“Tornare alle radici del sindacato”. Intervista a Eliana Como

Dal G8 di Genova del 2001 all’esperienza nella Cgil, oggi Eliana Como è la prima firmataria di “Le radici del sindacato”, documento di opposizione alla ‘linea Landini’ scritto per il congresso Cgil che sta per aprirsi.

Checchino Antonini

«Ero una ragazzina, nel luglio del 2001 avevo 26 anni. All’epoca la militanza non era per me un fatto organizzato. Fu dopo Genova, non a caso, che mi iscrissi alla Cgil e poi a Rifondazione». Poi nel sindacato Eliana Como ha messo radici e ha fatto strada, fino ad arrivare al comitato centrale dei metalmeccanici e nel direttivo nazionale di Corso Italia. Oggi è la prima firmataria di “Le radici del sindacato”, il documento di opposizione alla linea di Landini scritto per il congresso Cgil che sta per aprirsi. «Allora ero precaria, facevo mille lavoretti per riuscire a mettere insieme mezzo stipendio – racconta Como – era l’ingresso nel mercato del lavoro di una generazione sorpresa proprio nel bivio, nello spartiacque, segnato dalla riforma Dini, in un contesto iperprecario, drogato dalla retorica sulla flessibilità, sui nuovi lavori, poco dopo sarebbe arrivata la babele di contratti del Pacchetto Treu. Ci raccontavano che sarebbe stata la liberazione dal posto fisso, ma non ci mettemmo molto a capire che era una fregatura. Avevo studiato con Aris Accornero e mi ero laureata in Sociologia con una tesi sul sindacato. Non ero ancora iscritta alla Cgil perché non avevo un posto stabile. Sì, era da poco nato il Nidil ma non mi aveva convinta l’idea che i precari fossero organizzati in una sorta di ghetto».

Genova fu uno spartiacque per tante e tanti di quella generazione. C’è un prima e un dopo quella che uno dei poliziotti condannati avrebbe definito la “macelleria messicana”: «Ero al corteo dei disobbedienti disperso. Quasi per caso, con la mia amica, poi divenuta fotografa per AP, arrivammo in Piazza Alimonda pochi istanti dopo l’omicidio di Carlo. Non ho dimenticato il lenzuolo che copre il suo corpo a terra, l’arrivo dell’ambulanza, la testuggine di carabinieri che indietreggia, il ritorno allo stadio…».

Politico e personale. Frammenti di memoria che si sono accavallati ai tanti ritorni, ad altre grandi scadenze di lotta. «Dopo Genova – dice – ho scelto una dimensione politica, collettiva. In quelle strade avevo visto le bandiere della Fiom e della sinistra sindacale, all’epoca animata, tra gli altri, da Giorgio Cremaschi, ancora non lo conoscevo direttamente, non sapevo ancora della polemica interna che c’era stata a Corso Italia tra la Fiom che aveva deciso di stare nel Genoa social forum e la maggioranza della confederazione che s’era tirata indietro per via del legame a doppio filo con il centrosinistra. Non sapevo dei “processi” interni contro chi aveva scelto di essere lì in quei giorni. Ma per me la Cgil c’era, ed era quella la Cgil a cui ho scelto di aderire, quella che aveva scelto di essere a Genova, che sapeva dialogare con i movimenti e sapeva essere uno scudo a disposizione delle lotte. Se tutta la Cgil fosse stata lì, probabilmente, chi decise la macelleria messicana ci avrebbe pensato un po’ di più, forse sarebbe andata diversamente».

In queste ore, Eliana Como sta facendo il giro d’Italia delle assemblee di presentazione del documento, un percorso partito da Livorno, dallo stesso teatro che registrò 101 anni fa la scissione del Partito socialista e che proseguirà con le scadenze congressuali vere e proprie sui luoghi di lavoro.

