Sulla china di un iper-presidenzialismo incostituzionale

La carica eversiva delle provocazioni di Giorgetti sul semi-presidenzialismo. Le classi dominanti in crisi si appellano all’uomo forte.

Francesco Pallante

Due uomini in abito elegante commentano le ultime notizie pubblicate sui giornali. «Ok a Presidente della Repubblica e del Consiglio, ma i poteri vanno bilanciati…», afferma il primo. «Draghi dovrà fare anche l’opposizione!», annuisce il secondo.

Una vignetta – quella di Danilo Maramotti pubblicata sul Manifesto del 4 novembre scorso – che vale un editoriale. Certo, affiancare nella medesima frase le parole «Draghi» e «opposizione» è cosa ardita, al limite della sconsideratezza. Ma, si sa: la satira può far conto su peculiari spazi di libertà, che consentono di perdonarle stravaganze e impudenze.

A rimettere le cose a posto ha, a ogni buon conto, rapidamente provveduto la manina del ministero dell’Economia, che, nelle slides di presentazione del Pnrr – slides e faq sono le nuove fondamentali fonti del diritto –, ha provveduto a incoronare la testa del presidente del Consiglio. Altro che semi-presidenzialismo: scherziamo? Vogliamo forse dimezzare il fuoriclasse che tutto il mondo ci invidia? Draghi Sovrano subito, e poco male se proprio il principio repubblicano è l’unico proclamato come immodificabile dalla Costituzione (art. 139): è chiaro infatti che, se i costituenti avessero avuto contezza del Migliore dei Migliori – l’Uomo della Provvidenza e della Necessità, secondo il coro unisono della Cei e della Confindustria; SuperMario, nelle parole dei più prosaici sindaci italiani –, loro per primi ne avrebbero prevista l’incoronazione.

Ironia a parte – irresistibile, quando è il bersaglio per primo a coprirsi di ridicolo –, merita soffermarsi su due questioni.

La prima questione, di rilievo politico, ha a che fare con il riflesso condizionato che induce le classi dominanti ad appellarsi all’uomo forte quando le crisi, da loro stesse prodotte, si incancreniscono al punto da metterne a repentaglio la posizione di dominio (e, più concretamente, la ricchezza).

Al netto delle chiacchiere, la caduta del secondo governo Conte è stata essenzialmente dovuta alla brama di mettere le mani sul bottino del Pnrr. Intendiamoci: la maggioranza di allora non era certo animata da furore rivoluzionario. Al contrario, sono anni che il Partito democratico si prostra al sistema delle imprese, anelando un riconoscimento che, sadicamente, non gli viene mai concesso una volta per tutte. E il Movimento 5 stelle ha voluto confermare fin dai primi giorni della Legislatura in corso che chi dice di non essere né di destra né di sinistra il più delle volte sta goffamente cercando di mascherare il suo essere di destra. Ma è chiaro che Draghi è un’altra cosa: Draghi è l’emblema stesso del sistema che si richiude su di sé, compiacendosi dell’abbandono di quelle classi popolari che, smarrite e furibonde, avevano azzardato una timida rivolta, accodandosi a capipopolo cinici e incapaci. Al di là dei discorsi di circostanza, è una vera fortuna che l’ennesima, inevitabile, delusione le spinga, adesso, all’astensione di massa…

E, in effetti, a cos’altro mirano il ripristino della normativa sulle pensioni, l’inasprimento della dimensione punitiva del reddito di cittadinanza, lo sblocco dei licenziamenti, la riduzione del carico fiscale sui ceti medio-alti, l’assenza di interventi a sostegno dei redditi da lavoro, la conferma del più spinto precariato lavorativo, il sottofinanziamento del sistema sanitario, l’asservimento di scuola e università alle esigenze dell’economia, il venir meno della moratoria sugli sfratti, il rilancio del regionalismo differenziato, la ripresa delle grandi opere, l’inganno del ministero della transizione ecologica, la privatizzazione dei servizi pubblici locali, la valanga di denaro riversata sulle imprese: a cos’altro mira tutto ciò, se non a persegue il fine dell’incremento delle diseguaglianze economiche, sociali, ambientali a danno delle classi popolari? Di quelle stesse diseguaglianze, cioè, che sono all’origine della pandemia e dell’incapacità di contenerne adeguatamente le più gravi conseguenze?

