“Che pacchia ragazzi!”. In un libro le storie “dis-umane” di migranti arrivati in Italia

Carmelo Pecora è un ex ispettore capo della Polizia scientifica. Oggi, da scrittore, racconta le vicende di quelle persone che ha incontrato nella sua carriera – chiedendo impronte o indagando su reati – e altre di cui, dice, “ho solo sentito parlare”.

Daniele Nalbone

Premessa. “Le storie che troverete raccontate in questo libro sono basate su ricordi di quando ero un ispettore della Polizia scientifica, altri su fatti accaduti e dei quali ho sentito parlare”. Questa la nota di Carmelo Pecora che apre il libro Che pacchia ragazzi! Storie dis-umane (Edizioni del Loggione). Un libro particolare, perché scritto da un ex agente di polizia, e perché diviso in racconti che portano il più delle volte il nome del protagonista: Kataryna, Ahmed, Mario “l’apolide”, Ibrahim. Un libro che parte da Lipa, nome stavolta di un luogo, località situata nel cuore dell’Europa, in Bosnia Herzegovina. È qui che Yasser, scappato dalle bombe siriane insieme alla moglie Afaf, Ahmed, Mohammad appaiono per la prima volta al lettore. Ed è qui che è in vigore, come fosse una legge, “la negazione dei diritti umani”, per usare le parole dell’europarlamentare Pietro Bartolo – citate nell’introduzione del libro . dopo un’ispezione in quelle zone. Lipa è a venti chilometri da una cittadina – Bihac – dove le persone che provano a passare in Croazia, quindi in Europa, vengono continuamente rispedite indietro.

Ho incontrato casualmente Carmelo Pecora in una calda sera di fine luglio a Riace: io lì per MicroMega (qui l’intervista a Mimmo Lucano), lui per presentare il suo libro con l’ex sindaco Mimmo Lucano. Una volta tornato a Roma, l’ho contattato su Facebook per fissare questa intervista telefonica.

Un ex ispettore di Polizia che, a fine carriera, diventa scrittore. Può raccontarci brevemente la sua storia?
Alla fine della mia carriera nella Polizia sono diventato consulente di Andrea Cotti, scrittore e sceneggiatore bolognese. Parlando con lui e altri scrittori conosciuti in questi anni mi è stato più volte suggerito di mettere nero su bianco i miei racconti. Racconti reali, ovviamente, non immaginari. E così ho scritto un libro sulla Strage di Bologna vista con gli occhi di chi è intervenuto sul posto in divisa, pochi minuti dopo la tragica esplosione. Ho scritto del giorno in cui uccisero Peppino Impastato e Aldo Moro, raccontando del mio arrivo sul luogo del ritrovamento del corpo all’interno dell’auto in via Caetani. Ho raccontato pezzi della storia italiana vissuti in prima linea con la divisa.

Ora però nel nuovo libro la sua figura quasi scompare e lascia che a parlare siano quelle persone che lei ha incontrato durante il suo lavoro. Soprattutto, scrive di immigrazione. Le chiedo: cosa c’è di vero in quei racconti.
Non tutto, ma tanto. Il libro è nato da un bisogno che sentivo dentro, quello di raccontare cosa avevo vissuto da poliziotto della scientifica. Negli anni avrò preso le impronte di ventimila persone, ho seguito in prima persona gli sbarchi degli albanesi sulle coste italiane. E parlo di sbarchi di migliaia di persone ogni volta. Così ho deciso di scrivere questi racconti, un mix di storie realmente accadute e di storie, diciamo così, inventate ma verosimili. Il mio bisogno era quello di trasformare i numeri quotidiani degli sbarchi di Lampedusa e delle morti nel Mediterraneo in nomi. In storie, appunto.

Cosa si prova a mettere nero su bianco storie vissute in prima persone dopo anni?
Non posso nasconderlo: spesso mi sono emozionato. Ho pensato tante volte di non aver fatto abbastanza per aiutare quelle persone. All’epoca era un lavoro. Vi lascio poi immaginare cosa si possa provare riscrivendo sotto forma di racconto in prima persona quanto potete leggere in “Un tocco al cuore”: è un fatto realmente accaduto a Cesena. Due amici che, per un banale litigio, si affrontano fisicamente e uno uccide l’altro. Ho ancora davanti la disperazione negli occhi di chi ha commesso quel delitto. E il dolore di quando ti accorgi di non poter fare niente, quando sei dall’altra parte, per lui.

Com’è stato lavorare in divisa?
Diciamo che sono sempre stato il “bastian contrario” della Questura. Ho sempre preteso il rispetto delle persone, dell’essere umano, a prescindere dal motivo per cui eravamo chiamati a intervenire. Ho litigato con tanti superiori nella mia carriera. Ma devo dire che davanti a me non sono mai stati commessi atti deplorevoli da parte dei miei colleghi. Anche perché sapevano che non avrei avuto alcun problema a mandarli in carcere. Davanti a me nessuno ha mai nemmeno dato il classico “schiaffo gratis”.

Cosa prova chi arriva o è portato in questura davanti a un agente che sorride, o che si mostra amico o, quantomeno, “non nemico”?
Non se lo aspettano, lo ammetto. I migranti nel loro peregrinare devono sottostare a regole che il più delle volte non capiscono, spesso disumane. Violente. Quindi hanno un’immagine della divisa “poco umana”. Molte volte ho visto colleghi adirarsi contro migranti per un “ciao” ricevuto, interpretandolo come una mancanza di rispetto. Ma come si fa a non capire che molto probabilmente “ciao” è l’unica parola che quella persona conosce in italiano? Io dialogavo il più delle volte a gesti, visto che parlo a stento il siciliano. Non pretendevo che un migrante mi capisse. E, soprattutto, non mi infuriavo se non mi capiva.

A molti potrebbe sembrare quantomeno strano che un ex agente di polizia presenti un libro con un ex sindaco accusato di vari reati e che rischia quasi otto anni di prigione? Mi riferisco ovviamente a Mimmo Lucano.
Essere stato a Riace, da Mimmo Lucano, è uno dei momenti più belli della mia carriera di autore. Non ho problemi a dire che sono andato lì soprattutto per portargli solidarietà, più che per presentare il mio libro. Le accuse a Lucano le reputo incomprensibili, come reputo incomprensibili le leggi sull’immigrazione in vigore in Italia. Da ex poliziotto lo dico chiaramente: le leggi ingiuste non vanno seguite. E se Lucano ha infranto qualche legge per consentire a un bambino, a una donna, di avere dei diritti, ha fatto bene. Avrei fatto lo stesso.



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