Invece dell’agenda Draghi

Le ultime elezioni hanno certificato il declino del Pd, che ora parla della necessità di “rifondarsi”. Ma per farlo dovrebbe riconoscere gli errori degli ultimi trent’anni e restituire al termine “sinistra” un significato che in quel partito si è perso da tempo. Un progetto simile non può avere come stella polare l’agenda Draghi, ma semmai le idee del suo antico maestro, Federico Caffè, che un libro appena uscito riporta all’attenzione.

Carlo Clericetti

Quello che avrebbe dovuto essere il più importante partito della sinistra, il Partito Democratico, si dibatte in una crisi certificata non solo dall’ultimo risultato elettorale, ma da una tendenza al declino che dura ormai da molti anni.

Dall’esterno e dall’interno molte analisi concordano su due punti: la disomogeneità delle idee, che negli ultimi anni ha dato origine a varie scissioni, e – come conseguenza – la mancanza di una identità definita. Non a caso nella recente campagna elettorale il leitmotiv è stato di proporsi come argine alla destra, ma per fare cosa? Per realizzare la mitica “agenda Draghi”, ossia un elenco di cose da fare e non un progetto di società. In effetti un progetto implicito: ma non una società che avrebbe dovuto essere altra cosa rispetto a quella verso cui l’elettorato, con la crescente astensione dal voto e con i repentini spostamenti da un partito all’altro – o meglio da un leader all’altro – alla ricerca di “qualcosa di diverso”, ha mostrato una evidente insofferenza.

Se davvero il Pd, o qualunque altro nome voglia assumere, ha intenzione di trovare questa identità, e se vuole proporsi come un partito di sinistra, restituendo a quel termine una dignità da tempo perduta, i suoi dirigenti farebbero bene a leggere un libro appena uscito per le edizioni Meltemi: Una civiltà possibile – La lezione dimenticata di Federico Caffè.

Federico Caffè è stato uno degli economisti più notevoli del secolo scorso, ma oggi viene per lo più citato sui media in relazione al fatto che Mario Draghi è stato un suo allievo. Di qui era partito Thomas Fazi, giornalista e saggista molto presente nel dibattito politico ed economico, con l’intenzione di far giudicare l’opera di Draghi come capo del governo dal suo vecchio maestro, riprendendone analisi e giudizi. Ma – scrive Fazi – studiando più a fondo l’opera dell’economista ne è rimasto tanto colpito da decidere che valeva piuttosto la pena di dedicare un libro all’esposizione del suo pensiero, riguardo al quale – afferma – è mancata finora una vera e propria sintesi divulgativa che ne mettesse in evidenza gli aspetti di critica radicale alle scelte di politica economica del secolo scorso, soprattutto quelle che hanno generato la situazione in cui ci troviamo oggi.

Già questo fatto merita una prima osservazione. Fazi viene per lo più giudicato un estremista dalla corrente dominante degli economisti, eppure negli scritti di Caffè si è ritrovato appieno. E Caffè non era certo un barricadiero con idee strampalate. D’altronde uno dei suoi articoli più famosi fu titolato “La solitudine del riformista”. Non si spiegherebbe, altrimenti, come mai sia sempre stato ascoltato in Banca d’Italia (dove aveva iniziato la sua carriera, al Servizio studi), e non solo dal governatore Paolo Baffi, con cui ebbe uno stretto rapporto.

Raramente le indicazioni di Caffè furono seguite. In quegli anni prevalsero politicamente le idee di economisti come Guido Carli, Tommaso Padoa Schioppa (che con Caffè entrò pubblicamente e duramente in polemica) e Nino Andreatta, che avevano una impostazione sostanzialmente opposta alla sua (e in linea, peraltro, con quelle che dagli anni ‘80 del secolo scorso erano diventate le teorie dominanti). Ma alle idee di Caffè veniva riconosciuta una legittimità tale da essere richieste e ascoltate dai massimi livelli tecnici dell’economia. Lo stesso Carli – nonostante la distanza politica – ha scritto che, anche quando Caffè non era più consulente di Bankitalia, gli inviava le bozze dei documenti per chiedere le sue osservazioni preventive e si ricorda che andava a trovarlo spesso alla Sapienza (“In facoltà si diceva: Carli è venuto a prendere un caffè da Caffè”, ricorda Giuseppe Amari).

D’altronde Caffè si collocava nel filone di un keynesismo non imbastardito dalle successive interpretazioni, da quei “neokeynesiani” che tutto sono tranne che keynesiani. E, soprattutto, era guidato da un principio che le teorie economiche dominanti hanno del tutto ignorato, e cioè che l’organizzazione della società non dev’essere un sottoprodotto della ricerca della massima efficienza economica, ma al contrario l’economia debba essere guidata a realizzare il modello desiderato di società: quel modello prefigurato dalla nostra Costituzione alla cui elaborazione Caffè aveva contribuito in prima persona. “Si va alla ricerca nominalistica di un ‘nuovo modello di sviluppo’ – scrisse bacchettando una formula che per un certo periodo ebbe fortuna nella sinistra – ma questo nelle sue ispirazioni ideali si trova nella prima parte della Costituzione, negli aspetti tecnici nei lavori della Commissione economica della Costituente”.

Quel principio è fondamentale. E un partito che voglia dirsi di sinistra, o anche semplicemente progressista, proprio da lì dovrebbe partire. Altrimenti non farà che riprodurre la situazione attuale, in cui un elettorato sempre più ristretto e scontento, alla ricerca di un cambiamento, incorona via via leader per merito mediatico destinati a durare lo spazio di una tornata elettorale o anche meno.

