I pennacchi di San Marco e il paradigma di Pangloss. Intervista a Richard C. Lewontin

“Riconoscere la propria inevitabile ignoranza di fronte a fatti storici remoti costituisce la prima regola di onestà intellettuale quando si parla di evoluzione”. Ricordiamo il biologo e genetista statunitense scomparso il 4 luglio ripubblicando da MicroMega 6/2016 questa intervista in cui ripercorre le circostanze che lo condussero a scrivere, insieme a Stephen J. Gould, l’articolo sui pennacchi di San Marco, un classico della biologia evoluzionista.

David Sloan Wilson

«I pennacchi di San Marco e il paradigma di Pangloss: una critica al programma adattazionista» è uno dei più citati e dibattuti articoli di biologia evoluzionistica. Scritto da due biologi dell’Università di Harvard, Stephen Jay Gould e Richard C. Lewontin, è stato pubblicato negli Atti della Royal Society di Londra nel 1979. Le critiche che i due scienziati, dall’alto della loro torre d’avorio, mossero ad alcuni aspetti della biologia evoluzionistica raggiunsero anche le pagine di pubblicazioni non strettamente scientifiche come la New York Review of Books. Gould è scomparso nel 2002, ma il coautore di quell’articolo è ancora in vita. Richard C. Lewontin è per formazione un genetista di popolazioni e, tra le altre cose, è stato tra i primi a sperimentare la metodica dell’elettroforesi su gel. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo The Genetic Basis of Evolutionary Change (1974), studiata con passione durante gli anni universitari, oltre ai più divulgativi The Triple Helix: Gene, Organism, and Environment (2002) e Human Diversity (pubblicato nella collana Scientific American Library nel 1982, e in Italia edito da Zanichelli nel 1987 con il titolo La diversità umana). In veste di teorico e critico sociale, ha scritto (con Richard Levins1) Biology Under the Influence: Dialectical Essays on Ecology, Agriculture, and Health (2007); It Ain’t Necessarily So: The Dream of The Human Genome and Other Illusions (Il sogno del genoma umano e altre illusioni della scienza, 2001); Biology as Ideology: The Doctrine of DNA (Biologia come ideologia: la dottrina del DNA, 1993); e (con Leon J. Kamin e Steven Rose) Not in Our Genes: Biology, Ideology, and Human Nature (Biologia, ideologia e natura umana: il gene e la sua mente, 1984). Non da ultimo, Lewontin ha fatto da mentore a molti dottorandi e ricercatori non solo in biologia ma anche in filosofia, tra i quali si annovera il filosofo Elliott Sober, con il quale collaboro da lungo tempo.

Il 2 marzo 2015 ho avuto una lunga conversazione telefonica con Lewontin. Sebbene ultraottuagenario, è ancora dedito alla ricerca e ricorda perfettamente gli anni della collaborazione con Gould. Le sue parole sono fondamentali per comprendere le critiche metodologiche che spesso vengono rivolte alla psicologia evoluzionistica.

Sono lieto di poter parlare con te. Grazie per il tempo che potrai dedicarmi.

Non sono così sicuro di poterti essere di aiuto.

Sei troppo modesto.

La modestia non è mai troppa.

Questo è vero. La modestia è una virtù non soltanto in ambito religioso, ma anche in ambito laico e scientifico. Sono assolutamente d’accordo. Io mi occupo di storia sociale. Per cominciare, sei attualmente uno dei più autorevoli biologi evoluzionisti esistenti: i traguardi che hai raggiunto sono considerevoli. Nel 1979 hai scritto un articolo con Stephen Jay Gould che è diventato un classico.

Di quale articolo parli?

[ride] «I pennacchi di San Marco».

Immaginavo ti riferissi a quello ma non ero sicuro della data di pubblicazione.

Puoi raccontarmi quali furono le circostanze che spinsero te e Steve Gould a scrivere quell’articolo?

