Giovannini: “Un Comitato tra ministeri per affrontare l’emergenza abitativa”

Intervista al ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile: “Il 30 giugno scadrà il blocco degli sfratti, al lavoro con Interni, Giustizia e Politiche sociali per trovare una soluzione”. Sul lungo periodo “serve un piano pluriennale partecipato per ridisegnare l’abitare e le nostre città. Tra i protagonisti anche sindacati, movimenti e cittadini”.

Daniele Nalbone

Sabato 27 febbraio i movimenti per il diritto all’abitare, insieme al sindacato degli inquilini ASIA USB, hanno manifestato sotto al ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile [Qui il video]. Al centro, una serie di richieste tra le quali politiche per gestire l’ondata di sfratti per morosità che riprenderanno dal 30 giugno, giorno in cui scadrà lo stop “imposto” dalla pandemia. Al termine della manifestazione una delegazione è salita per incontrare alcuni dirigenti del ministero perché, spiega il ministro Enrico Giovannini a MicroMega, “per affrontare l’emergenza che non riguarda solo il governo, ma le città, i comuni, le regioni, è necessario dialogare con tutte le parti in causa”.

Ministro, dall’incontro, leggendo i comunicati, è emersa la volontà di creare una sorta di tavolo permanente sull’emergenza abitativa. È così?
Sì. Il tema è assolutamente all’attenzione del governo e del ministero e l’apertura di un dialogo con movimenti e parti sociali, che è stata una delle richieste arrivate dalla manifestazione del 27 febbraio, lo dimostra. Il nostro impegno è di affrontare la questione con grande responsabilità e per questo ho proposto al ministro Gelmini (Affari regionali e autonomie, ndr) di rilanciare il Comitato interministeriale sulle politiche urbane che, dal 2012, quando è stato creato, si è un po’ perso per strada. Quello dovrà essere a mio avviso il luogo di coordinamento di politiche che competono ai diversi ministeri, con la partecipazione anche delle associazioni degli enti territoriali. Abbiamo bisogno di integrazione a livello nazionale. La sfida passa da qui. Serve una programmazione pluriennale e strategica per ridisegnare le nostre città.

Quindi immagina un nuovo modello di governance, che coinvolga anche “il basso”, i cittadini, i movimenti, i sindacati?
Ormai è evidente la necessità di partire dal basso. Faccio un esempio: in un recente evento organizzato dalla Cgil proprio su queste tematiche ho sottolineato l’opportunità di avere forme di dibattito pubblico continuo e non partecipazione solo su singoli progetti. È un po’ il modello dell’ASviS (Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile, ndr), che ho contribuito a costruire negli anni scorsi, per coinvolgere anche a livello locale la società civile, anche perché spesso le proposte migliori arrivano proprio dal basso, dove ci sono esperienze veramente interessanti. Parlando di governance, il secondo aspetto sul quale dobbiamo impegnarci riguarda l’integrazione e la coerenza tra decisioni nazionali, regionali e cittadine. Serve un coordinamento delle politiche. E, su questo, sono fiducioso: a causa della crisi che stiamo vivendo, ma anche dell’opportunità del Recovery Plan, percepisco un maggiore desiderio di fare squadra. Al momento è solo un elemento, diciamo così, indicativo. Ma possiamo renderlo strutturale.

Si parla tanto di rigenerazione urbana, ma spesso questi progetti sono diventati veicolo di gentrificazione, di espulsione di abitanti dovuto al rincaro degli affitti, ad esempio, o per il fatto che i locatari preferiscono affittare ai turisti. Nel frattempo, sta crescendo il dibattito sul riuso del patrimonio, sia pubblico che privato, oggi inutilizzato o sottoutilizzato. Qual è la sua visione di rigenerazione urbana e come sta entrando, da neoministro, nel dibattito?
Ci sono diverse considerazioni da fare. La prima: durante il lockdown e ancora oggi si è visto un forte investimento di tante famiglie, ovviamente quelle che potevano permetterselo), per migliorare la qualità delle proprie abitazioni. Un fenomeno favorito sicuramente dall’aumento della propensione al risparmio legata all’incertezza e al fatto di non poter spendere per attività come la ristorazione. Diverse indagini raccontano, però, che questa scelta sia da intendere più come permanente che non di breve termine. In altri termini, nei prossimi anni ci aspettiamo una crescita della domanda relativa a tutto ciò che riguarda il miglioramento della qualità della vita nella propria abitazione. Per alcuni si trasformerà nella necessità di spostarsi in altre case, per altri in investimenti di ristrutturazione. Come governo dovremo rispondere a questa domanda.
Secondo elemento: tutti vogliamo tornare il prima possibile alle nostre vite “di prima”, ma dobbiamo essere consapevoli che la realtà sarà comunque diversa. Faccio un esempio: sono ormai moltissime le imprese che hanno dichiarato di voler utilizzare il lavoro in remoto in modo permanente anche se non esclusivo. Questo avrà chiaramente enormi implicazioni sul mercato immobiliare, soprattutto nelle grandi città. Per questo dobbiamo mettere al centro della nostra agenda la riqualificazione del patrimonio immobiliare, sia pubblico che privato. Per farlo, però, dobbiamo ripensare le nostre città e gli spazi urbani a servizio dei cittadini. Probabilmente vedremo meno torri e grattacieli, più spazi di coworking diffusi nelle città. Abbiamo davanti un periodo di grandi cambiamenti e abbiamo la possibilità di stimolare e orientare politiche abitative innovative che tengano conto delle mutate esigenze di vita e di lavoro.

