Irruzione nell’ambasciata messicana in Ecuador: è crisi diplomatica

L’irruzione dei militari ecuadoriani nell’ambasciata messicana a Quito per prelevare l’ex vicepresidente Jorge Glas sono una preoccupante manifestazione di rinuncia alla diplomazia anche sul continente latinoamericano, in favore di una politica di forza che si risolve fatalmente in atti di autoritarismo.

Simone Careddu

Venerdì notte forze di polizia e dell’esercito dell’Ecuador hanno fatto irruzione nell’Ambasciata messicana a Quito per arrestare Jorge Glas, uomo di peso della politica ecuadoriana, più volte ministro e vicepresidente durante il secondo governo di Rafael Correa (2013-2017) e parte di quello di Lenin Moreno (2017-2018). Poco dopo, è stato fatto salire su un aereo, direzione Guayaquil, nel carcere di massima sicurezza, La Roca. Lunedì è stato trasferito d’urgenza all’ospedale militare della città costiera. Un rapporto della polizia, a cui la difesa di Glas ha avuto accesso, ha parlato di una presunta intossicazione da farmaci, mentre il servizio carcerario ha fatto riferimento a uno scompenso dovuto alla mancanza di cibo. Nella giornata di martedì ha fatto ritorno nel centro penitenziario, dove dovrà scontare la pena.
È vero che in tempi di guerra siamo, purtroppo, abituati a vedere e leggere di peggio, ma quanto accaduto venerdì notte nel Paese andino è un fatto grave, in aperta violazione della Convenzione di Vienna (la carta redatta nel 1961, contenente le norme che regolano i rapporti consolari tra gli Stati), che ha portato il Messico a rompere le relazioni diplomatiche con l’Ecuador e suscitato indignazione da parte della comunità internazionale.
Su Glas pendeva un ordine di arresto per un caso di corruzione relativo alla ricostruzione della provincia di Manabì, pesantemente danneggiata dal terremoto del 2016. Non è nuovo a una condanna, e nemmeno al carcere. Nel 2018 è finito dietro le sbarre (5 anni di reclusione) per il caso Odebrecht, una sorta di tangentopoli latinoamericana che ha travolto dodici Paesi della regione. Secondo l’accusa, “Glas ha articolato con José Conceição Santos – dirigente in Ecuador della multinazionale brasiliana in infrastrutture – la concessione di appalti pubblici in cambio di pagamenti”.
A seguito della recente condanna, Glas, a fine 2023 si è presentato al numero 36 dell’Avenida 6 de Diciembre, dove ha sede la rappresentanza diplomatica messicana. Secondo quanto riportato dal ministero degli Esteri messicano, l’ex vicepresidente ecuadoriano ha manifestato “timore verso la sua sicurezza e libertà personale”, chiedendo l’asilo politico. Il governo Noboa, nell’ultimo mese, ha chiesto più volte che Glas venisse consegnato alle autorità ecuadoriane, perché non si può concedere l’asilo politico ad “accusati, perseguiti o condannati per reati comuni, senza aver scontato le rispettive pene”. Tuttavia, nonostante le richieste, il Presidente degli Stati Uniti Messicani, Andrés Manuel López Obrador (AMLO) glielo ha concesso. Una decisione adottata in un clima tesissimo tra Ecuador e Messico: non solo perché il governo di Città del Messico si è sempre rifiutato di consegnare Glas alle autorità di Quito, ma anche per le recenti dichiarazioni del Presidente messicano sul processo elettorale che ha portato all’elezione di Daniel Noboa.  Nello specifico, López Obrador ha insinuato che Noboa fosse diventato presidente dell’Ecuador grazie all’omicidio del giornalista e candidato presidenziale del movimento Construye, Fernando Villavicencio, ucciso a pochi giorni dalla tornata elettorale per mano della banda Los Lobos, tra le organizzazioni criminali ecuadoriane più pericolose e legata al cartello messicano, Jalisco Nueva Generación. “Ci sono state elezioni in Ecuador, e il candidato delle forze progressiste era in vantaggio di circa 10 punti”, ha detto AMLO riferendosi a Luisa González, candidata alla presidenza di Revolución Ciudadana, l’organizzazione politica guidata dall’ex presidente Rafael Correa. “Così, un candidato che parla male del candidato che è in testa viene improvvisamente assassinato, e il candidato che era in testa cade, e il candidato che era al secondo posto sale”, ha concluso López Obrador. Sono accuse gravi, prive di fondamento, perché da ciò che è emerso nelle rivelazioni del “caso metastasi” – operazione che ha smascherato un sistema di corruzione e collusione tra narcotrafficanti e giudici, procuratori, poliziotti, avvocati – l’ordine di uccidere il leader del movimento Construye è arrivato proprio da alcuni capibanda legati all’organizzazione criminale Los Lobos. Il giovane Presidente ecuadoriano ha raccolto la provocazione e, con un comunicato ufficiale, ha designato come persona non grata Raquel Serur, l’ambasciatrice messicana a Quito.
