Il jeans e la lotta per un cambiamento radicale dell’industria della moda

Mentre a “Genova Jeans” si celebra acriticamente la “stoffa della libertà”, la produzione dei jeans continua a calpestare la dignità dei lavoratori e a inquinare l’ambiente.

Giorgio Pagano

Con l’evento in corso “Genova Jeans” (2-6 settembre) la città ligure ambisce a diventare la “capitale mondiale del jeans”, la patria storica del tessuto che ha cambiato costumi e mode nel mondo. In realtà sul tema “di cosa è fatto il jeans e da dove viene il suo nome” c’è una nota e annosa controversia. Viene da De Nîmes o piuttosto da Gênes? Per entrambe le ipotesi mancano le “prove storiche”. È una ricerca non esaurita, forse mai esauribile.

La strada da percorrere era già stata indicata dalla mostra “Blu Blue-Jeans. Il blu popolare”, tenutasi a Genova a Palazzo San Giorgio tra 1989 e 1990, organizzata da Regione Liguria, Comune della Spezia e Ville de Nimes: non la competizione ma la collaborazione tra i due territori. Contemporaneamente si tenne una mostra a Nimes, e fu coniato il termine “Genova di Nimes”. La scelta fu di procedere insieme e di indagare – la ricerca durò due anni – sui legami commerciali e culturali tra Genova e Nimes, tra Liguria e Provenza, sulle analogie e le differenze circa le tecniche e i colori. Si scoprì che nelle due regioni erano comparsi, già alla fine del Seicento, abiti con tessuti quasi identici e l’uso generalizzato dell’azzurro. Non solo: le statuine dei presepi erano vestite con gli stessi colori. Affinità che stupirono e stupiscono ancora.

La Spezia, invece, fu protagonista per la presenza nella collezione etnografica del suo Museo Civico degli abiti popolari blu in canapa e cotone appartenenti alla collezione Podenzana, databili tra la fine del Settecento e il primo decennio del Novecento (alcuni costumi della collezione sono esposti al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma). Un altro tema di studio fu quindi, e dovrebbe essere ancora, il legame tra la Repubblica di Genova e la sua periferia, dalla Val di Vara fino alla Spezia. Anche il legame con Savona dovrebbe essere studiato.

Insomma, il “blu popolare” è un simbolo del Mediterraneo, e come tale andrebbe valorizzato. Le singole città dovrebbero puntare, più che sulla competitività tra loro, sulle reti, sui sistemi, sull’integrazione. Nel loro stesso interesse.

“Genova Jeans” ci richiama dunque alla necessità di studiare ancora la complessità del passato – le reti di interscambio nell’economia e negli stili della vita quotidiana – e di farla vivere nel presente e nel futuro, all’insegna dell’interconnessione e della cooperazione tra i territori, contro ogni isolamento localistico.

Ma soprattutto l’iniziativa genovese ci spinge a riflettere su cos’è il lavoro oggi, anche quello che produce i jeans: un lavoro che calpesta la dignità della persona e dell’altro soggetto avente diritti, la natura.

La coalizione “Campagna Abiti Puliti” denuncia da anni che cosa c’è dietro la produzione dei jeans: l’uso dei pesticidi e di enormi quantità di acqua per la coltivazione del cotone – il disastro ambientale del lago Aral in Uzbekistan parla da solo –, l’impiego di “lavoro schiavo” in Cina, dove il cotone viene raccolto e processato dalla minoranza musulmana Uiguri, vittima di quello che secondo molti esperti è un genocidio, fino al sandblasting: le multinazionali chiedono jeans schiariti ma la sabbiatura è praticata, in Bangladesh come in Turchia, manualmente e senza le più basilari misure di sicurezza, provocando così la silicosi in molti giovani lavoratori. Se consideriamo anche i salari da fame, non si può che concordare con Deborah Lucchetti, anima della “Campagna”: i lavoratori dei jeans sono “fantasmi senza diritti”.

Anche l’Africa è pesantemente coinvolta, come ha rivelato il rapporto di Water Witness International (WWI) “Quanto è giusta l’impronta idrica della moda?”: le risorse idriche dei cinque Paesi africani studiati – Etiopia, Lesotho, Madagascar, Tanzania e Mauritius – sono pesantemente inquinate. L’acqua dei fiumi, usata per fare il bagno, lavarsi, cucinare, pulire, abbeverare il bestiame e irrigare gli orti, è diventata color blu sporco e maleodorante.

A Genova si discuterà anche di “sostenibilità”: purtroppo senza alcun esponente dei lavoratori e della società civile. Ma l’occasione non può essere perduta: nei giorni scorsi, proprio sul giornale genovese “Il Secolo XIX”, papa Francesco ha scritto che abbiamo sempre la possibilità di “denunciare, scrivere cose anche scomode per scuotere dall’indifferenza […], per dare voce a chi non ha voce e levare la voce a favore di chi viene messo a tacere”. Da Genova deve partire un richiamo forte e vero a un cambiamento radicale nei processi produttivi dell’industria della moda.

Stiamo parlando anche dell’Italia: il Sud del mondo è a casa nostra, nel distretto di Prato, nella stamperia tessile Texprint dove gli operai pachistani e senegalesi sono in sciopero della fame contro turni di dodici ore al giorno per sette giorni la settimana, contro la negazione del diritto alle ferie e alla malattia retribuita, contro il lavoro irregolare e il lavoro nero, contro gli infortuni che comportano dita amputate, mani schiacciate nei rulli e ustioni da acido. Lo slogan degli scioperanti è “8×5”: otto ore di lavoro, per cinque giorni la settimana. La risposta dell’azienda è stato il licenziamento dei “ribelli”.

Siamo tornati agli albori del movimento operaio. Nella Genova che celebra acriticamente la “stoffa della libertà” dovremmo rifletterci. Si vede un dopo Novecento dove c’è un ritorno di Ottocento. L’Ottocento ci appare ancora postmoderno, grazie alla narrazione egemonica che nasconde la verità della sostanza del dominio. Ma la narrazione si può spezzare. Nei mesi scorsi decine di tintorie e stamperie del distretto pratese hanno conquistato “8×5” e l’applicazione del contratto nazionale, a seguito di durissimi scioperi dei lavoratori. La lotta per la dignità e la libertà del lavoro non è finita.



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