Il tema però riguarda anche la cosiddetta turistificazione. Per ridisegnare le città serve riportare le persone nei centri storici. Ma, per farlo, è necessario normare il mercato degli affitti brevi, ad esempio: in questi anni gli alloggi “Airbnb” hanno svuotato le città di abitanti, riempiendole di turisti.
Tutti questi aspetti sono fortemente interconnessi. Ripensare alle modalità di lavoro future, significa prendere in considerazione le possibili ricadute sull’assetto urbano, che può significare centralizzazione, decentramento o addirittura abbandono degli uffici. Se le nuove modalità di lavoro porteranno ad abbandonare il centro delle città, si dovrà pensare anche a ricollocare le attività di prossimità. Lo stesso vale per il turismo: secondo alcune ricerche, anche le scelte personali saranno orientate e influenzate dall’esperienza che stiamo vivendo, si andrà verso un turismo meno concentrato sui luoghi affollati. Anche qui dovremo dare risposte in maniera rapida per fronteggiare questi cambiamenti, sia a livello di politiche locali che nazionali. Di fronte a rapidi mutamenti delle preferenze un comune non può pensare di impiegare cinque anni per dare autorizzazioni a opere che rispondono ai bisogni delle persone. Oggi non sappiamo per certo cosa accadrà, ma basta pensare a come questa crisi ha già riconfigurato i centri storici delle nostre città, invertendo tendenze che consideravamo irreversibili, per sapere che bisognerà operare rapidamente e con duttilità.

Uno dei problemi più gravi si paleserà tra poco, il 30 giugno, quando scadrà il blocco degli sfratti per morosità. È preoccupato? E, soprattutto, come pensa il Governo di gestire l’ondata di sfratti in arrivo?
Il tema mi preoccupa molto ed è al centro della riflessione in corso con gli altri ministeri coinvolti, da quello del Lavoro e delle politiche sociali a quello della Giustizia, passando per l’Interno. Abbiamo ben presente il problema ma non sarebbe corretto anticipare indicazioni che saranno frutto di un coordinamento. Di certo è uno dei temi chiave per gestire l’uscita dalla crisi con grande attenzione, perché non parliamo di numeri o statistiche, ma della vita delle persone, compresa quella dei proprietari. A questo problema stiamo dando la stessa importanza che ha la questione dell’uscita graduale dal blocco dei licenziamenti, della fine dei sussidi, dei ristori o dei sostegni, una sfida straordinaria, che mai si era palesata prima.

Torno sulla “pandemia”. Durante i mesi di lockdown è emerso un cortocircuito tra alcune norme in vigore e sicurezza, salute, diritti dei cittadini: mi riferisco all’articolo 5 del cosiddetto Piano Casa Renzi-Lupi del 2014 che vieta la residenza e l’allaccio delle utenze a chi ha occupato immobili e alloggi, anche se in condizione di necessità. L’articolo ha prodotto forti effetti in termini di accesso a servizi essenziali come scuola e sanità, dimostrandosi un ostacolo rispetto all’accesso ai servizi sanitari. Inoltre, lo stesso articolo ha ostacolato meccanismi di regolarizzazione degli inquilini senza titolo nel patrimonio pubblico. Il suo ministero ha intenzione di proporre il superamento di questa norma?
L’impostazione del nostro lavoro parte da un’analisi sistematica dell’impatto delle norme, anche di quelle di recente emanazione. Anche sul tema da lei indicato stiamo applicando lo stesso approccio, un approccio non comune nel nostro Paese dove spesso si cambiano le norme senza una valutazione del loro effetto – ne parlava già Luigi Einaudi nel 1955 -, ma l’unico possibile per un ministro tecnico che deve costruire consenso sulle posizioni non avendo una propria forza politica autonoma a supporto. L’unico modo per fare una scelta consapevole è questa e tale impostazione si applica anche all’articolo 5 del Piano Casa del 2014.

Si parla di emergenza abitativa ormai da decenni. Il piano pluriennale che ha citato prima da cosa deve essere guidato?
Va attivata una partnership pubblico-privato anche attraverso strumenti di finanza responsabile e sostenibile che fino a qualche anno fa non erano presenti, sfruttando l’eccesso di liquidità sui mercati e il desiderio di operatori anche privati di trovare stabilità ai propri rendimenti nel futuro. È una svolta strutturale che potrebbe rendere molto più semplice trasformare lo slogan “pubblico-privato” in progetti concreti. Per questo ho istituito una commissione con i migliori esperti italiani della materia: sta iniziando il proprio lavoro in questi giorni e ho chiesto loro di essere il più rapidi possibile, anche in vista della prossima Legge di bilancio.

 

[FOTO ANSA/CLAUDIO PERI]

 

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