La seconda questione, di rilevo giuridico-costituzionalistico, riguarda la spregiudicatezza con cui nel nostro Paese si continua a giocare con le regole costituzionali. Di fronte alle provocazioni di Giorgetti sul semi-presidenzialismo – ma, in realtà, quello che lui immagina è un iper-presidenzialismo, dato che non vi sarebbe alcuna separazione tra esecutivo e legislativo (com’è invece negli Stati Uniti) – e di De Benedetti sulla «torsione» che andrebbe impressa alla Costituzione per “congelare” al loro posto Mattarella e Draghi – vita natural durante? – viene quasi da rimpiangere l’atteggiamento di chi ha ripetutamente provato a riscrivere la nostra Carta fondamentale secondo le regole che ne disciplinano la revisione: quantomeno, era indice del fatto che la prescrittività della Costituzione veniva presa sul serio.

Ma non è soltanto questo. La carica eversiva dell’ipotesi di Giorgetti emerge con pienezza anche solo a un rapido sguardo delle regole costituzionali sulla Presidenza della Repubblica. «L’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica», recita l’art. 84, co. 2, Cost.: e non potrebbe essere diversamente, dato che «il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale», come aggiunge l’art. 87, co. 1, Cost. L’«unità nazionale»: vale, a dire – come ha ricordato Gustavo Zagrebelsky su la Repubblica del 10 novembre scorso – un qualcosa che, di per sé, non esiste, ma che è essenziale sia «costruita giorno per giorno, interpretando concretamente il patto che sta alla base del nostro “stare insieme”», in modo da «stare al di sopra non solo delle beghe, delle manovre, delle pressioni e dei ricatti di cui è fatta molto spesso la politica d’ogni giorno, ma anche delle strategie partitiche dei giorni a venire». Insomma: il Presidente della Repubblica deve necessariamente collocarsi al di fuori dall’agone politico, perché solo così può davvero assolvere al suo compito essenziale: rendere presente quella cosa che non c’è, ma deve necessariamente esserci, che è l’unità nazionale; senza la quale quanto rimane del, pur gravemente sfilacciato, nostro “stare insieme” sarebbe destinato a venir del tutto meno.

(Sia detto per inciso: tutto ciò esclude che al colle più alto si possa essere candidati e, tanto meno, ci possa autocandidare. Una considerazione in forza della quale la corsa di Berlusconi è partita fin da subito – e al di là di qualsiasi altra considerazione – screditata in modo irreparabile).

In questa sua veste di rappresentante dell’unità nazionale, il Capo dello Stato è poi chiamato, dai successivi commi dell’art. 87 Cost., a porsi in rapporto di stimolo e controllo con tutti gli altri organi costituzionali: il Parlamento, il Governo, la Magistratura, il corpo elettorale, la pubblica amministrazione, le forze armate. Ed è evidente che si tratta di funzioni cui egli può far realmente fronte se, e solo se, non agisce – nemmeno in apparenza – come un soggetto che interviene prendendo parte, ma agendo a nome di tutti. Come molti anni fa scriveva Giuseppe Ugo Rescigno, l’altra faccia della regola convenzionale che vieta di criticare il Presidente della Repubblica è che al Presidente della Repubblica è vietato comportarsi in modo da esporsi alle critiche.

Proprio per questo, infine, l’art. 90, co. 1, Cost. sancisce che «il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni», fatta eccezione per l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione, e l’art. 89, co.1, Cost. aggiunge che «nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità»; con l’ulteriore precisazione che «gli atti che hanno valore legislativo e gli altri atti indicati dalla legge sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei ministri» (art. 89, co. 2, Cost.). Con quale credibilità questo delicatissimo meccanismo, incentrato sullo “scarico” di responsabilità politica dal Capo dello Stato all’esecutivo, potrebbe reggere se alla guida dell’esecutivo vi fosse una mera emanazione del Capo dello Stato?

Le torsioni in atto sono già fin troppe, e tutte d’impronta governista. Sconcerta, da ultimo, l’attitudine draghiana di modificare unilateralmente i disegni di legge approvati dal Consiglio dei ministri, così attentando alla sua natura di organo collegiale (art. 95, co. 2, Cost.: «i ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri»): un’attitudine a cui il Capo dello Stato dovrebbe rifiutarsi di dare copertura, dal momento che spetta poi a lui «autorizza[re] la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo» (art. 87, co. 4, Cost.). Si tratta di degenerazioni rispetto alle quali occorrerebbe ritornare indietro. Non certo fantasticare, incostituzionalmente, ulteriori spinte in avanti.

 

(credit foto EPA/STEFANO CAROFEI / POOL)



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