“Lo scandalo di questa guerra è l’unica cosa che conta”

La vicepresidente dell’Anpi, Albertina Soliani, critica il comunicato dell’associazione dopo il massacro di Bucha e si augura un 25 aprile “con gli occhi puntati su tutti i popoli che resistono all’oppressore e che difendono i valori della democrazia anche per noi”.

Cinzia Sciuto

Putin definisce il conflitto in corso un’”operazione militare speciale per la denazificazione dell’Ucraina”. A sinistra alcuni lo ritengono l’esito quasi inevitabile della politica di allargamento della Nato a Est mentre altri un’aggressione imperialistica ai danni di una democrazia sovrana. Lei che definizione dà di questa guerra?
Io la considero una scelta di disumanità, uno sfregio a quello che si era pensato dopo Hiroshima cioè: “Mai più la guerra”. Lo considero un atto così sconvolgente per il cammino che – pur fra tanti conflitti ancora in corso e tanti errori commessi da diverse parti, incluso un Occidente che non ha voluto muoversi per una costruzione di una vera convivenza pacifica – l’umanità aveva comunque intrapreso dopo la Seconda guerra mondiale. Dietro questa scelta di Putin ci sono ragioni oscure che non riusciamo bene a comprendere e che tuttavia hanno a che fare con il disprezzo per l’umanità. Basta vedere quello che sta accadendo: milioni di persone che devono lasciare il loro Paese, donne stuprate, bambini perduti. C’è qualcosa di così disumano in quello che sta accadendo che non c’è ragione politica che io voglia ascoltare. Non voglio sentire nessuno che mi venga a raccontare come ci si è arrivati, perché lo so che ci si è arrivati anche con omissioni ed errori di molti. E tuttavia quello da cui dobbiamo partire è lo scandalo di questa invasione e l’unica cosa che dobbiamo domandarci come si fa a fermare questo scandalo.

Gli ucraini lo stanno facendo con una resistenza armata. Lei ritiene che sia legittima?
Assolutamente sì. Io non voglio giudicare come fanno la resistenza i popoli, prendo atto che resistono e trovo incredibile che, mentre loro resistono, noi discutiamo sulla loro resistenza, se secondo noi ha i canoni giusti ecc.

Se la resistenza armata degli ucraini è legittima, ritiene che i Paesi occidentali tra cui anche l’Italia fanno bene a sostenerla anche con l’invio di armi?
Dobbiamo sostenere quella resistenza innanzitutto con tutte le azioni non militari possibili, quindi con interventi non solo umanitari ma di pressione, per esempio con le sanzioni. Dovremmo anche vedere al lavoro la diplomazia, e non solo quella russa e ucraina. Detto questo, siccome questa resistenza ha bisogno di essere sostenuta anche con le armi, io credo che – con tutto il travaglio di coscienza che attraversa molti di noi, me di sicuro – sia prioritario sostenere le vittime perché disarmino l’aggressore e quindi capisco che si possano anche dare forniture di armi, commisurate alle necessità della difesa. La moralità sta da un alto nel non voltarsi dall’altra parte mentre loro soccombono e dall’altro in una misura che non porti a ulteriori escalation. Dove si collochi esattamente questa misura, io non so dirlo perché non sono una esperta.

Ma questo sostegno anche militare non contraddice l’articolo 11 della nostra Costituzione?
No, direi di no. Quell’articolo certamente indica il ripudio della guerra e quindi, in base a questo, bisogna dire a tutti, a cominciare naturalmente dalla Russia, che questa guerra secondo la Costituzione italiana non andava fatta. Poi però quell’articolo prosegue e impegna l’Italia a adoperarsi nelle sedi internazionali per costruire una rete a presidio dei singoli Paesi aggrediti. Insomma, l’articolo 11 non vuole dire soltanto “dichiara che non vuoi la guerra” ma dice anche che bisogna lavorare perché in sede internazionale si costruisca una convivenza pacifica. Questo include anche il fatto che si debbano delegare i propri poteri, la propria sovranità a organismi sovranazionali. Tutto questo è dentro lo spirito di Ventotene. E in questo spirito dobbiamo lavorare alla costruzione di una Unione politica europea molto più forte, con una sua politica estera e con una comune politica di difesa. Si possono smantellare gli eserciti dei singoli Paesi, ma per costruire una comune difesa europea.

Come giudica le posizioni espresse dal movimento pacifista italiano rispetto a questa guerra? Percepisce una certa reticenza o ambiguità?
Non desidero affatto mettermi in polemica con nessuno perché ritengo che quando molte persone manifestano proclamando la pace è una cosa bellissima. Dico tuttavia che c’è un dovere di costruzione dei processi di pace che va al di là della dichiarazione della pace e della manifestazione per la pace.

