Israele-Palestina: la redazione di “MicroMega” a confronto

Di fronte alla tragedia che si sta consumando in Palestina la redazione di "MicroMega" ha aperto un momento di confronto interno per capire in che modo dare un contributo alla comprensione dei fenomeni, alla luce dei valori di giustizia, libertà, laicità che hanno da sempre ispirato la nostra storia. Invitiamo lettori, amici, collaboratori a dare il proprio contributo a questa riflessione collettiva.

Redazione

Nei giorni scorsi, noi redattrici e redattori di MicroMega abbiamo sentito il bisogno di riunirci e discutere del modo in cui stiamo coprendo e abbiamo coperto finora le tragiche vicende degli ultimi mesi in Palestina, per provare a elaborare una riflessione collettiva e condividerla con i lettori. Il pubblico che ci legge e ci segue è la nostra forza: sono le persone che hanno contribuito appena pochi mesi fa a salvare MicroMega dalla chiusura e che le stanno permettendo di rilanciare un progetto innovativo e ambizioso, che sta prendendo forma in questi mesi.
Di fronte alla tragedia che si sta consumando in Palestina ci chiediamo in che modo noi che non siamo un’agenzia stampa né un quotidiano, bensì una rivista di approfondimento culturale, possiamo dare un contributo alla comprensione dei fenomeni, alla luce dei valori di giustizia, libertà, laicità che hanno da sempre ispirato la nostra storia.
Quanto sta accadendo in Palestina segue un altro evento di portata internazionale che sta profondamente segnando questo nostro tempo. Di fronte all’invasione dell’Ucraina da parte di Putin, senz’affatto assumere una postura atlantista, non abbiamo avuto il minimo dubbio sulla necessità di una solidarietà umana e politica a tutto tondo con il popolo che si vedeva costretto a intraprendere una resistenza armata per difendere la sua stessa vita, oltre che la sua sovranità e dignità di popolo. Questo nostro schieramento, che ci ha portato a confliggere con una larghissima parte del nostro stesso campo della sinistra, non ha mai significato perdere l’approccio critico nei confronti della stessa realtà degli oppressi e degli invasi. Non abbiamo chiuso gli occhi di fronte ai pericoli di nazionalismo e sciovinismo all’interno della società ucraina stessa o, peggio ancora, nel fronte occidentale di coloro che sostengono la resistenza solo in chiave russofoba e/o occidentalista. Abbiamo sempre cercato, tanto all’interno della popolazione ucraina quanto di quella russa, il dialogo e l’ascolto delle voci dissidenti, di sinistra, militanti che nel partecipare alla resistenza in prima persona, imbracciando anche le armi, non si accodavano alla retorica destrorsa della Patria nazionalista, ma mettevano in primo piano la solidarietà fra lavoratori, fra la gente comune, la difesa della dignità umana e dunque la necessità di una resistenza a un invasore che di tutto questo fa strame, da decenni, fra la sua stessa gente.
In che modo portare avanti lo stesso lavoro di qualità nel caso della Palestina? Quali sono le voci con le quali possiamo stringere un rapporto, che ci interessa maggiormente ascoltare, dalle quali possiamo imparare e che possiamo offrire ai nostri lettori? MicroMega, com’è noto a chi ci legge, è sempre stata critica in modo netto e inequivocabile nei confronti delle fazioni islamiste e tanto più nei confronti di Hamas. Riteniamo Hamas una espressione della destra islamica molto simile, quando non direttamente ispirata sul piano politico-sociale, al di là di qualsiasi differenza o distinzione confessionale e anche al di là delle ragioni del sostegno iraniano a questa fazione, al modo di vivere che il regime khomeinista e dei mullah ha imposto sulla sua popolazione in Iran: dalla diffusione della polizia morale alla misoginia radicale al controllo ossessivo su ogni aspetto della vita e della libertà delle persone; una iattura per il popolo palestinese, per i popoli arabi e per i popoli in generale. Il potere di Hamas in Palestina ha imposto una cappa di censura e autocensura su tutti gli aspetti della vita presso la popolazione e non ha consentito, in certi casi ha anzi direttamente represso, lo sviluppo di voci democratiche e di sinistra – intesa come noi la intendiamo, ovvero un afflato universale verso giustizia e libertà – indipendenti, o di altre forme di resistenza. Siamo fermamente convinti che una Palestina libera e indipendente governata da Hamas non offra una effettiva prospettiva di liberazione per il popolo palestinese. Purtroppo lo stesso potere delle fazioni politiche cosiddette “laiche”, in Palestina, rappresenta da decenni una cappa che impedisce lo sviluppo di nuove forze democratiche, di nuove concezioni della resistenza, di prospettive di convivenza differenti anche con il popolo israeliano. A fronte di questa difficoltà endemica per la fioritura di una politica differente, in Palestina esistono diverse e interessanti esperienze “minori” che prospettano alternative democratiche