Gatti: “Il totalitarismo cinese e quello delle piattaforme digitali sono i pericoli del nuovo millennio”

Dopo la “censura” da parte di Google, l’autore di “L’infinito errore. La storia segreta di una pandemia che si doveva evitare” mette in guardia dai nuovi pericoli che minacciano la libertà e la democrazia.

Cinzia Sciuto

Il nuovo libro-inchiesta di Fabrizio Gatti, “L’infinito errore. La storia segreta di una pandemia che si doveva evitare, in libreria dal 15 aprile per La Nave di Teseo e nella classifica dei libri più venduti (che MicroMega ha recensito), è finito nella blacklist di Google. L’autore aveva infatti rilasciato un’intervista per un podcast che il titolare voleva sponsorizzare su YouTube. Le sponsorizzazioni sono sottoposte a verifica da parte di Google, che ha giustificato il diniego con questo messaggio: “La informiamo che, a seguito del ricorso eseguito dal nostro staff, il dipartimento conferma la disapprovazione del video della campagna ‘pdr Gatti’ per eventi sensibili collegato a Covid-19 (può trovare l’informativa della policy)”.

Fabrizio Gatti, perché il video in cui si parlava del tuo libro è finito sotto la scure dell’algoritmo di Google?

Il divieto di Google arriva dopo una mia intervista al Podcast di Daniele Rielli, che tra l’altro è l’autore di due libri molto interessanti sul tema, “Odio e “Storie dal mondo nuovo. La segnalazione automatica dell’algoritmo, come si legge nella breve motivazione, è stata poi confermata da un imprecisato “dipartimento” di Google. Il perché si nasconde dietro altri due concetti della stessa motivazione: “disapprovazione” e “eventi sensibili”. In altre parole Google, l’oligopolio che concentra nel suo fatturato gran parte della pubblicità e dei dati personali del pianeta, si occupa ora anche dei contenuti non sulla base della loro autenticità oggettiva, ma di categorie soggettive e vaghe quali il gradimento e la sensibilità. Nel mio libro “L’infinito errore descrivo con documenti inediti una dittatura spietata, che in Cina reprime qualsiasi forma di dissenso e che ha costretto al silenzio perfino i medici di Wuhan che per primi hanno denunciato l’epidemia di polmoniti, pur sapendo fin dal 7 gennaio 2020 della stretta parentela del nuovo coronavirus con due virus isolati durante esperimenti militari cinesi. Da chi è composto il misterioso dipartimento di Google? Leggendo la loro motivazione anonima, non mi pare siano studiosi competenti che abbiano verificato i documenti che pubblico nel mio libro. Incompetenza, sudditanza alla pressione cinese, abuso del concetto di politically-correcteness sono gli stessi binari su cui il virus Sars-CoV-2 è arrivato in Italia e poi nel mondo. Se fosse un’azienda sottoposta alle giuste regole della libera concorrenza, la promozione di questo o di altri libri si diffonderebbe sulle piattaforme non-Google concorrenti e la questione si chiuderebbe qui. Ma stiamo parlando di un quasi monopolio, anche per i numeri mostruosi nella gestione e nell’appropriazione dei nostri dati: è questa dimensione a rendere tutte le decisioni di Google un grave problema per le nostre libertà. Per quanto riguarda gli algoritmi, scopriamo che nell’analisi dei contenuti quelli dell’americana Google sono in strettissima sintonia non con la Costituzione delle democrazie occidentali, ma con la sensibilità del Partito comunista cinese.

Secondo te si può parlare di censura? Se sì perché, se no perché?

Quanto è accaduto con il Podcast di Daniele Rielli è una forma più subdola della classica censura. Google non elimina “L’infinito errore dalle sue indicizzazioni, ma avverte i tanti microeditori di video, blog, siti web che se desiderano parlare del libro sulle piattaforme Google non ci guadagneranno un centesimo. Google interviene senza analizzare il contenuto del libro, ma sulla base della disapprovazione da parte di un fantomatico dipartimento di cui non conosciamo i nomi dei componenti, né i loro curricula. Intanto, con questo provvedimento, il mio libro e immagino il mio nome sono finiti nella blacklist della piattaforma globale. A quale mia insensibilità fa riferimento Google? Avrei dovuto chiamare Xi Jinping dittatoruccio o uno dei ministri tra suoi principali alleati in Europa Giggino? La censura la affronti. L’idiozia sfugge, scivola via. Ma tutti i regimi, fin dalla loro nascita, hanno sempre un retrogusto idiota.

