Israele dia seguito alle richieste della Corte internazionale di giustizia

Dopo la richiesta d’arresto da parte del procuratore della Corte penale internazionale a danno di Netanyahu, del suo ministro della Difesa e dei leader di Hamas, la Corte internazionale di giustizia (da non confondere con la prima) è stata chiamata per la terza volta a decidere, ancora in fase “cautelare”, in merito agli sforzi di Israele per prevenire il rischio di genocidio a Gaza. Il collegio giudicante ha constatato come le misure imposte per salvaguardare la popolazione civile siano finora state disattese.

Maurizio Delli Santi

Nell’arco di una settimana ben due corti internazionali hanno posto sotto accusa il governo di Israele, mentre un gruppo di Stati con in testa Spagna, Irlanda e Norvegia hanno rilanciato il riconoscimento dello “Stato di Palestina”. Un “disastro morale”, secondo l’efficace sintesi di Yair Lapid che dall’opposizione imputa alle responsabilità del governo Netanyahu l’ultima decisione della Corte internazionale di Giustizia. Dopo la richiesta di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità nei confronti del premier Netanyahu e del ministro della difesa Gallant, e per tre leader di Hamas, annunciata dal Prosecutor della Corte penale internazionale, la Corte Internazionale di Giustizia si è pronunciata sull’assedio di Rafah che sta avendo conseguenze disastrose per la popolazione palestinese. Si tratta del massimo organo giurisdizionale delle Nazioni Unite con sede all’Aja come la Corte penale internazionale, ma con competenze non sulle responsabilità penali bensì sulle controversie fra Stati. È stata chiamata per la terza volta a decidere in relazione alle misure previste dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948, ancora in una fase “cautelare” sulla base di un referall  promosso dal Sud Africa per l’aggravarsi della situazione a seguito dell’ennesima richiesta di evacuazione rivolta a oltre un milione di rifugiati di Rafah. Con l’ Order n. 192 del 24 maggio 2024 (South Africa v. Israel) la Corte è quindi stata netta nel giudizio provvisorio: nonostante ben due precedenti “avvertimenti” espressi in due ordinanze (order del 26 gennaio e del 28 marzo 2024) Israele ha intensificato la campagna di bombardamenti che sta causando vittime tra la popolazione palestinese, di cui si sta deteriorando ulteriormente la situazione umanitaria perché costretta alla fame e a esodi forzati. Da qui l’emissione di un terzo order con il quale tredici giudici (due soli i contrari, di cui uno è il giudice israeliano) hanno imposto precisi obblighi ad Israele: 1) cessare con immediatezza l’offensiva militare nel Governatorato di Rafah e qualsiasi altra azione “che può infliggere al gruppo palestinese di Gaza condizioni di vita che potrebbero portare alla sua distruzione totale o parziale”; 2) mantenere l’apertura del valico di Rafah per non ostacolare la fornitura su larga scala di beni di prima necessità, servizi e ogni altra assistenza umanitaria; 3) consentire il libero accesso alla Striscia di Gaza da parte di qualsiasi missione d’inchiesta o altro organo investigativo incaricato dalle Nazioni Unite di indagare sulle accuse di genocidio. Va dunque chiarito che al primo punto della determinazione della Corte non si legge espressamente un’intimazione “totale” alla cessazione della violenza bellica, perché residuerebbero operazioni “mirate” purché non coinvolgano in maniera indiscriminata la popolazione civile.
È bene in ogni caso ricostruire le fasi salienti del procedimento partendo dalle tesi difensive. Per i giuristi israeliani “Rafah funge da roccaforte di Hamas”, che mantiene 132 ostaggi a languire nei tunnel e dunque continua a rappresentare una “minaccia significativa per lo Stato di Israele e i suoi cittadini”. Vengono poi respinte le accuse sulla chiusura dei valichi di frontiera e di ostacolare le operazioni umanitarie, sostenendo al contrario di avere alleviato la situazione umanitaria con l’apertura del nuovo valico terrestre a Erez West e di un molo galleggiante al largo della costa di Gaza operativo dal 17 maggio 2024, e di avere riattivato gli ospedali. I difensori di Israele hanno poi ribadito la prassi usata dalle Forze di Difesa Israeliane di informare i civili palestinesi delle operazioni, e di attuare procedure di targeting per ridurre al minimo i danni ai civili. Quest’ultimo tema non risulta al momento approfondito dalla Corte, ma è discusso dagli analisti che invece evidenziano gli “effetti collaterali” sicuramente eccessivi per la popolazione.
