Iran: il male esiste e ha il volto truce della dittatura

A pochi giorni dall’inizio del 2023, il mondo è costretto ad ascoltare notizie anacronistiche di manifestanti che vengono condannati a morte in processi farsa e impiccati pubblicamente perché protestano contro un regime oppressivo e liberticida.

Teresa Simeone

Ciò che sta accadendo in Iran è insopportabile. Per qualunque essere umano, per chiunque abbia una coscienza.
A pochi giorni dall’inizio del 2023, il mondo è costretto ad ascoltare notizie anacronistiche di manifestanti che vengono condannati a morte in processi farsa e impiccati pubblicamente perché protestano contro un regime oppressivo e liberticida. A più di quarant’anni dalla rivoluzione islamica che portò al potere l’ayatollah Ruhollah Khomeini, è indubbio che le speranze di giustizia sociale e di liberazione delle masse che determinarono la caduta dello Scià Reza Pahlavi e del suo sistema corrotto, fatto di modernità e spinte innovative ma anche di lusso, sfarzo intollerabile e tirannia, siano state brutalmente tradite: arresti, impiccagioni, torture sono le uniche risposte che l’attuale governo teocratico sta dando alla rivendicazione di diritti che ormai donne e uomini, uniti nella lotta, sentono improcrastinabili e per i quali scendono in piazza. Anche a costo della vita.

L’11 dicembre scorso, in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti umani, Iran Human Rights Monitor ha pubblicato il suo rapporto annuale. I dati, pur nella considerazione delle censure e dell’assenza di trasparenza del regime, sono impressionanti: l’Iran ha il più alto tasso di esecuzione pro capite al mondo e questo record lo ha da 43 anni. Nel 2021 le esecuzioni, riferisce Iran Human Rights Monitor, sono state almeno 366; ben 553 alla data di dicembre 2022, 579 secondo Nessuno tocchi Caino. A questi numeri va aggiunto quello delle esecuzioni segrete. E, naturalmente, le uccisioni in strada dei manifestanti. Gravissima è la situazione nelle carceri dove la tortura è sistematicamente applicata per estorcere confessioni e finisce in molti casi con la morte della persona torturata. Sono erogate, come denuncia anche Amnesty international, pene giudiziarie consistenti in fustigazioni, accecamenti, mutilazioni. Ai carcerati vengono negate in tantissimi casi le cure mediche.

La pena di morte è prevista per omicidi e stupro, ma anche per blasfemia, apostasia, adulterio e omosessualità ed è applicata persino a minorenni. Questi ultimi non sono protetti in ragione della loro età: durante le proteste da parte delle guardie di Khamenei ne sono stati assassinati 65.

La situazione in Iran ha fatto emergere la drammatica condizione di chi vive in un paese in cui vige la pena capitale: sempre attuali sono le riflessioni che Beccaria fece nel 1764 e che influenzarono Caterina di Russia nel suo progetto di riforma giudiziaria, benché poi interrotto, e più concretamente, nel 1786, la Riforma della legislazione criminale del Granduca di Toscana, Leopoldo II, primo sovrano europeo ad abolire la pena di morte. Essa, oltre che inutile e non necessaria, sottolineava Beccaria, è ingiusta perché, quando gli esseri umani hanno sottoscritto il patto sociale, non potevano voler cedere anche il diritto alla vita, un diritto inalienabile. “Parmi un assurdo – scriveva ancora – che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio.” Non può non apparire a tutti, aggiungeva, come la pena capitale diventi un atto di arbitrio nelle mani dei potenti, la volontà di un giudice che con “insensibile freddezza” passa tra i miseri e decide del loro destino.

