Riflessioni sull’inevitabilità della morte: intervista a Banana Yoshimoto

L'autrice di fama internazionale parla del suo amore per l'Italia, della gioventù di oggi e di spiritualità: “Colpe e punizioni sono cose che ci attribuiamo da soli. Io scelgo di trattare qualsiasi argomento il mio intuito mi faccia ritenere necessario per le mie storie, rifuggendo toni banali o sensazionalistici. Questo è l’impegno che ho preso con gli dei della scrittura”.

Roberto Rosano

Banana Yoshimoto non ha bisogno di speciali presentazioni. Il suo successo in Occidente, partito proprio dal nostro Paese grazie alle splendide traduzioni di Giorgio Amitrano, Alessandro Giovanni Gerevini e Gala Maria Follaco, e irradiatosi nel resto d’Europa e negli Stati Uniti, è ormai sotto gli occhi di tutti: da Kitchen (Feltrinelli, 1991) al più recente Ciotole di riso. Le strane storie di Fukiage. Vol 2. (Feltrinelli, 2023, p. 128, euro 15). Persino le copertine dei suoi libri sono care all’iconografia di massa. I suoi lettori ormai abitano il suo mondo, fatto di malinconia, stupore, sofferenza, felicità, immaginazione. Quando si domanda loro che libro stiano leggendo, difficilmente rispondono con un titolo. Leggono Banana, così e semplicemente, e nei suoi sogni ormai sono di casa.

Signora Yoshimoto, del nostro Paese Lei ha elogiato molte cose. Persino la nebbia di Milano …
Amo l’Italia perché è un Paese che per certi versi somiglia al Giappone, per altri è completamente diverso: date importanza alla famiglia, ma in modo sempre spontaneo. Nelle città i negozi sembrano raggruppati in modo del tutto naturale, in risposta ai diversi gusti e modi di vita. Il vostro cibo e l’industria tessile sono di alta qualità. Amo anche i paesaggi storici, il lungo asse che va da nord a sud con la sua varietà di climi e paesaggi, un senso della moda che valorizza l’individualità di ogni persona in base al colore dei capelli e alla forma del viso.

Una volta, in Un viaggio chiamato vita (Feltrinelli, 2010), ha scritto: “Quando sulle spiagge italiane vedo signore e signori di stazza enorme che se ne stanno sdraiati con il grasso che fuoriesce dai costumi, mi sento sollevata”. Cosa la solleva del nostro “grasso nazionale”?
Al giorno d’oggi tutti mangiano meno, ma quando sono venuta per la prima volta, la quantità di cibo ai matrimoni e alle cerimonie di premiazione era incredibile. Tra me e me, pensavo: “Non avrò di che stupirmi se alla fine di tutto sarò ingrassata”.
Ma al di là del grasso in sé, mi dà un senso di pace, però, osservare la libertà di chi vive e si gode la propria vita. Non capita spesso di vedere nonne in bikini sulla spiaggia in Giappone. Quando ho sentito per la prima volta il termine “maniglie dell’amore”, mi sono fatta una bella risata. In Giappone non esiste un’espressione come questa.

Pur vivendo in un Paese così bello, secondo un recente studio, sono più di 50.000 gli hikikomori italiani, persone (soprattutto giovani) che hanno deciso di non uscire più di casa. Perché è così difficile essere giovani?
Gli hikikomori versano in situazioni di grande sofferenza. Quando provano a uscire di casa, tremano loro le gambe, non riescono a parlare con altre persone. È una malattia mentale che dovrebbe essere diagnosticata e trattata da specialisti. Nei casi non patologici, non sono del tutto contraria allo stile di vita di chi, pur riuscendo a interagire con altre persone, fare “un giro in centro” o una passeggiata, sceglie di uscire di casa il meno possibile.
Penso che quello di stare a casa il più possibile e di gestire come si vuole il proprio tempo sia un desiderio umano del tutto naturale.
Che sia una reazione normale, soprattutto se intorno a sé si vedono una prolungata recessione, una società stagnante, una situazione mondiale incerta, il cambiamento climatico e tutto il resto.
Penso che sia una buona tendenza per i giovani quella di cucirsi addosso la propria vita in futuro. Tra qualche decennio si misureranno con il sistema sociale e troveranno il loro posto.

