In Italia l’orchestra suona, ma l’iceberg è vicino

Mentre si perde tempo ad accapigliarsi su no-vax e flat tax, tra le élite finanziarie internazionali si comincia a parlare di cosa succederà all’Italia quando la Bce porrà fine ai suoi programmi straordinari, e si giunge già a evocare la Troika. Ma saranno determinanti anche le regole europee: dovrebbero cambiare, ma come? Perché qui nessuno ne parla? Tocca a Draghi spendere il suo prestigio per pilotare una riforma che non ci condanni.

Carlo Clericetti

Mentre in Italia si dedicano la maggior parte delle energie e dell’attenzione alle inutili discussioni con i no-vax e quelle demenziali sulla flat tax, nuvole nere si addensano nei circoli finanziari internazionali, pronte a oscurare il futuro prossimo del nostro paese.
Un preciso segnale di quello che si sta preparando è in un tweet dell’economista Robin Brooks, questo:

Brooks, in Italia, è conosciuto solo da pochi addetti ai lavori, ma fa parte di quella non numerosa cerchia di economisti capaci di orientare il dibattito internazionale. È capo economista dell’IIF, Institute of International Finance, a cui aderiscono le maggiori banche e istituti finanziari del mondo. È stato chief-strategist in Goldman Sachs e senior economist al Fondo monetario. Insomma è uno che conta, e che quando parla di ciò che si discute dietro certe porte dove si riuniscono ristrette élite, di certo non lo fa a vanvera.

Dietro quelle porte, dunque, ci si sta chiedendo “che cosa fare con l’Italia” quando la Bce metterà fine ai suoi interventi straordinari, il che sottintende che siamo considerati sull’orlo del fallimento. Il grafico di destra che Brooks allega al suo tweet mostra che da oltre un quinquennio la stragrande maggioranza del nostro debito viene acquistata dalla Banca d’Italia (nell’ambito dei programmi Bce). Che succederà quando la politica monetaria si “normalizzerà”? Dietro questa domanda balena la possibilità di tassi alle stelle e un rapido scivolone verso il default.

La soluzione che Brooks suggerisce è che si faccia ricorso alle OMT, “uno strumento che la Bce ha già pronto per questo tipo di situazioni e non è mai stato usato”. Come qualcuno ricorderà le OMT, Outright Monetary Transactions, sono uno strumento istituito dalla Bce per dar seguito al famoso whatever it takes di Draghi del 26 luglio 2012. Se un paese si trovava in grave difficoltà poteva chiedere di ricorrervi, e la Bce – a sua discrezione, ma senza limiti di valore prestabiliti – avrebbe acquistato i titoli del debito pubblico di quel paese: in pratica, quella garanzia dei debiti pubblici da parte della banca centrale l’assenza della quale, fino a quel momento, aveva alimentato la crisi detta impropriamente “dei debiti pubblici”, mentre in realtà fu una scommessa della speculazione sulla rottura dell’euro. Ma Draghi disse che la Bce avrebbe salvaguardato l’euro con ogni mezzo, e fu varato lo strumento per quello scopo (le OMT, appunto). Una sorta di bomba atomica della finanza: il potere di dissuasione fu tale che non ci fu bisogno di usarlo, e la speculazione contro l’euro cessò di colpo.

Ma l’utilizzo delle OMT non è indolore per il paese che dovesse ricorrervi. Perché vengano usate è necessario prendere un impegno con il Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, con cui si deve concordare un memorandum of understanding, ossia un programma di aggiustamento delle finanze pubbliche. In pratica, bisogna mettersi nelle mani di quella Troika che tanta buona prova di sé ha dato con il caso della Grecia (che oggi ha un Pil di un quarto inferiore a prima della crisi e un debito pubblico doppio, oltre il 200%, nonostante due write off, cancellazioni parziali). Giova ricordare che il Mes, per statuto, agisce nell’interesse dei creditori, e che può obbligare il debitore a un default concordato, una cosa che spazzerebbe via il nostro sistema bancario.

Dice Brooks che però adesso c’è Draghi, e “chi meglio di lui” potrebbe evitare lo stigma che colpirebbe il paese che ha chiesto di essere salvato? Ma qui non è questione di stigma, ossia di sfiducia dei mercati verso chi ha dovuto mendicare l’aiuto degli altri paesi. Il problema vero è che ricorrere al Mes significa una resa senza condizioni a qualsiasi richiesta, significa accettare la liquidazione a prezzi di saldo di tutti gli asset che rimangono al paese. Forse, dietro quelle misteriose porte, è questa la vera ipotesi di cui si discute, e forse a qualcuno sta venendo l’acquolina in bocca.