Certo, ricordo ancora ogni dettaglio. Ero stato invitato a tenere una conferenza, mi pare, dalla Royal Society. Per qualche motivo che ora però non ricordo, non potei accettare. Suggerii allora che Steve Gould avrebbe potuto partecipare al mio posto, dato che tenevamo lo stesso corso di biologia evoluzionistica. Dissero che per loro andava bene, così Steve tenne la conferenza incentrando il suo intervento sull’argomento che all’epoca lo interessava, vale a dire l’idea che determinati caratteri, da lui definiti «pennacchi», si manifestano semplicemente come «sottoprodotti» strutturali della selezione naturale su altri tratti. Contribuii anch’io alla stesura del testo, ma la maggior parte del lavoro fu merito di Steve.

D’accordo.

Tieni conto del fatto che ho qualche pregiudizio in merito a ciò che sto per dirti. Per anni Steve e io tenemmo lo stesso corso, e in un certo senso le lezioni erano una continua lotta perché Steve, a mio modo di vedere, voleva essere considerato a tutti i costi un grande evoluzionista capace di proporre teorie originali. Per cui esagerava alcuni aspetti, presentandoli in modo caricaturale. Ad esempio, l’equilibrio punteggiato, uno dei suoi cavalli di battaglia. Alla lavagna, rappresentava un carattere che inizialmente si manifestava in modo graduale per poi appiattirsi del tutto senza mostrare cambiamenti; tutto d’un tratto si impennava manifestandosi in una forma diversa per poi appiattirsi di nuovo, e così via. Era una distorsione del concetto di variabilità che caratterizza l’evoluzione dei caratteri, che può avvenire in modo più o meno rapido, ma che Steve illustrava invece come una serie di gradini, di equilibri punteggiati. Allora intervenivo e dicevo agli studenti di non prendere il concetto alla lettera, perché in realtà l’andamento era leggermente diverso e più graduale, e correggevo il disegno di Steve. Questo genere di cose succedeva di continuo. Sceglieva un determinato aspetto interessante del processo evoluzionistico e lo trasformava in un concetto rigido e quindi privo di significato. Credo lo facesse perché… questa è la mia opinione, non ho elementi per dimostrarlo… perché voleva diventare famoso a tutti i costi.

In altre parole, non perdeva occasione per essere al centro della scena.

Esatto.

Lo stesso vale per l’articolo sui pennacchi?

Il mio contributo fu meno importante del suo. La maggior parte dell’articolo fu opera di Steve. Non è però difficile individuare la sezione in cui sono io a parlare dei diversi fattori e forze dell’evoluzione…

Sì, è vero, si nota questa divisione.

Non avremmo mai scritto insieme quell’articolo se non avessi chiesto a Steve di parlare alla Royal Society al mio posto.

Interessante! Per te o per Gould, che ruolo ha giocato la sociobiologia nel motivarvi a scrivere l’articolo?

A dire il vero, non so fino a che punto fossimo motivati. Di certo la sociobiologia era rilevante nel contesto di allora. Credo che avremmo comunque scritto lo stesso articolo anche se la sociobiologia non fosse mai esistita. Adesso è difficile dirlo, ma penso che l’obiettivo fosse evitare le caricature selezioniste e l’invenzione di storie basate a tutti i costi sulla selezione naturale. Come sai, nel campo dell’evoluzione si tratta di una prassi piuttosto diffusa tanto in ambito accademico quanto in ambito editoriale. Per esempio, di fronte alla domanda «perché il sangue è rosso?», alcuni non si limitano al fatto che l’emoglobina semplicemente ha questo spettro di assorbimento nel visibile, ma devono dimostrare che non è un caso che il sangue sia rosso; anzi, che è un modo di scoraggiare i predatori e così via. Capitava spesso che dovessimo fare i conti con questo genere di cose, che noi definivamo «Storie-proprio-così».

Allora lasciamo stare la sociobiologia. In sostanza, pensavi che queste ingenue teorie adattazioniste costituissero un problema in generale nel campo della biologia evoluzionistica?

Esatto. Non era la sociobiologia in sé, ma la tendenza a trovare, per ogni singolo caso, un vantaggio in termini di selezione naturale. Entrambi ripetevamo agli studenti (ma per Steve l’insegnamento non era una passione come per me) che i caratteri osservati venivano prodotti da un ampio numero di fattori e che alcuni di essi non erano un risultato diretto della selezione naturale.

