Raccontare le storie dei cittadini di serie B: conversazione con Suketu Mehta

Le città. I sistemi. La richiesta di sicurezza e la dilagante povertà. Dialogo con l’autore di Maximum City e La vita segreta delle città.

Giorgio de Finis

Pubblichiamo un estratto della conversazione rilasciata da Suketu Mehta, autore di Maximum City e La vita segreta delle città, a IPER festival delle periferie, evento “phygital” – con l’uso della tecnologia a costruire un ponte tra evento fisico ed evento digitale – promosso dal museo omonimo (cos’è il Museo delle periferie) in programma a Roma dal 21 al 23 maggio.

Cosa porta gli umani a farsi urbani, ad ammassarsi in luoghi spesso invivibili quali le grandi conurbazioni del terzo millennio, con milioni di persone, alcune poverissime, ognuna con pochi metri quadri a disposizione?
Per la prima volta nella storia ci sono più persone che vivono nelle città che nei villaggi e nelle campagne. Questa è una svolta decisiva per la specie umana, perché la nostra è una specie che si è evoluta in piccoli gruppi. La mia stessa famiglia, in India, viene da un piccolo villaggio nel Gujarat e poi si è spostata in Kenya, in Inghilterra e successivamente in America, in Australia, direi in tutto il mondo, ma comunque proviene da un piccolo villaggio. Questa prevalenza delle città non è uguale per tutti paesi del mondo, per esempio in Brasile circa l’ottanta per cento della popolazione vive in città, mentre in India la maggioranza della popolazione vive ancora in piccoli centri.
Ma bisogna aggiungere anche che la definizione di ciò che è città e di ciò che è campagna è cambiata. Bombay si è espansa oltre le sue tradizionali sette isole centrali ed è dilagata sul continente. Quelli che una volta erano villaggi o pezzi di campagna sono stati inclusi in questa conurbazione. Così ci sono blocchi densamente costruiti di palazzi e poi magari un prato con le bufale che pascolano. E le persone che abitano nei palazzi vanno a comprare il latte fresco appena munto ogni giorno.
Dobbiamo chiederci, che cos’è che rende le città così attraenti per l’essere umano? Consideriamo le città innaturali, ma in termini di sostenibilità, se veramente vogliamo salvare il pianeta, abbiamo bisogno che più persone vivano nelle città. Perché una città, grazie alle sue economie di scala, permette di risparmiare sul consumo delle risorse. Per questo in Cina, ad esempio, hanno cominciato uno dei più grandi piani di urbanizzazione della storia, costruendo un centinaio di super-città. La conurbazione di Pechino e Tientsin riuscirà a sostenere 75 milioni di abitanti. E la loro idea è di connettere qualunque punto di questa super-città con linee ferroviarie veloci che permettano di arrivarci entro mezz’ora.
La città poi è attraente soprattutto per i giovani. Non solo perché è possibile avere maggiori opportunità di lavoro, ma anche sposarsi più liberamente, esprimere le proprie opinioni. Insomma, il successo della città dipende dall’eccitazione che offre la vita urbana, il senso di libertà.

Lei ha vissuto in diverse grandi città e vive a New York. Personalmente, qual è il suo rapporto con la città? Cosa le piace della metropoli?
Io sono nato a Calcutta, cresciuto a Bombay e poi, a quattordici anni, mi sono trasferito con la mia famiglia a New York. E non ha Manhattan, ma nel Queens, nel quartiere di Jackson Heights, una zona multietnica, forse la più multietnica d’America. C’era molto razzismo, a quei tempi, e andare a scuola lì, una scuola cattolica dove venivo tormentato da tutti, è stato un incubo. Eppure, ora adoro tornare a Jackson Heights.
New York è un buon esempio di come funziona l’immigrazione. Due newyorchesi su tre sono immigrati o figli di immigrati e si sta tutti insieme. Non ci sono barriere, cancelli, non ci sono gated community in nessuno dei cinque boroughs, solo una a Coney Island. Nell’hinterland della città invece ce ne sono molte, per esempio a Long Island. Lì trovate muri e cancelli a difendere le case e dietro queste barriere non c’è alcun senso di comunità. La loro architettura è sterile, la vita che ci si conduce è sterile. Tutto questo ambiente incredibilmente controllato e curato non desta in me nessun interesse.
Una grande città è un posto dove puoi girare liberamente e dovrebbe essere, potremmo dire, “sopportabilmente” pericolosa. Quando sono arrivato a New York, negli anni Settanta, era un posto davvero poco sicuro, io stesso sono stato rapinato due volte, etc.
Tuttavia, ogni anno New York è diventata meno pericolosa.
Tutto questo sta cambiando ora perché con la pandemia c’è un momento di grande instabilità sociale. Nel 2020 c’è stata di nuovo un’esplosione criminale con numerosi omicidi. New York è molto diversa da com’era prima della pandemia, e ora sta ripartendo. Sono sicuro che tornerà ad essere un posto molto affascinante, ma sarà comunque diversa da com’era prima.

Come dare voce ai milioni di persone, soprattutto immigrati, che vivono e lavorano nelle città? Crede che la letteratura abbia ancora oggi questa responsabilità?
Ci sono una paura e un odio dell’immigrazione a livello globale. Dappertutto, negli USA, in Italia, persino in India. Non ci sono mai state così tante persone in movimento nel mondo. In questo momento circa 250 milioni di persone, me incluso, vivono in un paese dove non sono nati. Ci sono sempre più persone che migrano, anche perché è diventato molto meno costoso viaggiare e molti paesi ricchi hanno cominciato ad accettare l’idea di ammettere stranieri per incrementare le loro economie.
Poi però gli immigrati sono diventati un comodo capro espiatorio della crisi per i populisti di tutto il mondo. I lavoratori si sono impoveriti perché i ricchi hanno rubato tutti i soldi e si è cominciato a suggerire loro che la colpa è di questa gente venuta da fuori. I messicani negli USA, gli africani in Italia o i bengalesi in India. Dopo la grande crisi del 2008 tutto questo è peggiorato. C’è da tempo una narrazione ella migrazione molto negativa e potente. Il dovere della letteratura, e io non sono né un demografo, né un economista, ma appunto uno scrittore, è quello di raccontare delle storie.
La stessa cosa che fanno i populisti in tutto il mondo: Bolsonaro, Modi, Trump, tutti raccontano una storia. Una storia “falsa”. Per combatterli è necessario raccontare una storia “vera” e raccontarla meglio di come fanno loro. E questo è il punto in cui interveniamo noi: gli scrittori, i giornalisti. Possiamo raccogliere dei fatti veri e narrarli in modo avvincente. Penso che se c’è una possibilità per i migranti di essere accolti nelle nostre società molto dipende anche da come riusciamo a raccontare le loro storie.

Conversazione realizzata con la collaborazione di Fabio Benincasa

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Le città non sono uguali per tutti: conversazione con Saskia Sassen



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