Riguardo tutta questa vicenda Noboa ha voluto mostrare all’opinione pubblica di avere il polso della situazione, in un contesto che già di per sé è molto complesso. Il dichiarato “conflitto armato interno” non sta producendo i risultati sperati, perché non è possibile sradicare la violenza in poco tempo, soprattutto attraverso le sole politiche securitarie. Per questo le bande criminali continuano a spargere sangue e terrore nel Paese andino: solo a fine marzo si è assistito all’uccisione di otto persone in un attacco armato, in pieno pomeriggio, nelle vie di Guayaquil, e all’assassinio di Brigitte García, la sindaca più giovane del paese – che amministrava un piccolo cantone della provincia di Manabì – e del suo capo comunicazione, Jairo Loor.
Ora, a rendere questa fase ancora più difficile è questa crisi diplomatica con il Messico. In una lettera resa pubblica lunedì 8 aprile, il trentacinquenne alla guida del Paese andino ha legittimato l’irruzione delle forze di polizia per “proteggere la sicurezza nazionale, lo stato di diritto e la dignità di un popolo che rifiuta qualsiasi tipo di impunità per criminali, delinquenti, corrotti o narcoterroristi”. Tuttavia, a sottolineare la gravità dell’accaduto è Alicia Bárcena, ministra degli Esteri messicana, che ha ricordato che “nemmeno il dittatore Pinochet ha osato violare l’ambasciata messicana”. Sempre Bárcena ha fatto sapere che il Messico “ricorrerà alla Corte Internazionale di Giustizia per denunciare le violazioni del diritto internazionale da parte dell’Ecuador, nonché agli organismi regionali e internazionali competenti”. Nel frattempo, diversi Paesi e organizzazioni internazionali hanno condannato l’azione ecuadoriana. A partire dall’Onu che, attraverso le parole di Stéphane Dujarric – Portavoce del Segretario Generale – ha riaffermato “il principio cardine dell’inviolabilità delle sedi e del personale diplomatico e consolare”, sottolineando che questo principio “deve essere rispettato in tutti i casi”. Dello stesso tenore è la condanna di Josep Borrell, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che ha definito l’accaduto una “chiara violazione della Convenzione di Vienna” e richiedendo “il rispetto del diritto internazionale”. Anche Luis Almagro, Segretario Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) si è espresso contro l’accaduto. respingendo “qualsiasi azione che violi o metta a rischio l’inviolabilità dei locali delle missioni diplomatiche”. Per quanto riguarda i Paesi latinoamericani la condanna è stata pressoché unanime. Gli Usa, alleati con l’Ecuador nella guerra contro il narcotraffico, hanno energicamente ripudiato l’azione di Quito, chiedendo il rispetto “dell’inviolabilità delle missioni diplomatiche”.
Ora l’Ecuador, stando alle ultime notizie, rischia una sanzione. Nel frattempo la Celac (la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici), venerdì si riunirà per cercare di ricucire lo strappo e far rientrare la crisi diplomatica tra i due Paesi. Rimane la gravità della situazione.  Anche in questo continente sembra che la diplomazia sia in ritirata. Anche nell’emisfero Sud-Americano sembra che la forza prevalga sul dialogo. L’amaro che lascia questa drammatica vicenda è il cambio repentino di approccio dell’Ecuador verso chi richiede asilo politico: per ben sette anni Julian Assange (dal 16 agosto 2012 all’11 aprile 2019) è stato ospite dell’ambasciata ecuadoriana a Londra. L’allora Presidente Correa si è sempre rifiutato di consegnare il giornalista australiano alle autorità britanniche, nonostante queste minacciassero di entrare nella sede diplomatica dell’Ecuador. Quito oggi ha superato quel confine che Londra non ha osato scavalcare ieri.
CREDITI FOTO: ANSA-ZUMAPRESS / Luis Barron



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