Questo aspetto mi interessa particolarmente. Sapere che l’articolo venne scritto in primo luogo per questo, e non per ragioni legate alla sociobiologia.

Sì.

Qual è il metodo giusto? Per spiegare il programma adattazionista, dico sempre che il miglior modo di cominciare è partire da un’ipotesi adattazionista, perché non occorrono molte informazioni per immaginare quali caratteristiche dovrebbe avere un organismo per adattarsi bene al proprio ambiente. È un buon punto di partenza, non di certo un punto di arrivo. In seguito si può orientare la ricerca in una direzione piuttosto che in un’altra, come per il colore del sangue, che tra l’altro è un esempio che uso anch’io, e mostrare che probabilmente non si tratta di un caso di adattamento. Si può giungere a stabilire la verità su un dato fenomeno. Però pensare in termini adattazionisti fa parte del processo. Per cui ti chiedo: qual è il metodo giusto e qual è la funzione del pensiero adattazionista nel quadro di questo metodo?

[ride] Mi chiedi quale sia il metodo giusto. Penso sia giusto cominciare da un’affermazione del tipo: «Non disponiamo di prove concrete relative ai fattori che causano questo cambiamento evoluzionistico». Questo genere di premesse è necessario in qualsiasi teoria dei cambiamenti evolutivi per chiarire che, sebbene la selezione naturale sia importante e si applichi in moltissimi casi, esistono anche altri fattori, o altri meccanismi, che causano il cambiamento. Non è detto che come darwinisti e come evoluzionisti dobbiamo per forza spiegare qualunque modificazione in termini adattazionisti. Credo che occorra cominciare da qui. Poi, sia come filosofi sia come biologi, bisognerebbe domandarsi, caso per caso, quali sono le prove dirette che una certa storia sia vera oppure no, andando al di là del desiderio di voler scoprire qualcosa. Nella maggior parte dei casi si è costretti a dire che un certo fatto si è verificato nell’Eocene o nel Paleocene e che non si ha la più pallida idea del perché ciò sia accaduto. Penso che riconoscere la propria inevitabile ignoranza di fronte a fatti storici remoti costituisca la prima regola di onestà intellettuale quando si parla di evoluzione.

Bene. Grazie per essere stato così chiaro. In altri casi, invece, possiamo desumere il passato con grande certezza. Questo vale per tutte le scienze storiche, dico bene?

Proprio così. Ritengo quindi che, in generale, la strategia giusta per spiegare, insegnare o scrivere sia partire da casi lampanti per i quali si abbiano prove concrete di un particolare percorso causale, come la sopravvivenza o la maggior riproduzione di una forma rispetto a un’altra, per poi passare a casi aperti in cui non si hanno certezze perché non si può quantificare la prole di ciascun tipo, e così via, e arrivare infine a casi ancora meno chiari prima di prendere in considerazione gli organismi estinti e il passato evoluzionistico e dichiarare che sì, se volessimo potremmo raccontare una bella storia, ma non sappiamo come mostrare che sia proprio vera.

Giusto. E qui torniamo alla modestia di cui abbiamo parlato prima. Anche se, devo dire, in parte fu proprio la mancanza di modestia a favorire la diffusione dell’articolo sui pennacchi. Steve Gould lo portò alla ribalta facendone un gran can can per molto tempo, come sai. Le guerre sul concetto di adattamento eccetera. Non so se sia stato un bene o un male.

Possiamo solo dire che a volte le storie che raccontiamo si rivelano giuste e a volte no. Una strategia è quella di considerare un caso dove… un caso attuale in cui si possano osservare gli organismi e verificarne il comportamento. Si prende questo caso e lo si mette da parte senza parlare nemmeno dei risultati delle scoperte certe che si sono fatte su di esso. Poi si inventano tre storie, tutte perfettamente realistiche e plausibili dal punto di vista biologico, e solo da ultimo si rivela quale sia quella giusta. Infine, ci si dovrebbe chiedere: «Ora, al di là delle osservazioni e degli esperimenti necessari, senza pensare alla soluzione, perché dovremmo scegliere una versione piuttosto che un’altra?».