Le sue storie sono delicate, intimiste, confortevoli, eppure sempre attraversate da una memoria mortis. La morte non manca quasi mai, insieme ad altre esperienze terribili, traumatizzanti. Che cosa ha ispirato questa ricerca?
Mi interessa molto il processo attraverso il quale le persone accolgono la morte e altre esperienze terribili nella loro vita, sia attraverso forze inconsce che attraverso le interazioni con altre persone, i piccoli eventi quotidiani e ovviamente il passare del tempo. Sebbene il contenuto di ogni singola esperienza sia completamente diverso, sembra esserci una certa legge, nel processo di guarigione, che non può mai essere completamente scandagliata.
Credo che tutto sia iniziato quando ero una bambina dal cuore sensibile e sentivo che il mondo era un posto orribile dove le persone erano in grado di uccidersi, odiarsi e umiliarsi a vicenda.

Una delle nostre scrittrici più importanti, Michela Murgia, ha da poco confessato di aver un tumore al quarto stadio. Eppure ne ha parlato con una dolcezza e una serenità che mi hanno ricordato proprio Lei, signora Yoshimoto…
È una cosa che può capitare a chiunque, in qualsiasi momento. E questo vale ancora di più con l’avanzare dell’età. Quindi tutto ciò che possiamo fare, oltre alle cure e alla preghiera, è non affidarci ai miracoli, ma cercare di trascorrere i giorni che ci restano nel modo più normale, bello e delicato possibile insieme ai nostri cari.

Lei parla con grande naturalezza, insieme alla morte, anche di sesso e identità di genere. I suoi romanzi non trasmettono mai un senso di peccato. Le viene naturale o il suo sguardo è andato depurandosi a poco a poco dai tabù?
Colpe e punizioni sono cose che ci attribuiamo da soli. Io scelgo di trattare qualsiasi argomento il mio intuito mi faccia ritenere necessario per le mie storie, rifuggendo toni banali o sensazionalistici. Questo è l’impegno che ho preso con gli dei della scrittura.

Ma c’è qualcosa che, invece, riesce a farla sentire in colpa?
Niente di niente. Non provo alcuna esitazione quando, tra tutte le possibilità espressive che ci sono nel nostro vasto mondo, scrivo storie che esplorano il senso di inevitabilità che governa le nostre vite.

Qualcuno dice che gli uomini hanno “inventato” (o se preferisce, scoperto) Dio perché avevano paura della tempesta, avevano freddo e si sentivano lontani da casa. Le capita mai?
Sì, mi capita. Quando scegli di credere in una legge più grande di te, riesci a sentire la presenza di qualcosa di immenso e trovi conforto nel cielo, nel mare, ma anche nella terra sotto i piedi, nella struttura del tuo corpo, e così via.

Dei tanti personaggi che ha raccontato, qual è quello a cui ripensa più spesso e perché?
Penso spesso alle sorelle gemelle della serie delle Strane storie di Fukiage. Penso che loro due rappresentino un equilibrio perfetto e mi piacciono.
Di recente, ho scritto un romanzo su giovani innamorati (il tema sono le famiglie in cui genitori dal forte sentimento religioso crescono i figli in stretta osservanza dei precetti di tali religioni) e penso spesso a quella bella coppia come se fossero i miei figli.

Questa rivista si chiama “MicroMega”, da un racconto filosofico di Voltaire in cui si scopre che l’essenza delle cose è in una pagina bianca, tutta da riempire… Lei quali parole scriverebbe su questa pagina?
Nessuna: credo che, in definitiva, sia la cosa migliore. È meglio affrontare come si può ciò che la vita ci mette davanti e lasciare che il resto accada da sé. Grazie per l’intervista! Non vedo l’ora di tornare in Italia.

Traduzione dal giapponese di Gala Maria Follaco



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