Javier Milei nuovo Presidente dell’Argentina: motosega per la casta o per i diritti?

Javier Milei, “outsider” neo-populista/neo-liberista di estrema destra, ha vinto le elezioni presidenziali in Argentina. In molti lo ricordano per la motosega, a simboleggiare il taglio netto con la casta e con lo status quo che l’argentino ha promesso di disintegrare. I suoi rapporti politici con Juntos por el Cambio (JxC), partito di centrodestra grazie a cui ha vinto le elezioni, e la sua intenzione di privatizzare sanità, istruzione e pensioni, suggeriscono diversamente. L’Argentina vive una condizione di tragica crisi. L’opposizione sociale nelle strade darà del filo da torcere al neo presidente, ma il fronte progressista è sconfitto e deve ricostituirsi.

Simone Careddu

El loco” Javier Milei sarà il nuovo inquilino della Casa Rosada. Con il 56% dei voti, l’ultra-liberista alla guida della coalizione La Libertad Avanza (LLA), ha prevalso al ballottaggio di domenica scorsa sul peronista di centro, Sergio Massa, che con la sua coalizione “progressista”, Unión por la Patria (UxP), si è fermato al 44%.
Alle elezioni presidenziali dello scorso 22 ottobre, a dispetto dei principali sondaggi, il candidato del centrosinistra, e attuale Ministro dell’economia del governo di Alberto Fernandez, era riuscito ad arrivare primo, staccando di 7 punti percentuali il suo avversario, l’outsider Milei. Dopo tale risultato, molti opinionisti davano quasi per certa la vittoria di Massa al ballottaggio: l’elettorato era troppo intimorito per affidare la guida del paese sudamericano al leader di LLA. Ma le elezioni a sud del Rio Grande ci hanno abituato ai ribaltamenti. Decisivo è stato, senza dubbio, l’appoggio della coalizione di centrodestra macrista Juntos por el Cambio (JxC), che contava con un bacino elettorale di 6.267.152 di voti delle presidenziali.  Tuttavia, la vittoria di Milei, dati alla mano, non si può spiegare solo con il sostegno di Macri. L’istrionico economista dalle ricette ultra liberiste, non solo è riuscito a canalizzare il voto anti peronista, ma anche a strappare voti allo stesso peronismo, dimostrato dal successo registrato in quelle province considerate bastioni del partito di governo.
Dunque gli argentini, dopo l’esperienza fallimentare del governo Fernandez-Kirchner, con una crisi economica stagnante, un’inflazione al 142% e un tasso di povertà che ha raggiunto il 40%, anziché continuare con il peronismo hanno preferito il salto nel buio, la novità.  Novità si fa per dire. Il peluca Milei è un neo-populista/neo-liberista di estrema destra che si presenta come il salvatore anti-casta, che parla direttamente con dio e riceve consigli dai suoi cani (che portano nomi di economisti), ma che, in realtà, con le frequentazioni nei salotti televisivi e il suo seggio alla camera bassa, da anni è parte integrante di quel sistema che vorrebbe abbattere con la motosega. Lo dimostra, come già scritto, quel sodalizio siglato per arrivare alla Casa Rosada con l’opposizione al kirchnerismo, in particolare con quella casta politica e imprenditoriale che fa capo all’ex presidente Mauricio Macri. Ma torniamo alla motosega, lo strumento simbolo della sua campagna elettorale per rappresentare brutalmente la sua proposta politica: taglio della spesa pubblica, in particolare relativo ai sussidi, privatizzazione della scuola pubblica, della sanità e delle pensioni. E, tra le più discusse, la dollarizzazione dell’economia argentina e la chiusura della Banca Centrale per porre fine “al cancro dell’inflazione”. Insomma,  “rompere con lo status quo”. Oltre le ricette in campo economico “el loco” mostra tutta la sua refrattarietà sotto il profilo etico-civile: contro l’aborto, ma a favore della vendita degli organi. Ma ancor più inquietanti, a quarant’anni esatti dalla fine della dittatura, sono le sue dichiarazioni negazioniste sui desaparecidos e su ciò che è stata quella torbida stagione. Javier Milei, in diretta tv ha sostenuto che “non erano 30.000 desaparecidos, ma 8.753”, e ha qualificato semplicemente come “eccesso” i crimini contro l’umanità perpetrati dall’infame giunta militare tra il 1976 e il 1983. Ancor peggio è la sua vice, Victoria Villaruel, figlia del tenente colonnello Eduardo Marcelo Villarruel legato ai militari golpisti, che nel 1975 partecipò all’Operativo Independencia, la repressione dell’esercito a Tucumán con l’obiettivo di “annientare” le organizzazioni militanti e che aprì le porte alla Giunta Videla e al Proceso de Reorganización Nacional. Sui figli non ricadono le responsabilità dei padri, ma la neo vice presidente ha più volte tentato di riscrivere la storia con le sue dichiarazioni, non solo negando il numero degli scomparsi, ma criticando organizzazioni quali madres y abuelas de plaza de Mayo, perché “in nessun momento hanno avuto un atto di ripudio del terrorismo”. Ora, anche se non si conoscono i dettagli, Villaruel vorrebbe trasformare l’ESMA, ex centro di detenzione clandestina durante la dittatura e oggi punto di riferimento della memoria di quella stagione drammatica, in qualcosa di diverso, affermando che si tratta di uno spazio di “17 ettari di cui tutto il popolo argentino potrebbe usufruire”.