All’indomani della scoperta del massacro di Bucha, l’Anpi ha diffuso un comunicato che diceva: “L’ANPI condanna fermamente il massacro di Bucha, in attesa di una commissione d’inchiesta internazionale guidata dall’ONU e formata da rappresentanti di Paesi neutrali, per appurare cosa davvero è avvenuto, perché è avvenuto, chi sono i responsabili. Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”. Lei ha condiviso quel comunicato?
No, non l’ho condiviso perché mi è sembrato che non fosse quella la cosa da dire in quel momento. La prima cosa che doveva importarci non era una commissione d’inchiesta, ma dire con chiarezza che quello che era accaduto era la conseguenza diretta dell’invasione della Russia. E invece si è continuato a discutere di molte altre cose, commissioni d’inchiesta, responsabilità della Nato… “Si condanna l’aggressione russa” è una tipica espressione del linguaggio politico del Novecento: si dichiara che si condanna per poi andare avanti a parlar d’altro. E invece si deve condannare e punto. E poi chiedere che tutto questo si fermi e dichiararlo con tutte le proprie forze. Invece è come se io percepissi che non c’è un sufficiente scandalo per quello che è accaduto e sta accadendo, è come se avessimo normalizzato la guerra cercando di spiegarla. Facciamo anche noi i politologi e ci mettiamo a cercare le ragioni per cui c’è stata la guerra. Ma l’umanità sta soffrendo enormemente e ci vuole una reazione vera, come al tempo della Resistenza.

Secondo lei dentro l’Anpi c’è compattezza rispetto alle posizioni espresse da quel comunicato e dal suo presidente o ci sono divergenze?
L’Anpi per fortuna è viva, e questa guerra mette in discussione molto. In nessuna forza politica c’è il dibattito che sta animando l’Anpi. Per quel che so e per quello che ho sentito, le posizioni dentro l’associazione sono diverse, come è giusto che sia. La discussione è appena cominciata. Il presidente Pagliarulo ha espresso il suo approccio che ha suscitato qualche difficoltà e quindi una discussione molto più ampia. Ed è bene che sia così.

L’Anpi sta attraversando un momento molto delicato: mano a mano che, per ragioni anagrafiche, i partigiani che hanno fatto la Resistenza vengono meno, il profilo dell’Anpi muta. Lei come vede questo momento di grande cambiamento dentro l’associazione?
Penso che sia un momento di grande consapevolezza, che non sarà breve. Le nuove generazioni post-Resistenza devono assumere quei valori con coerenza ma naturalmente con una storia che non è più quella diretta dei partigiani di allora. La responsabilità è dunque enorme perché si tratta di amministrare una grandissima eredità morale, civile, costituzionale, umana guadagnata da altri a carissimo prezzo. E tuttavia ritengo che sia vitale per la vita del Paese e dell’Unione Europea che questa eredità continui, venga vissuta, diventi la forza vitale di società che devono sognare un mondo diverso, un mondo nuovo. Per questo penso che ci sia, che debba esserci, un futuro per un’associazione come questa.

Ha letto le prese di posizione di Pagliarulo risalenti al 2014 che sono uscite in questi giorni sui giornali? Che effetto le hanno fatto?
Per la verità me ne hanno parlato ma non le ho lette, e non mi interessano neanche tanto. Sì, possono aiutare a capire la storia di ciascuno, ma a me interessa discutere adesso di cosa dobbiamo fare ora, di come far andare avanti l’Anpi e farne una grande associazione unita sulle cose fondamentali, pur essendo composta di storie anche politiche differenti. Che è esattamente quello che è accaduto durante la Resistenza, che è stata vincente perché, dai monarchici ai comunisti, c’era una grandissima unità antifascista.

Tra pochi giorni è il 25 aprile: cosa si augura per quel giorno?
Immagino un 25 aprile più consapevole anche grazie a queste discussioni. E tuttavia spero in un grande fiume di gente di tutte le età, con tutte le rappresentanze possibili di coloro che hanno patito per la mancanza della libertà e con una grande solidarietà con le resistenze che oggi ci sono nel mondo. Abbiamo presente quella che è qui, si può dire, in casa nostra casa: l’Ucraina. Ma io ho presente anche, per esempio, quella del popolo del Myanmar, che da un anno e più è sotto il tallone di un golpe militare. Anche lì, come in Ucraina, il popolo continua a resistere, peraltro sotto gli stessi aerei russi che bombardano e il Myanmar e l’Ucraina. Ecco, io spero che il 25 aprile abbia gli occhi puntati su questi popoli che stanno difendendo i valori della democrazia anche per noi.

Foto Facebook / Anpi



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