Intervista a Jan Brokken: i viaggi e l’Olanda, ancora preda del passato colonialista

Grande viaggiatore, giornalista e romanziere con molti titoli all'attivo (pubblicati in Italia da Iperborea), in questa intervista lo scrittore olandese Jan Brokken racconta innanzitutto la sua Olanda: Paese amato ma smarrito, dimentico del suo passato di terra aperta e solidale, ancora alle prese con le ferite aperte del suo colonialismo.

Roberto Rosano

Jan Brokken, autore olandese di madre russa, è capace di raccontare vite di personaggi fuori dall’ordinario, di grandi protagonisti del panorama musicale e letterario: lo ha fatto con Jurij Egorov (Nella casa del pianista, 2011), con Dostoevskij (Il giardino dei cosacchi, 2016). Ha anche raccontato il suo Paese e Amsterdam attraverso lo sguardo di Mahler (L’anima delle città, 2021) e ha affrontato il passato coloniale dei Paesi Bassi (La suite di Giava, 2023). I suoi scritti, nelle traduzioni di Claudia Cozzi, sono pubblicati dalla casa editrice Iperborea.

Di chi è figlio Jan Brokken?
Mio padre era uno studente di teologia dell’Università di Leyden, una delle più antiche d’Europa, che poi si è specializzato sull’islam. Mia madre, invece, era una donna poco istruita, ma che aveva iniziato a studiare il pianoforte all’età di otto anni. Poi, nelle Indie Orientali Olandesi (oggi Indonesia), ha imparato a scrivere e leggere il makassar e il buginese, lingue estremamente difficili. Si era trasferita da quelle parti con mio padre, che doveva condurre alcune importanti ricerche scientifiche sui movimenti islamici di conversione.

Era praticamente un missionario.
Sì, di base a Makassar, sull’isola di Sulawesi. Da allora miei genitori hanno vissuto vicende alterne: sette anni felici in quel paradiso e sette anni terribili nel campo di prigionia giapponese e durante la guerra di indipendenza. Io sono nato dopo il loro ritorno in Olanda. Mio padre, nel frattempo, era diventato un pastore protestante in un piccolo villaggio a sud di Rotterdam. Che cos’altro poteva fare in quegli anni con tutta la sua conoscenza dell’Islam? Il destino di mia madre, invece, fu ancora più triste: non sapendo come sfruttare la sua conoscenza delle lingue austronesiane e del pianoforte, divenne madre.

Come ha scoperto il suo talento nella scrittura?
Ho scritto le mie prime storie all’età di otto anni. Mio padre mi ha fornito carta, penna e dei bellissimi quaderni blu: è stata la cosa migliore che abbia fatto per la mia educazione. Ho scritto il mio primo diario quando avevo undici anni ed il mio primo resoconto di viaggio  quando ne avevo dodici, in Danimarca, dove mio fratello aveva trovato l’amore. In realtà, non volevo proprio essere uno scrittore, volevo soltanto scrivere.

Si è mai spiegato il perché?
Ne avevo bisogno per esprimere le mie impressioni, i miei sentimenti, per capire il mondo intorno a me. Non avevo neanche diciotto anni quando mi sono iscritto alla scuola di giornalismo e, già nel corso del primo anno, il direttore mi disse che sarei diventato un giornalista speciale. Il mio primo romanzo, tuttavia, non era così sorprendente. Posso dire di essere cresciuto a poco a poco e di aver maturato lentamente il mio stile di scrittura, che è questo mix di biografia, autobiografia, saggistica, romanzo.

Quali sono le penne che l’hanno influenzata maggiormente?
Mi dicono spesso che la mia vita è stata la realizzazione dei sogni dei miei genitori: sono diventato viaggiatore, ricercatore e antropologo culturale, quello che mio padre avrebbe voluto essere e non è stato. Il gusto per la parola, però, l’ho ereditato da mia madre: aveva uno stile bellissimo, cosa che si evince dalle lettere che ho incluso in La suite di Giava. Ma certamente i primi libri che ho letto appartenevano alla biblioteca di mio padre. È stato abbastanza saggio da non raccomandarmi mai dei libri. Ho dovuto scoprirli e leggerli io stesso. Ma ho visto autentiche lacrime nei suoi occhi quando mi ha sorpreso a leggere I dolori del giovane Werther, in tedesco! È stata un’esperienza travolgente.