Un film del 2020, riproposto in questi giorni da Sky, Il male non esiste, diretto da Mohammad Rasoulof, descrive in maniera drammaticamente realistica la condizione in cui la pena di morte fa precipitare i suoi uomini in un paese come l’Iran: attraverso quattro storie, analizza l’abbrutimento e il tentativo di evitarlo in chi ne è lambito. C’è chi la vive come un lavoro e la svolge senza volerla coscientizzare; chi è costretto ad eseguirla, sia pure saltuariamente, perché impegnato nel servizio di leva; chi si rifiuta di cedervi e uccidere un altro essere vivente; chi ha pagato con l’isolamento e la fine della carriera professionale la scelta di non piegarsi. È un racconto, triste e amaro, che rappresenta la vita sotto una dittatura, sempre una iattura perché immiserisce e brutalizza non solo le vittime, costrette a viverne la brutalità della persecuzione, i sudditi inermi, tenuti a ubbidire acriticamente e a eseguire ordini che non condividono, ma anche, allo stesso modo, i carnefici, perché nega loro la possibilità di redimersi e di cambiare. Esattamente come sta accadendo nella Repubblica islamica dell’Iran. Non sempre, tuttavia, la pena di morte è strumento di dittature: essa è presente anche in democrazie come gli Stati Uniti. Ben 54 sono, comunque, gli Stati nel mondo in cui è legge. In molti, fortunatamente, rimane in vigore solo nominalmente e non applicata nella sostanza. In altri, vedi l’Arabia Saudita, solo all’inizio di quest’anno, marzo 2022, ha portato a 81 condanne capitali. Impossibile quantificare, a causa della segretezza imposta dalle autorità, le esecuzioni in paesi come la Cina, la Corea del Nord, il Vietnam.

Camus nel saggio Riflessioni sulla pena di morte del 1957 si interrogava su uno Stato che condannava a morte un criminale, diventando esso stesso criminale, arrogandosi il diritto di decidere della vita di un altro essere umano e rendendo irreversibile tale scelta. Conosceva bene, Camus, il caso Burton Abbot, ucciso in California nella camera a gas e poi rianimato perché probabilmente innocente ma ormai deceduto. Era fortemente scosso in particolare dalla possibilità della giustizia umana di sbagliare e di non poter tornare indietro, come dagli effetti degradanti di tutta l’organizzazione omicidiaria: “Non c’è nobiltà attorno al patibolo, ma disgusto, disprezzo, o il più spregevole godimento”. Tale pratica, cioè, non agisce sulle persone oneste ma “degrada o corrompe coloro che vi pongono mano”, eccitando gli istinti peggiori e arrivando a spogliare della loro umanità coloro che vi sono coinvolti. È sete di vendetta, è legge del taglione, è un omicidio legalizzato.

Insieme alle motivazioni sull’inefficacia della pena capitale nel ridurre i reati e sull’impossibilità riabilitativa di una misura simile, essa resta in verità crudele e brutale per altre due ragioni essenziali: come ha sostenuto Franklin E. Zimring nel saggio La pena di morte. Le contraddizioni del sistema penale americano, risponde soprattutto alla sete di vendetta tipica di una cultura che ancora rimanda a forme di controllo privato come quello praticato dai vigilantes contro i nativi americani e gli afroamericani e ad antiche pratiche di linciaggio. Nessuna giustizia, dunque, ma solo ritorsione.

L’altro aspetto, il più ingiusto e disumano, però, resta la tortura psicologica del condannato a morte che aspetta di essere giustiziato (e anche su questo termine, che implica l’accettazione che la pena capitale sia un atto di giustizia, ci sarebbe da riflettere): un’attesa logorante che abbrutisce, giorno dopo giorno, immobilizzando il carcerato in una sofferenza senza fine, conservandolo come “cosa biologica” da preservare in vita perché possa morire da vivo in seguito. Aveva ragione Dostoevskij, che l’angoscia della condanna a morte l’aveva provata veramente, a scrivere: “L’assassinio legale è incomparabilmente più orrendo dell’assassinio brigantesco. Chi è assalito dai briganti, chi è sgozzato di notte spera di potersi salvare fino all’ultimo momento. Tutta quest’ultima speranza, con la quale è dieci volte più facile morire, viene tolta con certezza dalla condanna a morte”.



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