per il futuro del Paese. Esistono forme di “co-resistenza” fra palestinesi e israeliani nei territori della Cisgiordania, dove i secondi lottano al fianco dei primi consapevoli che Israele non sarà mai un Paese completamente libero finché anche in Palestina le persone non godranno dei loro pieni diritti. Esistono esperienze di resistenza non violenta che mettono al centro l’arte, la cultura e la pacificazione fra i popoli. In questo quadro, l’“Al Aqsa Flood” del 7 ottobre ha rappresentato un attacco barbaro e criminale che, oltre a esprimere un intento assassino e brutale verso le popolazioni civili (non comparabile a legittimi atti di resistenza armata nei confronti delle postazioni militari o di infrastrutture), ha anche ulteriormente soffocato le possibilità che altre forme di resistenza possano svilupparsi o sbocciare fra la popolazione palestinese.
Una popolazione che era oppressa da Israele anche prima che Hamas comparisse sulla scena, e lo sarà molto probabilmente anche dopo, semmai Hamas dovesse scomparire, almeno fino a che a guidare le politiche di Israele, a prescindere da chi lo governa, sarà una concezione identitarista, tribale, etnonazionalista dello Stato. Una concezione che, nella nostra prospettiva da sempre laica, democratica e anti-identitaria, non possiamo che rifiutare.
Il nostro impegno è dunque quello di cercare le voci dissidenti tanto fra gli israeliani e fra gli ebrei nei confronti delle politiche di Israele, quanto fra i palestinesi nei confronti di Hamas e delle direzioni politiche patriarcali, autoritarie e antidemocratiche che ostacolano lo sviluppo di nuove prospettive democratiche per i palestinesi. Crediamo nella possibilità che forme nuove e sperimentali di convivenza confederale possano rappresentare una via d’uscita difficilissima, ma indispensabile da tentare, da un assetto etnonazionalista che rappresenta una tenaglia per il popolo oppresso ma condiziona tremendamente, militarizza e sacrifica anche la vita del popolo in posizione di forza.
L’espressione del dissenso e la valorizzazione della figura del dissidente sono il faro che guida l’attività di MicroMega fin dalla nascita, ed è il criterio che intendiamo perseguire ancora oggi. Rigettiamo tutte le sovrapposizioni strumentali fra antisionismo e antisemitismo, pur sapendo che l’antisemitismo è in crescita, tanto a destra quanto a sinistra. Nel constatare l’esistenza di sacche di antisemitismo popolare che resistono o si rinvigoriscono anche nell’ambito del variegato mondo che sostiene la causa palestinese – usando a propria volta strumentalmente i crimini di Israele per colpire gli ebrei – non possiamo dimenticare però che i principali portatori di antisemitismo sono in quelle frange di destra estrema messianica e nazifascista che, dai repubblicani di Trump fino all’Afd tedesca, e ai partiti italiani attualmente al governo, hanno stretto con Israele un patto di ferro. Il richiamo all’antisemitismo diventa, nei loro piani, nient’altro che una carta da giocarsi, per rendere impossibile qualsiasi critica e per giustificare come “autodifesa” crimini efferati e antiumani.
Siamo dalla parte dei giornalisti – principalmente arabi e palestinesi – che da Gaza eroicamente ci informano sulle mattanze, e che per questa ragione vengono fatti bersaglio di guerra. Siamo dalla parte di chi cerca la verità dei fatti e dei fenomeni e non si limita a fare da megafono di propaganda, sia essa di Stato o di fazione. Siamo con coloro che rivendicano e praticano la libertà di manifestazione e di espressione, la possibilità di dire “Cessate il fuoco” o “Stop al genocidio” senza subire fatwe e censure.
Ci impegniamo a portare avanti un lavoro di informazione e approfondimento onesto, caldamente schierato con gli oppressi e i dissidenti senza nasconderci né nascondere al nostro pubblico scomode verità, e a fare in questo modo resistenza al nuovo autoritarismo globale in auge in questa epoca che si sta aprendo, inaugurata dall’invasione dell’Ucraina da parte di Putin. Ci impegniamo a proseguire nel confronto e nella costante verifica delle nostre posizioni all’interno della redazione stessa, come forma di serietà professionale e di militanza culturale e politica che comincia dal pensiero critico e laico anche nei nostri stessi confronti. E invitiamo tutti i nostri lettori e lettrici a contribuire con le proprie riflessioni e i propri suggerimenti a questo lavoro di elaborazione collettiva.
Nota della redazione: Sulla base di alcune sollecitazioni ricevute, abbiamo ritenuto di modificare un passaggio precedente del testo che utilizzava la dicitura sintetica “destra islamica di diretta ispirazione teocratico-khomeneista”, dando a intendere in modo errato che l’ispirazione fosse di natura confessionale. Ringraziamo i lettori per la segnalazione e ci scusiamo per l’eventuale confusione provocata.

CREDIT FOTO: EPA/MOHAMMED SABER



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