Interessante.

Dobbiamo decidere se trascurare alcune motivazioni, una delle quali è la necessità di opporsi alle idee religiose anti-evoluzionistiche, e all’estremo opposto l’aspirazione ad affermarsi non solo come individui ma anche come biologi evoluzionisti fornendo una spiegazione convincente di un determinato aspetto anche quando non se ne hanno prove concrete. Sono venuto su come un genetista di popolazioni, non come un evoluzionista.

Certo.

Sono due cose molto diverse.

Perché? Potresti spiegarmi qual è questa grande differenza? Li considero due ambiti molto simili. Qual è la differenza tra un genetista di popolazioni e un evoluzionista?

Un genetista di popolazioni possiede, per formazione teorica, determinati parametri di cambiamento delle popolazioni. Il quadro si è ampliato quando ci si è resi conto che esistevano cambiamenti tra le popolazioni e così via, ma restando nell’ambito della stessa popolazione i cambiamenti riguardano la frequenza genica e derivano da una serie di cause: selezione, inincroci, casualità, mutazioni, e altre ancora. Il nostro compito di genetisti di popolazioni consiste nel condurre le ricerche necessarie sui diversi fattori che permettono di valutare la portata di queste varie forze. Ora, storicamente, uno degli aspetti più interessanti… vorrei parlare un po’ della sociologia che sta dietro alla nostra scienza… Teodosij Dobžansky, mio professore e a quel tempo il più grande biologo evoluzionista vivente…

Il signor «In biologia nulla ha senso se non alla luce dell’evoluzione»…

Proprio lui. Era un pessimo osservatore empirico. Teodosij Dobžansky non ha mai, in tutta la sua vita, e neppure i suoi studenti, me compreso… eppure facevamo ricerche sul campo.. dicevo, non ha mai osservato una Drosophila pseudoobscura nel suo habitat naturale.

[ride] Oh!

Non sapevamo dove venivano deposte le uova. Quindi non avremmo mai potuto contare il numero di uova per ciascun genotipo. Come facevamo allora a studiare la Drosophila in natura? Andavamo nel deserto, nella Death Valley, raggiungevamo una piccola oasi ed entravamo in un alimentari a comprare banane marce. Le schiacciavamo insieme a lievito perché fermentassero un pochino, mettevamo il tutto in contenitori di carta che sistemavamo all’aperto e aspettavamo che i moscerini arrivassero.

Neppure l’ombra di un qualche contesto naturale.

Neanche lontanamente. E ad oggi non sappiamo ancora niente dell’habitat della Drosophila pseudoobscura. Anche se, tra parentesi, ed è interessante, di recente Tim Prout è riuscito a catturare la pseudoobscura negli aranceti, non sappiamo neppure con quale frequenza sia associata alle coltivazioni frutticole.

Certo.

Ora permettimi di fare un passo avanti sui motivi per cui non si può capire lo sviluppo della biologia evoluzionistica se non si comprendono a fondo le questioni sociologiche inerenti alla vita accademica. Se volessi studiare le forze evoluzionistiche che impattano su un qualche polimorfismo genetico nella Drosophila, cercherei specie di Drosophila in cui fosse possibile osservarne, perturbarne e studiarne le zone di riproduzione e di deposizione delle uova; raccoglierne larve in natura e così via. Esistono alcune specie di Drosophila, le drosofile dei cactus, con le quali tutto ciò è possibile. Un gruppo di scienziati texani e non solo sta studiando le drosofile dei cactus in modo ecologicamente appropriato, cioè individuando nei cactus i punti in decomposizione, perturbandoli, prelevandovi le larve, e così via. Eppure, questo gruppo di ricercatori non ha mai acquisito il prestigio associato alla scuola di Dobžanskij perché… non so perché. Hanno fatto le cose come andrebbero fatte. Ecco perché cerco sempre di convincere gli iscritti a biologia evoluzionistica a non studiare gli animali, bensì le piante. Queste ultime non si muovono, possono essere manipolate e spostate. Sono preferibili agli animali per chi vuole fare ricerche sul campo. Ciononostante, e per ragioni sociologiche che non comprendo… anche se potrei inventare qualche storia al riguardo… la biologia evoluzionistica delle piante non ha mai goduto del prestigio associato alle ricerche sugli animali nell’ambito della genetica di popolazioni.