Siamo davvero a questo punto? Per ora non sembrerebbe. La crescita oltre il 6% dipende certo da un rimbalzo dopo l’abisso negativo del 2020, ma non era affatto scontato che arrivasse a questo livello (e infatti nessuno l’aveva previsto: tanto per cambiare). Le esportazioni vanno bene e il saldo continua a essere largamente positivo, la nostra posizione netta con l’estero è in pareggio. Uno dei big del rating, Fitch, ha migliorato di un gradino la valutazione del nostro merito di credito: un piccolo passo, ma Fitch non faceva una cosa del genere da 20 anni. Perché, allora, in quelle segrete stanze ci considerano sull’orlo del precipizio?

Stupisce che di questa cerchia sembri far parte anche Brooks. Da molti mesi l’economista si è distinto per la sua campagna che ha chiamato #canoo, campaign against nonsense output gaps. A suon di grafici ha ridicolizzato uno dei parametri fondamentali delle regole europee sulla finanza pubblica, quello che dovrebbe determinare la differenza tra la crescita effettiva e quella potenziale (altro concetto cervellotico) e in base a ciò condiziona la politica di bilancio. Chi si batte contro le regole sbagliate che hanno condizionato in modo pesantemente negativo l’economia europea, con quale logica ora propone strumenti che di quelle politiche sono il braccio armato?

Il precipizio, forse, ce lo stanno preparando proprio le regole europee, quelle sospese per la pandemia ma che tra un anno torneranno in vigore. È in corso una trattativa per la loro riforma, di cui al momento c’è poco di formalizzato, a parte un documento dell’European Fiscal Board che è stato definito dal vice presidente Ue Valdis Dombrovskis “una base di discussione”. Certo, c’è anche chi sostiene che non ci sia nulla da cambiare e che debbano semplicemente essere ripristinate le regole precedenti. Il nuovo ministro delle Finanze tedesco, per esempio, il liberale Christian Lindner, e alcuni dei paesi cosiddetti “frugali”, Olanda e altri del nord. Lindner potrebbe essere un problema, ma, a parte che il suo partito è il più piccolo della coalizione a tre, è ben lontano dal prestigio di cui godeva Wolfgang Schäuble, il massacratore della Grecia. Anzi, in Germania non sono mancati interventi in cui si esprimevano dubbi sulla sua competenza.

Anche in Germania sembra prevalere l’idea che qualcosa bisogna cambiare, se persino Klaus Regling, il capo del Mes e anche lui tra i “falchi” più duri, in una intervista a Der Spiegel pubblicata sul sito dell’istituzione che dirige lo afferma esplicitamente, anche se poi si limita a proporre che il limite al deficit torni al 3% (quello di Maastricht, mentre il successivo Fiscal compact tollerava al massimo lo 0,5) e quello al debito sia elevato dal 60 al 100% del Pil, visto che ormai molti paesi sono ben oltre quest’ultima soglia.

Ma dall’idea che sia necessario cambiare qualcosa alla volontà di cambiare la logica di quelle regole ce ne corre. Anche l’ipotesi del Fiscal Board è incentrata sul controllo della spesa. Lascerebbe fuori dal computo gli investimenti per i progetti europei, e già questo è un passo avanti. Ma la logica cambia assai poco, e alla fine rispunta fuori pure il Pil potenziale, cioè si torna a quei parametri non osservabili che sembrava si fosse orientati ad accantonare. Un po’ diverse sono le proposte dell’ex capo economista del Fmi Olivier Blanchard, ma – ne abbiamo parlato altrove – prevedono anche un metodo di calcolo sulla sostenibilità del debito pubblico da considerarsi assolutamente inaccettabile. Abbastanza simili le ipotesi di Andrea Boitani e Roberto Tamborini, anche queste con il problema di adottare il metodo dell’analisi stocastica per la determinazione della sostenibilità del debito.

Boitani e Tamborini, almeno, hanno affrontato l’argomento. Non risulta che in Italia se ne sia occupato qualcun altro (a parte Massimo Bordignon, che fa parte del Fiscal Board). Eppure, se precipiteremo in quel precipizio a cui almeno una parte delle élite finanziarie ci vede vicini, sarà proprio a causa di quelle regole: se non cambieranno abbastanza, se seguiranno teorie astratte che hanno dato pessima prova, se prevarrà la tentazione di fare dell’Italia una seconda Grecia. Chi scrive, da modesto osservatore dell’economia, ha provato a proporre una via alternativa. Sarebbe urgente che altri, magari più qualificati, aprissero un dibattito sul problema, anche per stanare il governo da cui, su questo, non è arrivato che un silenzio sconcertante.

L’Economist ha designato l’Italia “paese dell’anno”, precisando che ciò si deve a Mario Draghi e al suo prestigio internazionale. Sarebbe ora che Draghi di questo prestigio facesse uso per affrontare il problema più importante del nostro futuro prossimo, che è appunto questo della riforma delle regole europee.

Mentre il Titanic cominciava ad affondare l’orchestra suonava e i passeggeri ballavano. Qui da noi non si fa nemmeno qualcosa di piacevole, si dedica il tempo ad accapigliarsi su problemi insulsi come i no-vax e la flat tax. Attenti che l’iceberg è vicino.

 

(credit foto ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)



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