Il collegio giudicante ha invece contestato come le precedenti misure provvisorie imposte per salvaguardare la popolazione siano state diffusamente disattese, e per questo sono stati richiamati anche i report forniti dalle agenzie delle Nazioni Unite. Nonostante i due precedenti “avvertimenti” del 26 gennaio e del 28 marzo, risulta da settimane una intensificazione dei bombardamenti su Rafah, dove più di un milione di palestinesi si sono rifugiati dopo gli ordini di evacuazione lanciati da Israele su più di tre quarti dell’intero territorio di Gaza. Ancora il 6 maggio ai palestinesi è stato ordinato di evacuare la parte orientale di Rafah e di trasferirsi nelle aree di Al-Mawasi e Khan Younis in vista dell’offensiva militare. Di conseguenza quasi 800.000 persone risultano essere state sfollate da Rafah al 18 maggio 2024. Per l’ Unicef circa 600.000 bambini sono rifugiati a Rafah, dove le strutture di accoglienza sono insufficienti o già distrutte, come l’ Ospedale di Al Najjar, segnalato inefficiente dall’Organizzazione mondiale della sanità. I funzionari del Programma alimentare mondiale (Pam) hanno avvertito di non avere accesso al centro logistico di Rafah, mentre per l’Unrwa, che si occupa dei profughi palestinesi, le aree verso cui stanno fuggendo non hanno forniture di acqua potabile e servizi igienico-sanitari adeguati: Al-Mawasi ad esempio è un’area sabbiosa di 14 chilometri quadrati, dove le tendopoli sono insufficienti e prive di adeguata assistenza umanitaria. In conclusione, la situazione umanitaria “è ormai da considerarsi disastrosa”.
Come si è detto, la Corte è stata chiamata ad adottare ancora una misura “provvisoria” in conformità ai principi della Convenzione sul genocidio che impone agli Stati anche obblighi generali di “prevenzione” rispetto ad ogni singolo atto prodromico all’”intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. La Corte si è riservata ancora la decisione finale sulla configurazione piena dell’intento del genocidio, ma ha confermato certamente il fumus del “crimine dei crimini” imponendo l’obbligo di non ostacolare le indagini in corso. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha ricordato che le decisioni della Corte internazionale di giustizia sono vincolanti, lasciando intendere che in caso di inosservanza gli Stati incorrono in “responsabilità da illecito internazionale” e pertanto si espongono anche a misure sanzionatorie della comunità degli Stati. Peraltro la Convenzione sul genocidio del 1948 vincola all’osservanza ben 152 Stati-parte, fra cui figura anche lo stesso Israele. A differenza dunque dalla richiesta di arresto del prosecutor della Corte penale internazionale che è stata criticata anche dagli Stati Uniti e sui cui dovrà decidere ancora una Camera preliminare, la pronuncia della Corte internazionale di giustizia potrebbe avere effetti più concreti anche perché in sostanza è in linea con quanto sollecitato dagli stessi alleati di Israele affinché le operazioni su Rafah risultino contenute e salvaguardino la popolazione civile, anche se purtroppo si parla ancora di morti  e distruzioni in quell’area. Occorre tuttavia essere fiduciosi su questa pronuncia della Corte internazionale di giustizia e sul ruolo che la comunità internazionale potrà esercitare su Israele per un radicale mutamento delle sue posizioni interne, come dimostra la piazza democratica che si sta risollevando. La Giustizia internazionale e la comunità degli Stati che si riconoscono nel rule of law hanno ribadito un principio che Israele sarà comunque chiamato ad osservare: nella sua pur legittima reazione ad un massacro come quello del 7 ottobre, uno Stato di tradizione democratica non può mettersi sullo stesso piano di Hamas, né può cadere proprio nella trappola dei terroristi continuando a riversare la vendetta sulla popolazione civile dopo otto mesi di distruzioni di case, scuole, ospedali, interruzioni di aiuti per la sopravvivenza, esodi forzati e oltre 35.000 vittime civili. Secondo le indiscrezioni di “Politico” gli Usa stanno promuovendo una missione neutrale di assistenza al valico di Rafah gestita dall’Unione Europea, mentre prossimi riconoscimenti dello “Stato di Palestina entro i confini del 1967” sono stati annunciati da Spagna, Irlanda, Norvegia Slovenia, Malta, oltre che in una dichiarazioni d’intenti approvata da 143 Stati con la Risoluzione A/Es-10/L.30/Rev. 1 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Sono chiari i segnali rivolti a Israele affinché riconosca i diritti dei palestinesi, e ritrovi la forza di far prevalere le ragioni del diritto e dell’umanità, ripensando a una via d’uscita, per esempio la “soluzione dei due Stati” condivisa da tempo  dalla comunità internazionale.
CREDITI FOTO:
Israeli airstrike on Rafah, southern Gaza Strip, 24 mag 2024, ANSA/HAITHAM IMAD



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