E sua madre, invece?
Con mia madre ho esaminato tutti i miei saggi. Mi diceva “Puoi formulare questo più brevemente” oppure “Non hai un modo più elegante di esprimerlo?”. Quando avevo circa quindici anni, mi ammalai gravemente di una malattia allergica, che mi tenne a letto per molto tempo con gli occhi gonfi ed un terribile prurito. Così lei tirò fuori la sua natura slava e, per distrarmi, cominciò a leggermi gli autori russi, tutti i giorni, tutto il giorno: il Dottor Zjivago, Guerra e pace, Anna Karenina. Il modello della mia prosa è sempre stato Tolstoj, il suo ritmo, la sua bellezza. Solo lui e Thomas Mann, a volte, hanno saputo essere così profondi e così puri senza diventare pesanti. Ma devo ammettere che, da giovane giornalista, sono rimasto assai impressionato anche dall’enorme potere narrativo di Gabriel García Márquez, non solo dai suoi romanzi e dalle sue novelle, ma anche dal suo lavoro giornalistico. Era un grande osservatore dei potenti, penso a L’autunno del Patriarca, ma anche dei più poveri tra i poveri. Nel 1981, gli ho fatto un’intervista di due giorni, a Parigi. Dopo tre domande, mi ha interrotto dicendo: “Giovane uomo, non sei un giornalista, ma un autore che lavora al suo primo romanzo”. Aveva completamente ragione.

Le ha dato qualche spunto?
Mi suggerì di smettere di registrare e di prendere appunti  e di cominciare ad ascoltare veramente. Mi disse che, durante i suoi dodici anni di carriera giornalistica, non prese mai una sola nota. “Devi ascoltare ed osservare, tutto qui”. Odiava le interviste, ma si mostrò molto felice di darmi qualche consiglio durante le ore e ore trascorse ad un tavolino del caffè La Coupole o sulle panchine degli splendidi parchi parigini. Tutto quello che ho imparato nella scrittura, lo devo a lui, a Gabo. Lo penso molto spesso. Ancora. Anche quando ha detto sciocchezze, perché a volte poteva esagerare enormemente, sapeva inventare le sciocchezze più interessanti che avessi mai ascoltato.

Che libro ha in serbo?
Ho appena pubblicato un nuovo libro, nella mia madrepatria, che si chiama La scoperta dell’Olanda. Sarà pubblicato la prossima primavera anche in Italia. Un critico ha scritto che è in cima alla sua lista. Personalmente ho la sensazione di non aver ancora dato il meglio. Vorrei raggiungere la leggerezza pura.

Ma di cosa ha bisogno per scrivere una storia?
Direi una frase, un’immagine, una scena. Sto leggendo ora quello che è certamente uno dei migliori romanzi mai scritti in olandese, Le diecimila cose, di Maria Dermoût. È la Virginia Woolf olandese. Il romanzo, ambientato nelle Indie Orientali proprio nel periodo in cui anche i miei genitori erano lì, inizia con cinque o sei pagine di descrizioni di paesaggi, scritte meravigliosamente. Ma non ho mai potuto iniziare un libro in questo modo. Mi sembra troppo statico. Voglio che succeda sempre qualcosa nel primo paragrafo, una grande svolta. Ho bisogno di movimento, è un riflesso condizionato del viaggiatore.

Ma cosa pensa dei Paesi Bassi?
È un Paese che si sta perdendo. Non sa più dove andare. Un Paese che si vergogna di sé stesso, mentre una volta era così orgoglioso di essere un esempio di solidarietà e tolleranza. Ne La scoperta dell’Olanda esamino come la popolazione di un piccolo villaggio di pescatori reagisce all’arrivo di 1400 artisti stranieri negli anni 1881-1932. Gli artisti, tra cui 200 donne, hanno vissuto chi tre mesi, chi  diversi anni in un hotel di questo villaggio, stranamente cattolico, non protestante. Gli artisti sono stati completamente integrati nella società. Odio la letteratura moralistica, ma ogni lettore si renderà conto che questi pescatori, pur non essendo ben istruiti, hanno risposto agli stranieri con una mente molto più aperta di molti giovani contemporanei.