Il libro di Fazi dedica il primo capitolo a una breve biografia dell’economista, e il secondo ai lineamenti generali del suo pensiero. Gli altri tre sono sulla crisi degli anni ‘70, sul dibattito sul Sistema monetario europeo e su “Gli anni Ottanta e la restaurazione neoliberista”.

Fazi ricorda che Caffè, dal ‘44 legato alla Resistenza, fu segretario particolare e poi capo di gabinetto di Meuccio Ruini, futuro presidente della “Commissione dei 75” incaricata di redigere la Costituzione; in seguito farà parte della Commissione economica per la Costituente. Fra il ‘47 e il ‘48 frequenta – grazie a una borsa di studio – la London School of Economics: è proprio il periodo in cui nel Regno Unito si gettano le basi del moderno Stato sociale. In uno scritto dell’epoca, Caffè dichiara la sua convinta adesione a quella svolta attuata dal governo laburista di Clement Attlee e dal liberalsocialista William Beveridge. Al ritorno in Italia inizia la sua carriera di docente di politica economica e nel ‘59 approderà alla Sapienza dove insegnerà fino al 1984, anno del suo pensionamento. Tre anni dopo sparirà improvvisamente, un mistero che non è mai stato risolto nonostante l’impegno di tanti suoi amici e allievi.

Caffè non era anti-europeista, ma il suo spirito critico e l’acutezza delle sue analisi lo spinsero a mettere in guardia, fin dal 1958, dal legarsi troppo strettamente a una costruzione europea che sarebbe stata dominata dalla Germania e dalla sua politica mercantilista e deflazionista. Quel “vincolo esterno” invocato e perseguito dagli economisti rigoristi egli lo giudicava un grave ostacolo che avrebbe impedito di occuparsi dei problemi sociali interni. Così, fu contrario a legarsi al Sistema monetario europeo (SME), che avrebbe praticamente annullato l’uso di uno strumento fondamentale di politica economica come il cambio; e del resto era contrario anche l’allora governatore Paolo Baffi, che però prese atto della decisione politica di aderire, riuscendo se non altro ad ottenere che la banda entro cui avrebbe potuto oscillare la lira fosse più ampia rispetto a quella delle altre monete (6% invece che 2,25).

Fu critico anche con l’industria pubblica, ma per l’aspetto di suoi comportamenti di tipo privatistico, e nella fase delle privatizzazioni commentò sconsolato la svendita di un patrimonio che apparteneva a tutti i cittadini e anch’esso un prezioso strumento di guida dell’economia. Non ripercorreremo qui la storia di tutte le sue battaglie, gran parte delle quali sono ricordate egregiamente nel libro, che lo fa parlare attraverso numerosissime citazioni dei suoi interventi. Basti dire che si oppose lucidamente a quella deriva neoliberista che ci ha regalato trent’anni di declino.

Come si diceva, raramente le sue indicazioni furono accolte. Le idee di Keynes in Italia erano assai poco diffuse, e non facevano parte del bagaglio culturale né del Pci né dei sindacati. Solo Antonio Lettieri, leader della “Terza componente” della Cgil (che si rifaceva a personalità come Lelio Basso, Vittorio Foa, Riccardo Lombardi), ebbe con lui uno stretto sodalizio. Lettieri andava a confrontarsi con lui di sabato, in una facoltà di Economia semideserta, e Caffè insisteva perché lo chiamasse dalla portineria per andarlo a prendere con l’ascensore dei professori. Insieme diedero vita a una rivista, “Sinistra 78”, sul primo numero della quale l’economista prese posizione con grande durezza sulla cosiddetta “svolta dell’Eur”, con la quale la Cgil di Luciano Lama accettava la “politica dei sacrifici”. Il titolo – Le ipocrisie del “patto sociale” – non lasciava dubbi sul giudizio.

Fazi dichiara di aver letto tutto quello che Caffè ha scritto (tranne qualcosa non più reperibile), e bisogna dire che lo dimostra con una ricchezza di citazioni davvero notevole. Ha letto anche chi di Caffè si è occupato prima di lui: Giuseppe Amari, che dell’economista è forse il più puntuale esegeta, Nicoletta Rocchi, Alberto Baffigi, i suoi colleghi della Sapienza Nicola Acocella e Mario Tiberi, che ne tengono vivo il ricordo organizzando ogni anno una giornata a lui dedicata. L’elenco non è certo completo, ma purtroppo non è lungo come meriterebbe.

Torniamo al Pd, da cui eravamo partiti. Che fa un gran parlare di “rifondazione”, anche se ancora non se ne vedono le tracce. I suoi dirigenti potrebbero cominciare a leggere Caffè, se non altro per capire quanto e dove, negli ultimi trent’anni, si siano allontanati da quel campo che si può definire con il termine “sinistra”. Poi, se non è chiedere troppo, potrebbero dare un’occhiata anche a Keynes. Alla fine, se non decideranno di mettere al centro del loro programma una “economia per gli uomini comuni” (per parafrasare il titolo di una bella raccolta curata da Amari e Rocchi), facciano il favore: la smettano di definirsi “di sinistra”, seppure con l’aggiunta un po’ ipocrita di “centro”. Quel termine ha una storia nobile, non merita di essere degradato come è stato fatto ormai da molti anni.



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