Se la cittadinanza diventa un’arma di esclusione

Con lo "ius scholae" più di un milione di giovani vedrà riconosciuto il diritto all’eguaglianza.

Michele Marchesiello

La battaglia che si profila alla Camera sulla riforma della cittadinanza e l’introduzione del cosiddetto ius scholae è la prova clamorosa di come quello che si avvia ormai a essere considerato un fondamentale diritto della persona venga – di fatto – brandito come una clava, per mantenere una parte di popolo in una condizione di inferiorità nei confronti dei cittadini “autentici”. Weaponizing Citizenship: fare della cittadinanza un’arma, come ha definito questo fenomeno uno storico americano.
Eppure, proprio gli Usa del secolo XVIII vollero assumere una posizione rivoluzionaria che – rovesciando il principio per cui si diveniva cittadini-sudditi per grazia di un sovrano – stabilì un nuovo concetto di cittadinanza: chiunque nascesse negli Stati Uniti ne diveniva automaticamente cittadino, anche se poteva rinunciare a questa condizione. E anche chi fosse nato all’estero, poteva scegliere di farsi americano: bastava essere stabilmente nel territorio e prestare un giuramento di fedeltà alla Repubblica.
Non passò molto tempo però perché si passasse di fare della cittadinanza un’arma per l’esclusione. I bianchi si vollero proteggere dai nativi, poi dagli schiavi africani, poi ancora dai cattolici e così via: sempre con l’autorevole  sostegno della Corte Suprema.
Solo dopo la Guerra Civile, col Quattordicesimo Emendamento, si cercò di introdurre uno standard uniforme di cittadinanza. Tuttavia, le donne continuarono a essere cittadine di seconda categoria, così come anche i cinesi, i giapponesi, i messicani e così via.
Lo stesso assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 è la riprova di come una minoranza di “suprematisti” bianchi pretenda di considerarsi investita di una forma di cittadinanza superiore anche in barba a qualunque manifestazione contraria da parte  della volontà popolare, espressa in un’elezione.
Il diritto di cittadinanza ha uno stretto rapporto con il diritto all’eguaglianza spettante a ogni persona, e che non si può essere considerati tali senza averne una che ne rappresenti la realizzazione sul piano statuale. Lo afferma solennemente anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, richiamata espressamente dalla Convenzione Europea. Non si è completamente “persona” senza essere “cittadini”. L’articolo 15 stabilisce che: “Ogni individuo ha diritto a una cittadinanza. Nessun individuo può essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza”.
Non basta evidentemente a soddisfare questo requisito il fatto di possedere un passaporto qualsiasi, magari di un Paese remoto nel quale non si è nati, dal quale si è fuggiti, col quale sono stati recisi tutti i legami di una vecchia appartenenza. La cittadinanza richiede un rapporto attuale, vivente, dal quale dipende concretamente la propria eguaglianza rispetto agli altri membri della società cui si appartiene, nella quale si studia, si lavora, si intrattengono i fondamentali rapporti umani e civili.
Il riconoscimento dello ius scholae consentirà a più di un milione di giovani concittadini di appartenere di diritto alla nostra/loro società, senza essere ridotti, come è stato sino a oggi, alla condizione  di semi-persone , o persone “minorate”  e di seconda categoria.

CREDIT FOTO: Un momento del flash mob romantico, organizzato da ItaliaDIMMIdiSì, per chiedere alla Commissione Affari Costituzionale ed al Parlamento la riforma della legge sulla cittadinanza a 30 anni dalla sua approvazione, Roma 14 febbraio 2022. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

 

 



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