Posizioni negazioniste che non sembrano poter contribuire ad appianare le divisioni di una società già ampiamente polarizzata a causa di altri problemi. In molti sono preoccupati per queste inquietanti posizioni. Ma tanti altri hanno preferito cambiare. Hanno preferito dare fiducia a un personaggio singolare, con poca esperienza politica e con un programma diretto alla pancia degli argentini “stanchi di un sistema corrotto”, che ha raccolto un consenso interclassista e intergenerazionale. Basta guardare le immagini di domenica notte, in cui migliaia di persone, in particolare tanti giovani, festeggiavano la vittoria del nuovo Presidente cantando “la casta tiene miedo” (la casta ha paura). “Oggi comincia la fine della decadenza argentina”, ha affermato Milei nel suo primo discorso da Presidente eletto. Un percorso “senza gradualismo”, ponendo fine a “un modello impoverente, solo a beneficio di alcuni, mentre la maggior parte degli argentini soffre”. Milei, nel frattempo, ha già avvertito di voler mantenere le distanze dal governo di Alberto Fernández: «lasciamo che sia il governo ad occuparsene fino alla fine del suo mandato». Ma tra meno di un mese, quando arriverà il suo momento, sarà possibile per il nuovo esecutivo realizzare tutto quello che è stato promesso durante la campagna elettorale? Difficile, molto difficile. Il neo presidente, suo malgrado, e a prescindere da coloro a cui affiderà gli incarichi di governo chiave, non ha una maggioranza chiara in nessuna delle due camere.
Per quanto riguarda la Camera bassa, LLA può contare 37 deputati che, se sommati ai 93 di JxC, potrebbe garantire all’esecutivo un margine di azione. In Senato, la situazione è molto simile: con solo 7 senatori, il libertario dovrà negoziare con l’ala macrista per vedere realizzate le sue proposte. In un’intervista a BBC news, il politologo argentino Sergio Berensztein ha sottolineato che “Milei ha una debolezza strutturale per poter portare avanti la sua agenda nel ramo legislativo. E in un Paese federale come l’Argentina, dove i governatori hanno un peso straordinario, non ha un solo governatore del suo partito”. Per quanto riguarda la dollarizzazione dell’economia, perno centrale della piattaforma politica “per voltare pagina”, il Presidente della Corte di Giustizia Suprema, Horacio Rosatti, in un’intervista a El Pais, l’ha definita “incostituzionale”, perché la Carta Magna argentina sancisce la “difesa del valore della moneta” che significa non poter eliminare il peso argentino, perché il dollaro statunitense non si può né difendere, né emettere né regolare. Dunque, la strada di Milei appare in salita, mentre un paese intero ha bisogno di risposte, specie le fasce più deboli. Il peronismo è in crisi e ha perso, ma non va dimenticata la capacità di mobilitazione che possiede.
La società civile e la militanza all’opposizione darà battaglia nelle strade e nei luoghi istituzionali, in particolare per quel che concerne diritti fondamentali e acquisiti nel corso degli anni. Certo è che il fronte progressista dovrà sicuramente avviare un percorso di “ricambio generazionale”, per dirla come Massa. Del tutto evidente è stato il fallimento della strategia elettorale di Cristina Kirchner che, seppur nell’ombra, ha avuto un ruolo determinante nella scelta del candidato. Un personaggio, Sergio Massa, che negli ambienti politici, soprattutto dai suoi detrattori, viene definito «panqueque» (pancake), per la sua capacità di cambiare casacca. A poco sono serviti i suoi appelli contro Milei. A poco sono servite le mance elettorali ai dipendenti pubblici. Forse, per Cristina Kirchner, è il momento di lasciare il passo, perché si ha la percezione di un movimento ingessato. Le speranze che il Frente de Todos aveva acceso nel 2019 si sono trasformate in un sogno sfumato. In un’occasione perduta. Mentre il gruppo dirigente litigava, nascondeva la sua incapacità nel far fronte alle gravi condizioni economiche in cui versava (e versa) il paese del Cono Sur. Come afferma Felipe Yapur, firma del quotidiano argentino Pagina12, “è il momento di rivedere cosa è andato storto, cosa ha causato lo scollamento con quei settori che storicamente hanno accompagnato il movimento nazionale e popolare incarnato dal peronismo, quelli che hanno smesso di votarlo e i settori giovanili che hanno abbracciato una proposta individualista”.


CREDITI FOTO: ANSA / Juan Ignacio Roncoroni



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