Certo. Penso si trattasse di un interesse preponderante per i meccanismi fisici piuttosto che di un approccio di più ampio respiro. Sottolineo sempre con enfasi l’importanza dell’articolo di Niko Tinbergen «Sugli obiettivi e i metodi dell’etologia», nel quale egli postulava la necessità delle famose quattro domande: funzione, storia, meccanismo, sviluppo. Conosci questo articolo?

No. Fammi avere le indicazioni bibliografiche.

Si tratta di una descrizione schematica delle caratteristiche che un approccio integrato dovrebbe avere. Dick, vorrei parlare un po’ di sociobiologia e di psicologia evoluzionistica, perché anche se né l’una né l’altra sono state determinanti nella stesura dell’articolo sui pennacchi, hanno comunque spinto te e Steve a muovere delle critiche. Potresti tornare sulla questione e spiegare quali erano a vostro avviso gli aspetti problematici inerenti alla sociobiologia e alla psicologia evoluzionistica?

Mi sembra che negli ultimi cinque minuti io non abbia parlato d’altro! A mio modo di vedere, si tratta di un aspetto della vita accademica che consiste interamente nell’inventare storie credibili. Però non è questo il motivo per cui facciamo ricerca. Non saprei che altro dire. Guarda, quando penso al libro che [Edward O. Wilson] ha scritto, Sociobiology, o ad altre sue pubblicazioni, vado su tutte le furie. Per esempio, leggendo… prendo un esempio davvero eclatante perché è chiarificatore… trovi scritto che l’aggressività fa parte della natura umana. Il libro arriva a fare questa affermazione… l’aggressività è compresa nell’elenco delle caratteristiche della natura umana. Chiesi a Ed [Wilson] e ad altri della sua scuola come si spiegassero l’esistenza di persone che hanno trascorso quasi tutta la vita in carcere perché si sono rifiutate di arruolarsi. E sai cosa mi venne risposto? «Quello è il loro modo di esprimere la loro aggressività».

Mi sembra un ragionamento semplicistico.

Non so davvero cosa si possa ribattere. Se tutto può essere interpretato come una forma di aggressività, persino il rifiuto di aggredire fisicamente gli altri, a che razza di scienza siamo di fronte?

Sarebbe meglio dire che l’aggressività fa parte del repertorio dei comportamenti umani? In questo modo si lascia intendere che non necessariamente gli esseri umani vi facciano ricorso.

Prima di poter fare anche un’affermazione del genere, devi spiegare per iscritto come stabiliamo che una certa manifestazione fenotipica rientri o meno nella tua definizione di «aggressività».

D’accordo.

Non so cosa risponderebbero. Ma se vuoi essere più chiaro… e, cosa più importante, che è forse anche la contraddizione di fondo, bisogna ammettere che deve potenzialmente esistere un numero di casi di non-aggressività. Perché se, per definizione, si può dimostrare che qualunque comportamento è aggressivo, allora l’aggressività cessa di essere un concetto utile nel dibattito scientifico.

Il problema legato alla necessità di spiegare tutto, e quindi niente, si ripresenta di continuo. Quali erano le implicazioni politiche della sociobiologia che allora ti preoccupavano? Gli usi impropri della biologia o quelli del ragionamento evoluzionistico? La questione vale ancora oggi?

Non mi preoccupano le singole manifestazioni specifiche, ma l’idea sottostante che esista una natura umana, di cui allora occorre fornire degli esempi. Di volta in volta, però, ne vengono proposti di diversi a seconda della teoria a cui siamo affezionati. Ritengo che l’errore più grave che possiamo commettere come scienziati sia dar vita a concetti senza chiarirne fin dall’inizio i confini. Ciò fa sì che si possa arrivare ad affermare tutto e il contrario di tutto. È questo il problema di fondo della sociobiologia: si tratta di una disciplina troppo approssimativa.