Questi meccanismi sono messi in atto dai gestori delle piattaforme in teoria per tutelare gli utenti da informazioni false o distorte, ma come vediamo ci possono finire dentro anche prodotti di grande valore giornalistico come il tuo: cosa non funziona del meccanismo?

Nel mio viaggio sul Coronavirus, dalle grotte dei pipistrelli ai laboratori cinesi fin dentro le nostre case, dimostro come, una volta contenuta la pandemia attraverso la diffusione dei vaccini, dovremo continuare a occuparci di altre due pericolose pandemie: il totalitarismo del Partito comunista cinese con la sua inarrestabile penetrazione nelle economie del mondo e i regimi digitali, cioè le poche piattaforme che concentrano quantità di dati privati, come non è mai accaduto prima nell’umanità. Già oggi, in Cina, a cominciare dalla repressione delle proteste di Hong-Kong, non c’è alcuna differenza tra gli apparati del Partito unico e l’apparato degli algoritmi con cui vengono controllati comunicazioni e social media. La stessa rapidità e la superficialità con cui sono finito nella blacklist di Google dimostra un’ampia sintonia tra totalitarismi e nuovi poteri digitali. Cosa non funziona? Secondo me, dal loro punto di vista, il meccanismo funziona benissimo. Non devono nemmeno perdere tempo a leggersi un libro e porsi su categorie scientifiche che tutti noi rispettiamo, quando verifichiamo se ciò che viene espresso sia vero o falso. Google non ha commesso un errore nel mettermi nella sua blacklist. Ha semplicemente applicato la sua logica. L’informazione nelle democrazie si basa su un principio fondamentale: la responsabilità personale, penale e civile, di quanto viene pubblicato. È per questo che nei giornali, nei telegiornali, nei siti di informazione esiste un direttore responsabile. Ma a questo obbligo previsto dalla legge le grandi piattaforme si sono sempre sottratte. Il ruolo è affidato agli algoritmi, quindi ai dipartimenti di programmatori che inseriscono negli algoritmi il vocabolario di concetti sensibili. Un vocabolario da sempre segreto, come in Cina. Dalle invenzioni non si torna indietro. Ma è proprio questo strapotere degli algoritmi, oltre alla penetrazione ovunque del regime totalitario cinese, l’altra pandemia che dopo il Sars-CoV-2 dovremo al più presto contenere. Dietro agli algoritmi però ci sono aziende e fatturati senza precedenti. Immaginare che il loro attuale potere economico non si trasformi presto in potere politico, culturale, egemonico è una grave ingenuità. La riflessione sulle possibili vie d’uscita ce la offre un bel libro uscito da poco, “Statosauri, di Massimo Russo.

YouTube, Facebook, Instagram, Google ecc. bloccano in modo sistematico e insindacabile profili e post non conformi ai propri standard. Da un lato ci rallegriamo quando vengono messi al bando profili che inneggiano al razzismo o alla violenza, ma a prescindere da cosa viene messo al bando questi interventi non sono decisi da un potere pubblico soggetto al controllo democratico ma da soggetti privati straordinariamente potenti: questo non rappresenta una minaccia per la libertà di pensiero e la democrazia?

