“Io sono Giorgia” e la lobby nera milanese

Le omissioni sul fascismo nell’autobiografia di Giorgia Meloni e la sua (non)reazione all’inchiesta di Fanpage.

Alessandro Brescia

Diversi commentatori si sono stupiti circa la (non)reazione di Giorgia Meloni a proposito dell’inchiesta di Fanpage sull’europarlamentare di Fratelli d’Italia Carlo Fidenza e la presunta Lobby nera milanese.
Eppure bastava leggere Io sono Giorgia per scoprire come tutto fosse già scritto. O meglio, non scritto.
Lo schema narrativo del libro è semplice. Da una parte c’è il pensiero di sinistra liquidato come “un’ideologia totalizzante, ieri come oggi, in nome della quale si è disposti a giustificare qualunque forma di sopraffazione e di violenza”. Con la recente aggravante, a proposito di famiglia e diritti, di essere alle prese con “un grossissimo e cronico sbilanciamento verso fantomatiche antropologie disumanizzanti”. Nella ricostruzione della leader di Fratelli d’Italia la Sinistra italiana è niente più che questo.

Dall’altra parte c’è la Destra di Giorgia. Orgogliosamente rinata dopo l’era Berlusconiana, stagione dove l’unico appunto è la condotta privata “francamente un po’ spregiudicata” del Cavaliere. Per il resto la cronistoria della Casa delle Libertà risulta parecchio edulcorata degli elementi di pregio: per citarne qualcuno, il passato da piduista, gli interessi privati diventati interessi pubblici, le leggi ad personam, i rapporti con Mangano e Dell’Ultri (val la pena ricordare che l’ex premier si è presentato davanti ai giudici di Palermo per il processo sulla Trattativa avvalendosi della facoltà di non rispondere. Un contributo significativo per concorrere all’accertamento della verità). Ad ogni modo, dettagli sfuggiti e non menzionati nel libro, che non hanno creato imbarazzo e impedito alla Meloni di ricoprire ruoli di primo piano nella coalizione, vice presidente della Camera nel primo Berlusconi, Ministro della Gioventù nel Berlusconi II.

Nello stesso modo, mutatis mutandis, in oltre 300 pagine di autobiografia, nella Destra di Giorgia non c’è spazio alcuno per il Fascismo e dintorni. Nel racconto non una parola, non una riflessione compiuta sul periodo più nefasto della nostra Storia. Solo qualche generico riferimento come fosse una questione superata. Per contro non mancano le affermazioni sibilline con le quali si sottolinea la continuità con il tempo che fu “quello stesso ufficio che una volta era di Gianfranco Fini e, prima di lui, di Pino Rauti e Giorgio Almirante” giocando sulla solita retorica patriottica “le trincee della prima guerra mondiale, lì dove il sangue degli italiani si mischiò diventando un unico indissolubile” per esaltare “un mondo intero che non ha mai smesso di credere, né di combattere. La storia di cui parlo non è solo di Fratelli d’Italia, è molto più antica, ed è la storia di molte persone”.

In questo modo chi ha orecchi per intendere, può intendere. E c’è chi di credere e combattere certo non ha mai smesso. Ad esempio, come abbiamo visto, l’allegra brigata nera di Milano, decisamente a proprio agio nello sfoggiare, tra camerati e simpatizzanti di Hitler, il peggiore armamentario di battute sui neri, ebrei e immigrati, al netto del presunto utilizzo di “lavatrici” per finanziare la campagna elettorale.

Ma non solo a Milano “credono”. Ormai da più di qualche anno leggiamo con regolarità di amministratori locali di Fratelli d’Italia e Lega intenti a sbeffeggiare le celebrazioni del 25 aprile (data verso la quale i rispettivi leader nazionali nutrono un malcelato fastidio) oppure colti in flagranza di saluto romano o, nei casi migliori, arrampicarsi sugli specchi con posizioni equidistanti (per non scontentare nessuno) tra l’ANPI e Casa Pound, ma comunque impossibilitati, come Giorgia Meloni, a dichiararsi antifascisti (in ultima analisi è questo il nocciolo della questione), senza se e senza ma, come Costituzione impone.

Nell’immaginario collettivo è sempre l’ultima goccia la più importante perché è quella che fa traboccare il vaso. Non sappiamo se l’inchiesta di Fanpage sortirà questo effetto. Così facendo, però, si trascurano le altre gocce che non hanno concorso meno a colmarne la misura. Forse meno importanti, o passate inosservate, ma parimenti preoccupanti.

Almeno finché si continuerà a giocare sulle ambiguità di linguaggio, senza parole chiare e inequivocabili, senza prese di posizioni nette per recidere i legami con un passato con cui non si vuole fare i conti, facendo credere, più o meno esplicitamente, a nostalgici, ex repubblichini e fascisti dichiarati che di posto ce n’è. E per tutti.

 

(credit foto ANSA/FABIO FRUSTACI)



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