L’Intelligenza Artificiale cambierà la scuola?

“Pedagogia algoritmica. Per una riflessione educativa sull’Intelligenza Artificiale” di Chiara Panciroli e Pier Cesare Rivoltella è una lettura che offre uno sguardo d’insieme sulle questioni aperte dall’IA nella vita di tutti i giorni, e – in ambito strettamente educativo – a sollecitare riflessioni interessanti.

Carlo Scognamiglio

La ricerca in ambito didattico non ha ancora avuto il tempo e l’occasione per elaborare o sperimentare approcci metodologici che aggiungano il ricorso sistematico all’Intelligenza Artificiale nei processi di insegnamento e apprendimento. Con ciò non si deve intendere che non vi siano pubblicazioni degne di nota in questo ambito d’indagine. Anzi, sono molti decenni che – a partire dalle prime ipotesi di machine learning e non senza qualche prospettiva fantascientifica – si ragiona sull’impiego di robot intelligenti nei processi educativi. Ma l’applicazione ordinaria, nella didattica d’ogni giorno, di sistemi di elaborazione come Chat GPT all’interno della vita scolastica, devono ancora fornire elementi concreti per un discorso pubblico consapevole sul rapporto tra scuola e IA.

Chiara Panciroli e Pier Cesare Rivoltella hanno appena pubblicato per la casa editrice Scholé un libricino intitolato: Pedagogia algoritmica. Per una riflessione educativa sull’Intelligenza Artificiale, una lettura utile soprattutto a favorire uno sguardo d’insieme sulle questioni aperte dall’IA nella vita di tutti i giorni, e– in ambito strettamente educativo – a sollecitare almeno tre riflessioni interessanti.

1) Quando si ribadisce l’importanza della media education, anche attraverso una sua integrazione con le attività disciplinari tradizionali, non sempre lo si fa per inseguire delle mode o dei finanziamenti, ma vi sono delle ragioni politico-sociali che troppo spesso si fa fatica a riconoscere, sia nella cultura di destra che in quella di sinistra. Apprendere il funzionamento dei codici di programmazione (coding), in particolare, diventa importante quasi come imparare a scrivere, se si colloca tale esigenza nella giusta prospettiva. Il codice, infatti, non ha a che fare solo con la generazione e l’uso di applicazioni nei servizi o nel mondo produttivo. Il codice, scrivono Panciroli e Rivoltella, “non può non essere appreso dagli studenti” (p. 16), perché crea mondo, diventa un dispositivo con cui si immagina e costruisce una vera e propria porzione di società, e con tutta probabilità andrà sempre più definendo le stesse possibilità di accesso a prodotti e servizi. L’esempio del Metaverso, da questo punto di vista, è una variante di possibilità che – al di là del suo successo o insuccesso – traccia una linea prospettica: si vanno costruendo ambienti e luoghi (dove comunque si sviluppa una parte della vita, nei suoi tratti cognitivi, emotivi ed economici: tutti elementi reali, realissimi) sostanzialmente codificati. La costruzione di questi mondi non può e non dovrà essere un’esclusiva possibilità di soggetti privati e dominanti, ma dovrà progressivamente democratizzarsi e, da questo punto di vista, sarà indispensabile un’alfabetizzazione informatica diffusa.

2) Un secondo passaggio degno di nota ha a che fare con i rischi derivati da un’eccessiva contiguità con le funzioni dell’Intelligenza Artificiale, la quale apprende e si rafforza utilizzando i nostri dati di utilizzo della Rete, che vengono raccolti sistematicamente e in ogni istante, attraverso i mille gesti che compiamo nel nostro ambiente di vita, non solo quando utilizziamo un pc o uno smartphone. La raccolta di dati, senza che vi sia chiarezza e trasparenza sul loro utilizzo da parte della macchina o dall’operatore umano che la controlla e li reinterpreta, costituisce sempre un grave pericolo per il singolo e la collettività, persino quando è fatta con le migliori intenzioni. Da questo punto di vista, Panciroli e Rivoltella mettono in guardia rispetto all’illusione data dagli applicativi di parental control. Non a caso, sono proprio i grandi gruppi economici che gestiscono Internet a promuovere e diffondere estensioni per limitare l’accesso ad alcuni siti (per il controllo da parte dei genitori) o a diffondere software gratuiti per monitorare il tempo di esposizione alla Rete. L’obiettivo è quello di distrarre gli utenti dal vero tema, e cioè la raccolta e l’uso, mai chiari, dei dati personali: “il risultato che si intende raggiungere è di opacizzare i processi, ovvero di rendere invisibile (o irrilevante) il fatto che le piattaforme raccolgono i nostri dati e se ne servono” (p. 89). La data literacy, da questo punto di vista, è un altro campo di lavoro (per la verità abbastanza noioso) che in prospettiva diventerà indispensabile per una questione di trasparenza e – ancora una volta – democratizzazione dei processi di Rete.

3) Un ultimo elemento di riflessione, che si raccorda in qualche modo al precedente, ha a che fare direttamente con le riserve e le potenzialità dell’IA nei processi educativi. Non vi è alcun dubbio che, al di là di una generale ignoranza del fenomeno tra gli addetti ai lavori, che dovrà sicuramente essere colmata nei prossimi mesi, serpeggiano legittimi timori e preoccupazioni rispetto a scenari di sostituzione della figura del docente o di stravolgimento dell’attività didattica tout court. Trovo cogente tuttavia il paragone proposto nel libro con quanto avvenne poco più di un secolo fa con l’avvento della cinematografia, quando di fronte alla prima proiezione de L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat dei fratelli Lumière, molte persone fuggirono dalla sala. La tecnologia cinematografica generò senz’altro processi di indottrinamento e forzata distorsione dell’immaginario, ma anche tanta arte e capacità di guardare il mondo in modo nuovo e alternativo: “sebbene oggi la nostra soglia di sensibilità verso il progresso tecnologico sia notevolmente mutata, ogni nuova tecnologia continua a suscitare timore” (p. 28). È ben possibile, dunque, che applicazioni come Chat GPT o future implementazioni della robotica nel processo di apprendimento modificheranno sia il lavoro dello studente che quello del docente, ma il dato più probabile è che, dopo una fase di assestamento, la macchina velocizzerà di molto alcuni processi di lavoro intellettuale tendenzialmente monotoni, lasciando all’operatore umano la possibilità di canalizzare tempo ed energie in attività maggiormente creative e, forse, più formative. Naturalmente dipende da come ci porremo di fronte al cambiamento: se chiuderemo gli occhi, ci piomberà addosso; se proveremo a intercettarne le logiche, saremo forse in grado – come è accaduto in altre fasi storiche di imponente innovazione tecnologica – di esprimere la nostra umanità.



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