«Ieri ad Ancona, una compagna di Macerata ricordava l’assenza dei vertici della Cgil dalla più grande manifestazione di sempre in quella città. Il 10 febbraio 2018, la manifestazione antirazzista e antifascista dopo la tentata strage di immigrati da parte di un fascista che credeva di vendicare la morte di Pamela Mastropietro». Anche allora la città era blindatissima: «Non c’erano i vertici della Cgil, ma, come all’epoca a Genova, c’eravamo noi – riprende Eliana Como. In tante e tanti non abbiamo mai smesso di credere in quella Cgil che avevamo incontrato a Genova». Viene da domandare se sia mai esistita una Cgil così o se fosse solo nei sogni di una ventiseienne. «Sì, quasi sicuramente, ma vogliamo continuare a sognarla, tornando alle radici del sindacato. E se è solo nei nostri sogni, allora bisogna inventarla – ribatte immediatamente. Dopo Genova, abbiamo vissuto una sconfitta dopo l’altra, siamo di fronte a vent’anni di arretramenti, nonostante momenti di grande entusiasmo, come la battaglia per l’articolo 18, le giornate di Melfi, la resistenza in Fiat, i contratti separati. In vent’anni abbiamo perso tantissimo, ma le nostre sconfitte non devono deprimerci. Ci sono ancora movimenti in piedi e sono la parte migliore di questo paese, per la giustizia climatica, contro il sessismo e il patriarcato, per l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro. La vertenza di GKN ha saputo creare convergenza e rimettere il lavoro al centro di ogni rivendicazione più generale. Una delle cose che in questo congresso diremo è che la Cgil deve togliersi di torno il senso di rassegnazione, deve smettere di farci credere che non è possibile cancellare la Fornero, che non sono possibili salari dignitosi, che non c’è alternativa alla precarietà. Quando vogliono i Governi i soldi li trovano: per le imprese, le banche, le spese militari non è mai impossibile».

Se si vuole restare sulla scia delle suggestioni degli anniversari, Como ricorda che fra poco sarà il trentennale del 31 luglio 1992, del patto per la cancellazione della scala mobile che diede la stura alla concertazione: «L’arretramento salariale nasce esattamente da lì – sottolinea – oggi tutta la Cgil dice  bisogna «alzare i salari» e «abolire la precarietà» ma tutto è iniziato con la stagione della concertazione, con governi di ogni colore, compresi quelli più ambigui di tutti, i governi tecnici.
Quella sulle pensioni è stata la prima divisione della classe lavoratrice, l’inizio delle nostre sconfitte: prima del ‘95 andavi ancora in pensione con 35 anni di lavoro, oggi devi avere almeno 67 anni di età. È stata la concertazione della nostra sconfitta in nome della chimera di avere un ruolo senza mai arrivare ad averlo. La contropartita era entrare nella stanza dei bottoni dove il sindacato, tuttavia, non è mai arrivato. Oggi al massimo siamo un sindacato «consultato»: Draghi, infatti, ci aggiorna sulle sue decisioni, dopo averle prese. Se non torniamo al nostro ruolo antagonista e di opposizione, rischiamo di non servire più».

Eppure, domando ancora, oggi la Cgil difende Draghi dicendo che non si possono bloccare le riforme che così si lascia il campo libero alla destra. «Ma è proprio così che si spiana la strada alle destre! Avrei voluto che Draghi fosse caduto come Johnson, mentre la Gran Bretagna era bloccata dagli scioperi dei trasporti. Draghi, invece, non solo non sta uscendo di scena ma sta facendo la pantomima per uscirne più forte e bloccare sul nascere ogni opposizione organizzata in autunno.

Insomma, da Genova in poi, abbiamo continuato a perdere ma siamo qui, con i sogni intatti, resistenti, ostinati e ce ne sarà ancora più bisogno perché Draghi da questa crisi uscirà più forte. Ma noi abbiamo già un appuntamento, un “tenetevi liberi per l’autunno” che ci hanno consegnato i nostri compagni del Collettivo di Fabbrica Gkn».



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