Ovviamente sì, rappresentano una grave minaccia. Ma non solo perché, dopo aver favorito l’elezione di Donald Trump, ora applicano una opposta politically correctness nel censurarlo: oggi non è per loro impopolare farlo, visto che dalla mole di dati in loro possesso conoscono in anticipo gli orientamenti dell’elettorato americano. Il blocco dei messaggi apertamente razzisti e violenti serve a rassicurarci nell’accettare e utilizzare i loro mezzi, cioè nel convincerci a fornire loro i nostri dati personali, i nostri pensieri: Facebook, nel riquadro dove scrivere i post, ci chiede “a cosa stai pensando?”. Nel frattempo i programmatori che governano gli algoritmi che a loro volta governano i social media premiano una violenza mediatica strisciante fatta di polemiche sterili, semplicemente amplificando i contenuti più urlati e offrendoli in evidenza al pubblico. Prendiamo l’esperienza di questi mesi: virologi contro virologi; una famosa scrittrice radiofonica che se la prende con la divisa del bravo generale Figliuolo, senza però disturbare il premier Draghi che l’ha nominato; uno scrittore quarantenne che confessa di essersi fatto vaccinare al posto di un ottantenne. Fanno questo non per informarci, ma per apparire, per crescere nell’audience personale determinata dagli algoritmi digitali. Tutti contro tutti, in uno scontro quotidiano. I social media hanno bisogno di personaggi come loro. Per riempire i loro spalti digitali hanno bisogno ovunque dello scontro verbale. Altrimenti sarebbero desert media. Si cibano di questa violenza subdola, magari ammantata di sensibilità e di politically correctness. Come finiranno le nostre democrazie sottoposte a questi apparati di distrazione di massa? Quale sarà il prezzo di tutto questo? Ce lo dice Valerij Legasov, dopo il disastro di Chernobyl: “Il vero pericolo è che se ascoltiamo troppe bugie, poi non riconosciamo più la verità”. Non a caso, quando a Wuhan muore il dottor Li Wenliang, i suoi colleghi usano proprie queste parole. Quindi esce un libro come “L’infinito errore che incrocia documenti, articoli scientifici, fatti e tutto questo finisce sulla blacklist proprio perché l’indagine non appartiene al coro, ma critica con documenti alla mano una dittatura feroce come quella cinese e i suoi alleati nei governi occidentali, a cominciare dal governo di Giuseppe Conte che non ha preso in tempo i provvedimenti che dovevano contenere l’epidemia. Google, esattamente come fece Giuseppe Conte il 4 febbraio 2020, pretende di darci un insegnamento: non toccate gli interessi cinesi. Nel rivelare e dimostrare questo, sono insensibile? Da giornalista e scrittore di inchieste mi pongo soltanto una domanda: quello che ho trovato è vero o falso? Se è vero e documentabile, lo scrivo. Mi viene in mente il discorso del presidente francese Jaques Chirac quando, nel 2004, apre la via alla corsa scientifica che porterà la dittatura di Pechino a coltivare e isolare quasi duemila nuovi coronavirus estratti dai pipistrelli: “Un mercato dove ogni anno cinque milioni di nuovi veicoli, in particolare di progettazione francese grazie allo sviluppo di Peugeot-Citroën e di Renault”, dice Chirac, “percorrono quella che è diventata oggi la seconda rete autostradale al mondo…”. È come il finale della Fattoria degli animali di George Orwell: turbocapitalisti e comunisti da anni giocano insieme. Ma grazie al contributo delle piattaforme digitali, dallo scenario orwelliano di 1984 siamo entrati direttamente in quello altrettanto agghiacciante di Brave new world di Aldous Huxley. Un mondo bello, tecnologicamente avanzato, apparentemente perfetto. Sembra di vedere la Cina di oggi.

Questa vicenda ha avuto ripercussioni anche sulla vendita del libro? Si sono verificati per esempio problemi con le piattaforme di vendita di libri come Amazon?

La diffusione de “L’infinito errore verrà sicuramente penalizzata perché, con il suo provvedimento, Google indirettamente invita blogger, autori di podcast, influencer a non promuoverlo. Ma conto su persone indipendenti come Daniele Rielli, che difende il suo diritto costituzionale a informare e non certo gli interessi di una multinazionale. E poi conto sui tantissimi lettori curiosi, che desiderano informarsi dai documenti e che sono esausti del modello televisivo e digitale che da un anno e mezzo ci propone la stessa, identica polemica sterile. Il mondo reale sono loro, non il fantomatico dipartimento di Google.



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