Questo ci porta ad affrontare l’argomento dell’evoluzione culturale, una materia di cui mi occupo con interesse e su cui credo tu abbia riflettuto parecchio. A mio modo di vedere, uno degli aspetti più singolari è l’affermarsi dell’idea che nel corso del Novecento gli studi evoluzionistici siano diventati gene-centrici. L’evoluzione dipende dall’ereditarietà, non dai geni, ed esistono diversi meccanismi di ereditarietà. La cultura è in tutto e per tutto un processo evoluzionistico. Il che spiega, in parte, perché siamo così aperti e perché non esista una natura umana in quanto essenza fissa, dato che, anzi, gli esseri umani si adattano con molta facilità. Vorrei sapere se hai mai considerato l’evoluzione culturale in questi termini e cosa pensi dell’importanza dello studio della cultura (intesa come genuino processo evoluzionistico dotato di meccanismi ereditari suoi propri, come il pensiero simbolico… l’evoluzione dei sistemi di significato…) nel modificare la nostra visione dell’evoluzione.

Penso che l’evoluzione di questa cosa che abbiamo nel cranio, indipendentemente da come essa sia avvenuta, abbia cambiato tutte le regole nella storia della nostra specie, nella nostra biologia, in tutto quel che ci riguarda. Voglio dire, il pensiero razionale e il tipo di comunicazione che mettiamo in atto attraverso il linguaggio umano, in contrapposizione alla comunicazione stereotipata degli altri animali, ha portato a un cambiamento enorme nelle condizioni di vita e nei ritmi di riproduzione degli individui, per esempio. Direi che in questo senso l’evoluzione umana rappresenta un unicum per due ragioni: la prima, il livello di dettaglio della comunicazione; la seconda, il concetto di memoria storica. Insomma, tutto ciò che riguarda il pensiero umano. Penso davvero che per riuscire a comprendere l’evoluzione, la prima specie da escludere dovrebbe essere Homo sapiens. Mi spiace, ma per me è così.

Questo però riguarda l’evoluzione genetica. E se invece i princìpi dell’evoluzione culturale, sebbene diversi sotto certi aspetti… perché ogni meccanismo ereditario deve essere funzionale all’ereditarietà senza necessariamente condividere le caratteristiche degli altri… dicevo, e se invece i metodi di indagine dell’evoluzione genetica potessero essere impiegati anche per lo studio dell’evoluzione culturale? Questo non ci permetterebbe forse di rimettere in gioco l’evoluzione per comprendere l’evoluzione culturale umana?

Lascia che ti faccia io una domanda. Perché usi il termine «evoluzione culturale» invece che «storia culturale»? Perché «evoluzione» e non «storia»? Puoi evitare, o meglio, si possono evitare le false similitudini e le strutture preconfezionate che finora abbiamo criticato se continuiamo a usare la parola «evoluzione» quando in realtà intendiamo il cambiamento storico?

Non sono d’accordo su questo. I meccanismi alla base dell’evoluzione culturale umana permettono alle popolazioni di adattarsi ai loro ambienti, spesso con un buon grado di sofisticazione. Usando il termine «storia culturale» non prendiamo posizione sulla possibilità dell’adattamento. Le culture invece si adattano al loro ambiente. [Senza una storia di adattamento] non avrebbero maggiori possibilità di sopravvivere e di riprodursi nei loro ambienti rispetto a una specie geneticamente evoluta. Non pensi che limitandosi a dire «storia» si ignori del tutto il concetto di adattamento?