Nel suo L’anima delle città (Iperborea, 2021), scrive che Mahler ha preferito fuggire da Amsterdam per raggiungere le dune di Zandvoort o la brughiera vicino Laren. Vale anche per lei?
Mahler era molto sensibile ai suoni e Amsterdam era  ed è tuttora una rumorosa città portuale. Io vivo dietro un canal warehouse, un magazzino di trasbordo del diciassettesimo secolo, e non sento nulla. Si sta più tranquilli qui che in un villaggio dell’Ardèche. Mahler odiava anche il nostro clima. Qui c’è sempre vento e piove spesso.  Ma devo confessare che, quando sono nella mia casa estiva sulla costa atlantica, mi manca qualcosa: forse proprio il vento di Amsterdam che è anche un vento di libertà. Ho come l’impressione di essere tagliato fuori dal mondo e dalla contemporaneità. Mahler non amava il clima di Amsterdam, ma comunque la considerava la sua seconda città natale per l’apertura mentale con cui la gente ha trattato lui e la sua musica.

Jules Renard ha detto: “Nei Paesi Bassi, le persone sono così addestrate ai servizi igienici che quando sentono il bisogno di sputare, prendono il treno per farlo in campagna”. C’è del vero in quella battuta?
Amsterdam era una città molto sporca. Tutti questi bei canali erano praticamente delle fogne a cielo aperto. I villaggi, invece,  erano estremamente puliti perché tutti lavavano il proprio pezzo di marciapiede. Per uno straniero, l’Olanda è semplicemente l’Olanda, ma per noi olandesi, esistono come due Paesi in uno: Amsterdam e il resto. Il resto è monarchico, Amsterdam è repubblicana. Il resto è conservatore, Amsterdam progressista. Amsterdam ha questa natura perché è stata enormemente influenzata dalla cultura ebraica e ugonotta. Se ci pensiamo, i filosofi più influenti di Amsterdam erano Baruch Spinoza ed anche René Descartes, che ha trascorso gran parte della sua vita qui.

Ma lei può dire di aver davvero capito il suo Paese?
Da viaggiatore incallito quale sono, mi sento di dire che forse è più facile conoscere un Paese straniero che il proprio, perché fuori casa si ha più occhio per le cose singolari e strane. Io, ad esempio, ho capito molte cose sui Paesi Bassi quando ho sposato una francese e ho iniziato a guardarmi col suo sguardo. Poi ho visto, per esempio, che l’intera società è posseduta da una certa moralità cristiana e benpensante.

Il suo La suite di Java (Iperborea, 2023) affronta tra le altre cose, il passato coloniale del suo Paese. Pensa che questa ferita sia guarita?
Nient’affatto. La ferita è ancora ben aperta. Scrivendo La suite di Giava e attingendo alle lettere di mia madre, sono riuscito a ricostruire anche il modo in cui i miei genitori esprimevano la mentalità coloniale. Perché erano andati in Indonesia nel 1935? Per governare? Per imporsi? Per sentirsi più importanti? No, erano guidati non tanto dalla volontà di potenza quanto dal pensiero di essere nel giusto e di fare la cosa giusta, di stare compiendo una missione civilizzatrice, alleviando le paure esistenziali della popolazione attraverso il cristianesimo. Ma dalle lettere si capisce che mia madre si è resa conto abbastanza rapidamente di aver sbagliato quando si trovò faccia a faccia con una civiltà molto più antica di quella europea ed almeno altrettanto ricca e diversificata.

Cosa fa quando ha paura della tempesta? Si rivolge ad un dio, ad un antenato?
La mia vita è iniziata dopo due tempeste devastanti: quella della Seconda guerra mondiale e quella della decolonizzazione. I miei genitori arrivarono completamente indigenti nei Paesi Bassi. Quando finalmente trovarono un posto, una destinazione, un lavoro, una casa, scoppiò una terza tempesta. Durante la notte del 31 gennaio 1953, centinaia di dighe si ruppero a causa di una disastrosa tempesta. Nel villaggio dove avevamo vissuto poco prima, centocinquanta case e fattorie rimasero distrutte e sette persone finirono annegate. Il mio primo ricordo risale proprio a quella notte,  avevo tre anni e otto mesi. Dormivo come una rosa, perciò non sentii nulla. Solo quando mi alzai ed aprii le tende, mi resi conto che c’era acqua ovunque. Gridai molto forte: “mamma, mamma, sto sognando”.

La rivista che ci ospita si chiama  MicroMega, da un racconto filosofico di Voltaire in cui si scopre che l’essenza delle cose è in una pagina bianca, tutta da riempire… Lei scriverebbe qualcosa su questa pagina?
La notte della tempesta ho confuso il sogno con la realtà. Quando scrivo, cerco di trovare parole per rendere tangibile sia l’uno che l’altra. Questo è il mio senso.

CREDITI FOTO: WikiMedia Commons

 



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