“Non siamo i padroni del mondo”. Intervista a Dacia Maraini

È vero, la pandemia ha sconvolto le nostre vite, ma lamentarsi non serve a nulla. Dobbiamo trasformare questo shock in un’occasione per mettere in discussione il nostro modello di vita. E la scuola gioca un ruolo centrale in questo cambio di paradigma.

Cinzia Sciuto

“Ci si ricorda della scuola perché ci si ricorda dei compagni e dei professori, con i loro corpi, le loro voci, i loro gesti e le loro idee. La scuola come luogo di apprendimento puro è un’astrazione”. Così scrive Dacia Maraini in uno dei testi sulla scuola raccolti in un recente volume edito da Solferino, La scuola ci salverà, a cura di Eugenio Murrali. Un libro che è una dichiarazione d’amore verso la scuola, considerata la chiave di volta del futuro di una società, verso gli insegnanti, che la sorreggono nonostante le mille difficoltà, e verso gli studenti, che la riempiono con le loro speranze, i loro sogni, la loro vitalità.

A causa della pandemia e delle necessarie restrizioni per contenerla, la scuola sta attraversando un periodo difficilissimo. Che cosa ricorderanno gli studenti di questo anno scolastico fatto di lunghe interruzioni, didattica a distanza e mascherine? Che segno lascerà la pandemia nelle generazioni che la stanno vivendo a scuola?
I ricordi, anche quelli più dolorosi, possono diventare fonte di crescita e di apprendimento. Bisogna insistere su questo uso positivo dei mali di cui soffriamo. Lagnarsi, cercare per forza un colpevole su cui rovesciare la propria rabbia, prendersela con gli altri, esigere di essere risarciti a tutti i costi, è una pretesa assurda e inutile. Siamo tutti dentro un avvenimento inatteso e amarissimo che ci impone tanti nuovi comportamenti, spesso sentiti come ingiusti. Ma non serve lagnarsi. Bisogna trarne insegnamento: prendere la pandemia come uno shock che ci sta insegnando qualcosa di importante: siamo più fragili di quanto pensavamo, il tenore di vita che abbiamo avuto finora è brutale e cieco. Dobbiamo cambiare il nostro modo di stare al mondo se non vogliamo distruggerlo, dobbiamo cambiare il nostro rapporto con gli animali, con le piante, con le acque.  Dobbiamo capire che non siamo i padroni del mondo, legittimati a sfruttarlo fino all’esaurimento, ma parte di un ecosistema che ha bisogno di tutte le specie viventi e del respiro della natura.

Perché secondo lei ancora oggi la professione dell’insegnante non gode di quel rispetto e di quell’autorevolezza (e dello stipendio adeguato che ne dovrebbe conseguire) che merita?
Purtroppo penso che molte delle colpe si debbano alla Chiesa, che ha sempre avversato l’istruzione come fonte di autonomia dello spirito, pericolosa anticamera all’eresia e all’ateismo. La scienza è sempre stata vista come pericolosa nemica, l’istruzione come uno strumento del demonio che allontanava gli uomini dalla purezza. Insomma l’unione fra purezza e ignoranza è sempre stata una convinzione dei totalitarismi religiosi. Perfino oggi,  in certi Paesi in cui lo Stato si identifica con la Chiesa, si diffida dell’istruzione, a meno che non sia quella ecclesiastica, basata su una unica verità assoluta, buona per tutti.

In una società pluralistica la scuola ha anche un ruolo cruciale nell’integrazione. Quali sono i princìpi su cui deve fondarsi questo lavoro di integrazione? Si può in nome dell’integrazione accettare tradizioni che violano i diritti dei bambini, come per esempio il velo alle bambine molto piccole o l’impedimento a frequentare determinate materie?
L’integrazione si compie sui valori, che devono essere valori condivisi. Se noi rispettiamo e pratichiamo quelli che consideriamo i valori universali, basati sui diritti dell’essere umano (libertà di pensiero, di parola, di movimento, rispetto per la integrità della persona), se siamo noi i primi a credere che questi sono valori universali che valgono per tutti gli esseri umani del mondo, potremo convincere chi è diverso per lingue, abitudini, religione. Dobbiamo però essere veramente convinti che le conquiste dei diritti civili non riguardano solo i privilegiati, ma l’umanità tutta. Solo credendo, difendendo e praticando questi princìpi potremo pretendere l’integrazione di chi proviene da altri Paesi, altre culture, altre abitudini religiose e linguistiche.

Lei scrive che la scuola pubblica deve essere laica: perché è così importante? E quanto è (poco) laica ancora oggi la nostra scuola?
La scuola nei Paesi democratici è laica, o per lo meno dice di esserlo. Certo da noi non possiamo escludere l’influenza della Chiesa che storicamente ha dominato sulla vita degli italiani. A noi è mancata la Riforma. Invece di rispondere ai luterani con un rinnovamento all’italiana, abbiamo contrapposto la Controriforma che è stata un disastro da tutti i punti di vista. Da quella retrocessione rispetto alle grandi conquiste del periodo dantesco e boccaccesco, si è passati all’intransigenza ecclesiale, alla persecuzione delle streghe, alla Santa Inquisizione, facendo precipitare il Paese in un pozzo di barbarie e cecità etica.

Uno dei testi pubblicati nel libro si intitola “Solo la scuola può salvarci dagli orribili femminicidi”: qual è il ruolo della scuola nel contrasto alla violenza di genere?
Prima di tutto la conoscenza. Non si può combattere un problema se non lo si conosce. Studiando la storia si capiscono tante cose sui ruoli imposti ai generi. Dalla consapevolezza nasce la coscienza e dalla coscienza il rispetto verso l’alterità.

I protagonisti di questi scritti sono da un lato gli insegnanti, dall’altro gli studenti. Lei cerca di smontare la vulgata sugli studenti insolenti e pigri e sottolinea che, laddove ci sono insegnanti appassionati e preparati, gli studenti rispondono con entusiasmo. Chi sono i giovani di oggi?
Ci sono giovani e giovani. Dipende molto da dove nascono, in che situazione familiare si trovano e che educazione ricevono. Abbiamo sviluppato nei secoli di dominazione straniera una certa abitudine alla passività sociale, sviluppando la furbizia che è diventata quasi una forma di resistenza al nemico. Mi sembra che l’andazzo, perfino fra molti giornalisti e conduttori televisivi, sia quello di prendersela con lo Stato, di considerarlo un nemico, che va ingannato, truffato, derubato, come ai vecchi tempi quando esso era espressione della corruzione borbonica o della ottusa burocrazia austriaca o perfino della cieca intransigenza ecclesiale. Ma c’è anche un’altra Italia, fatta di persone storicamente più consapevoli, che capiscono che ormai i tempi dello Stato straniero da gabbare è passato, che ora lo Stato siamo noi e dobbiamo amarlo e difenderlo.

 

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