Ma il problema, qui, è che si tratta di una forma di adattamento poco studiata sia negli animali sia nelle piante: qualunque cambiamento nella specie va a modificare anche quello che definiamo ambiente, per cui, di fatto, si assiste a una coevoluzione tra organismo e ambiente. Per quel che riguarda la nostra specie, i cambiamenti storici sono stati sempre più causati dall’organismo stesso. Siamo noi che inventiamo tutto. Crescendo fino a ciò che è ora, il nostro cervello è diventato il meccanismo principale attraverso il quale abbiamo costruito il nostro ambiente. Guarda, permettimi di aprire una parentesi. Credo sia importante considerare una questione fondamentale, e cioè: sono gli organismi a creare i loro ambienti. Tutti gli esseri viventi si creano la propria nicchia. La definizione stessa di nicchia ecologica è fuorviante. In assenza di organismi non esistono nicchie. Questa nozione secondo cui esisterebbe un buco nel mondo che l’organismo si evolve per riempire… è invece l’organismo che, evolvendosi, modifica le proprie condizioni di vita insieme a tutto quel che lo circonda. Sono sempre gli organismi che creano il loro buco nel mondo, la loro nicchia.

Sei stato il primo a proporre questa idea di costruzione di nicchia, oggi divenuto tema molto caldo.

Penso che ci sia poco da dibattere sulla costruzione di nicchia. Esistono nicchie e quindi ricostruzione delle nicchie. È mia convinzione, ma potrei sbagliarmi, che in assenza di organismi non possa esistere neppure la nicchia.

Sono d’accordo solo fino a un certo punto. Esistono ambienti puramente fisici…

Un mondo fisico, sì, certo… ti racconto uno dei più bei seminari al quale abbia mai assistito. Purtroppo non sono più in grado di ritrovarne i dettagli. Un tizio venne a Chicago per tenere una lezione, durante la quale mostrò delle foto in sequenza di ogni genere di organismo, sia vegetale sia animale. Usando delle lenti Schlieren, sensibili alle differenze di densità ottica, mostrò che tutti gli organismi che riuscì a fotografare in movimento, tanto le piante quanto gli animali, hanno attorno a sé uno strato di aria calda e umida (ce l’hanno anche gli alberi) prodotta dagli organismi stessi. Per cui tutti gli organismi, quantomeno tutti quelli terrestri (non so se questo valga anche per quelli acquatici) producono, attraverso il proprio metabolismo, uno strato di aria calda e umida contenente certi gas che ne costituiscono l’ambiente immediatamente circostante.

Credo che questo valga ancora di più per gli organismi acquatici. Ti sei spiegato molto chiaramente. Ogni organismo è artefice dell’ambiente che lo circonda.

Esatto. Lo stesso vale per il cosiddetto raffreddamento da vento, che spiega perché sentiamo più freddo quando tira vento.

Giusto. Ma allora siamo di fronte a una storia evoluzionistica complicata. Si tratta pur sempre di una storia evoluzionistica. Scegliendo di dire «storia», si ignorano tutti questi aspetti. «Storia» mi sembra un concetto troppo ampio. È vero che tutto è storia, ma vorrei che riuscissimo a essere più precisi. Se fosse in atto un processo di adattamento, anche nel caso di un processo rapido di costruzione di nicchia e di coevoluzione, si tratterebbe comunque di un insieme di concetti più specifici rispetto a quello di «storia», che ricomprende invece tutto e quindi niente. Non sarebbe meglio usare i concetti specifici di adattamento, coevoluzione e costruzione di nicchia? È molto più che sola storia!

Ma certo, sono d’accordo! Se riuscissi a convincere la gente a usare il concetto di nicchia non come entità fissa, ma come risultato di un processo di trasformazione attuato dall’organismo, sarei davvero felice. Invece, quando ne parlo ai biologi, riscontro solo stupore.

È un’idea ancora nuova, in parte perché si tratta di un concetto complesso e la complessità è difficile da affrontare. Cerchiamo sempre di semplificare, anche quando dovremmo, in un certo senso, abbracciare la complessità.*

 

(traduzione di Valentina Chiesa)

NOTE

David Sloan Wilson è stato un ecologo, matematico e genetista di popolazioni di Harvard scomparso nel gennaio di quest’anno, n.d.t.

* Questa intervista è apparsa per la prima volta con il titolo «The Spandrels of San Marco Revisited» su The Evolution Institute’s This View of Life Magazine, 29/3/2015, goo.gl/qRZHJB.



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