno nell’Alleanza atlantica, il mar Baltico sarà per la Nato nulla più che uno stagno domestico.

Conoscendo la passione che lo stesso Vladimir Vladimirovitch riserva alle vicende storiche della grande Russia, si può immaginare ancor meglio il suo attuale furore. Svezia e Finlandia non sono dei Paesi confinanti qualsiasi per l’Impero russo. Ingaggiando una lunga guerra con la prima, dal 1700 al 1721, Pietro il Grande modernizzò a marce forzate la vecchia Russia patriarcale e contadina, su raccomandazione del suo consigliere, il filosofo Gottfried Leibniz. Putin adora Pietro il Grande. E i russi conoscono a memoria i versi di Aleksandr Sergeevič Puškin su San Pietroburgo: «Da qui noi minacceremo gli Svedesi. Qui, sarà costruita una città che farà infuriare il nostro superbo vicino. Qui la natura ci ordina di aprire una finestra sull’Europa.» Quanto alla Finlandia, aggredita dall’armata sovietica nel 1939, essa ha tenuto testa al suo vicino e gli ha inflitto perdite memorabili. L’adesione alla Nato della vecchia rivale svedese e dei feroci finlandesi costituisce perciò un intollerabile cruccio per il presidente russo.

Ci si può pertanto chiedere se sia davvero una buona idea quella di versare benzina sul fuoco nel corso di un aperto conflitto. Due cose sembrano tuttavia incontestabili. Innanzitutto, Vladimir Putin è pervenuto a un risultato inverso rispetto a quanto aveva dichiarato di ripromettersi attaccando l’Ucraina: impedire ad ogni costo alla Nato di avvicinarsi alle frontiere della Russia – anche se non era all’ordine del giorno una imminente adesione dell’Ucraina. Oggi egli si ritrova con due rivali in più in una Alleanza rivitalizzata come mai prima d’ora. Infatti, il processo in corso, oggettivamente, isola e indebolisce la Russia. D’altra parte, però, la guerra con l’Ucraina sembra portare acqua al mulino di Putin, che non cessa di denunciare l’espansione di una Alleanza geograficamente sempre più vicina e incombente per la Russia. Si tratta, con tutta evidenza, di un argomento capzioso, poiché le candidature finlandesi non precedono, ma seguono la terribile invasione russa dell’Ucraina. Conoscendo il talento retorico di dirigenti putiniani, che spesso e volentieri invertono il ruolo tra gli aggressori e gli aggrediti, tra il prima e il poi, si può essere certi che Putin giustificherà le prossime azioni belliche dicendo. “Vi avevo avvertiti che la Nato avrebbe cercato di circondarci”.

È dunque davvero necessario ammettere nella Nato i due paesi nordici, anche sapendo che Putin brandirà regolarmente, come inevitabile conseguenza, la minaccia nucleare? A mio parere, bisogna farlo. Innanzitutto perché i loro abitanti lo reclamano insistentemente, temendo di essere le prossime vittime nella lista degli obiettivi del Cremlino. Penso che se fossimo al loro posto, chiederemmo la stessa cosa, cioè la protezione di una alleanza costituita da democrazie adeguatamente armate. Non dimentichiamo che non è la Nato che si espande, ma sono due Stati sovrani che chiedono di entrarvi. Inoltre, se continuassimo ad aver paura di irritare “l’orso russo”, aiutando i popoli che si sentono minacciati o che sono da esso aggrediti, finiremmo per piegarci dinanzi alle sue prevaricazioni – com’è già accaduto in Georgia nel 2008, in Siria nel 2013 e in Ucraina nel 2014. Vladimir Putin, uomo formatosi all’epoca dell’Unione Sovietica, mostra di non saper recedere se non davanti alla forza.

In ogni caso, che si sia favorevoli o contrari rispetto a questa adesione, si può essere sicuri che Putin se ne servirà come pezza d’appoggio per la sua propaganda. Nei suoi Essais (III, 8) già Montaigne osservava che se la cosa più interessante in una discussione fosse l’intento di essere ripresi e di modificare la propria opinione ascoltando quella altrui, «sarebbe assai disagevole attirarvi gli uomini del proprio tempo» in quanto ogni discussione si nutre segretamente dell’orgoglio di chi vi partecipa. Ma non v’è, tuttavia, alcuna ragione di disperare, continua Schopenhauer nella sua “Arte di averse sempre ragione” (1864), giacché questo comportamento è “la base stessa della natura umana”. La nostra «innata vanità […] non sopporta che la nostra posizione sia falsa e che quella dell’avversario sia corretta». È sufficiente, aggiunge il filosofo, un po’ di malafede. Il piacere di avere ragione ha comunque il sopravvento su ogni altra considerazione.
In questo senso, Vladimir Putin, che monologa invece di dialogare, che non esita ad affermare che il presidente ucraino è un nazista e che sono stati i soldati ucraini a distruggere Mariupol, continuerà ad approfittare di ogni occasione per spiegare a chi voglia intenderlo che il suo Paese è la vittima dei misfatti occidentali. Che lo faccia, dunque, ma che almeno i suoi vicini siano protetti dalle sue prossime “guerre preventive”.

CREDIT FOTO: EPA/JOHANNA GERON / POOL



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