Julian Assange è cittadino onorario di Napoli

Il giornalista australiano Julian Assange, in carcere da anni per aver svolto il suo mestiere di giornalista condividendo i crimini commessi dall’esercito americano in Medio Oriente, rischia tutt’oggi di essere estradato negli Stati Uniti. Se questo accadesse, rappresenterebbe una sconfitta per la libertà di stampa e per la democrazia in tutto il mondo occidentale. Il silenzio da parte dei governi europei è assordante, mentre la società civile continua a muoversi per la difesa della democrazia e per la libertà del giornalista. Il conferimento della cittadinanza onoraria da parte del Comune di Napoli rappresenta una vittoria per libertà di espressione in Italia.

Sara Chessa

Con quattro giorni di eventi organizzati per celebrare il conferimento della cittadinanza onoraria a Julian Assange, Napoli ha lanciato un messaggio netto ai governi occidentali. Il messaggio, scritto a caratteri di fuoco nelle conversazioni che hanno animato la rassegna, è che la società civile comprende bene quale legame ci sia tra la possibile estradizione del giornalista australiano e il futuro della democrazia, conquista che funziona solo e soltanto se una stampa libera riesce a dare ai cittadini un’idea chiara di quanto i governi stiano perseguendo l’interesse pubblico e quanto invece si siano arenati nel servilismo verso interessi particolari.
Immersi nel loro ruolo di alleati degli Stati Uniti, i governi occidentali fanno finta di non sentire. D’altronde, nei decenni, più volte sono sembrati vittime di uno strano fraintendimento del termine “alleato”, come se il significato di quest’ultimo fosse più vicino a quello del subordinato pronto a tutto per compiacere la grande potenza, piuttosto che a quello di “amico”. Da qui la difficoltà nel fare ciò che ci si aspetterebbe da un alleato, se davvero questo rappresentasse l’equivalente di ciò che un amico è nelle relazioni personali. Vale a dire compiere quell’atto di coraggio nel fargli notare che sta sbagliando, che sta calpestando i propri valori – la libertà di pensiero e di informazione – con un rullo su cui c’è scritto complesso militare-industriale.
Questo i governi europei avrebbero il dovere storico di comunicare all’alleato. Non lo fanno, a parte quello australiano guidato da Anthony Albanese, la cui diplomazia si è mossa per dire a Biden, senza giri di parole, che è tempo di archiviare le accuse contro Julian Assange. Certo, la mossa diplomatica di Albanese arriva a seguito della spinta di un gran numero di cittadini australiani che hanno manifestato fortemente la volontà di vedere la fine di una persecuzione di oltre dieci anni contro il giornalismo d’interesse pubblico e la libertà di stampa. Lo hanno fatto, per esempio, attraverso azioni coordinate di mail-bombing.
Anche la società civile partenopea, come quella australiana, si è mossa. Lo ha fatto con un capillare lavoro di informazione e pressione portato avanti dagli attivisti e dalle attiviste di Free Assange Napoli: sono loro che, mostrando alle figure politiche locali quanto urgente fosse bloccare la guerra contro il giornalismo libero, hanno portato il consiglio comunale della città a conferire la cittadinanza onoraria all’editore di WikiLeaks. A prendere l’iniziativa all’interno dell’organo sono stati i consiglieri Sergio D’Angelo e Antonio Bassolino. “Non siete più soli, la città di Napoli è con voi, con i diritti umani, con la libertà di informazione”, ha detto D’Angelo durante la cerimonia di conferimento del 10 novembre, rivolgendosi alla famiglia di Julian Assange e a tutti coloro che ne chiedono la liberazione.
“Le democrazie sono nate sul principio della libera informazione, cioè sul principio secondo cui i cittadini, debitamente e compiutamente informati, possono esprimere in maniera autonoma il loro giudizio”, ha affermato il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi durante la cerimonia, tenutasi presso la Sala Baroni del Maschio Angioino il 10 novembre, alla presenza della moglie di Assange, Stella Moris, che ha espresso profonda gratitudine alla città di Napoli. Alla nutrita assemblea di cittadini che ha accompagnato l’evento ha anche preso parte la giornalista investigativa Stefania Maurizi, che – fin dagli inizi della campagna diffamatoria contro Assange – si è spesa per indicare alla società civile europea e mondiale la gravità della minaccia che si nasconde dietro la possibilità di estradare Assange e processarlo per un lavoro che viene insegnato nelle facoltà di giornalismo del mondo occidentale: coltivare relazioni con fonti attendibili, entrare in possesso di documenti segreti di interesse pubblico, renderli disponibili per i cittadini e far sì, in questo modo, che sia effettiva la loro possibilità di valutare l’operato dei governi.
A sottolineare la paradossale analogia tra le accuse rivolte ad Assange e i compiti considerati fondamentali per un giornalista fu, nel 2020, anche un testimone qualificato che parlò durante il processo in primo grado sull’estradizione, Mark Feldstein. Professore presso il Dipartimento di Giornalismo dell’Università del Maryland, Feldstein disse alla corte che agli studenti americani del suo Dipartimento viene insegnato come acquisire documenti riservati. In quell’occasione, disse anche che la fuga di informazioni classificate è “endemica” in America e che le fughe di notizie rivelano l’abuso di potere fin “dai tempi di George Washington”. Non solo: affermò anche che Assange veniva perseguito perché “Donald Trump voleva una testa su una picca” per scoraggiare il giornalismo investigativo.
È a causa di questo che, nel 2019, insieme alla richiesta di estradizione, giunse ad Assange anche un atto di accusa con diciotto capi di imputazione, diciassette dei quali ai sensi della legge statunitense sullo spionaggio del 1917. Certo, come ben si vide in seguito, nel proseguire lo sforzo di estradare Assange, l’amministrazione Biden si è dimostrata legata non meno di quella Trump ai poteri che silenziano chiunque abbia anche solo il pensiero di emulare la devozione di Assange verso il diritto alla conoscenza. In ogni caso, aspetti chiave come quelli sottolineati da Feldstein sono oggi parte della conoscenza collettiva per quel segmento di società civile che si muove affinché centinaia di altre città diano – come Napoli – un segnale ai governi. Un segnale che si fondi sul fatto che quelle accuse vanno archiviate perché la legge sullo spionaggio americana non può essere usata per distruggere le libertà fondanti della democrazia.
Lo hanno capito bene anche i ragazzi dell’Accademia di Belle Arti e di altre scuole napoletane, che grazie al professor Carlo Luglio hanno ascoltato, in conferenza presso il Cinema Modernissimo, Stella Moris e Stefania Maurizi. “La legge sullo spionaggio americana del 1917”, ha detto Maurizi, “mette sullo stesso piano chi – come Chelsea Manning, fonte di WikiLeaks – rivela la verità su delle atrocità, passandole ai giornali, e chi invece, da spia, si impossessa di questi documenti per venderli al nemico”. Maurizi ha poi spiegato agli studenti che la legge in questione non permette difese, in quanto non consente all’imputato di fare riferimento al fatto che i documenti segreti ottenuti sono stati diffusi perché “di interesse pubblico”, ovvero perché i cittadini avevano interesse a venirne a conoscenza per poter esprimere le loro valutazioni all’interno del sistema democratico.
“Non mi sarei mai aspettata che negli Stati Uniti ci fosse una legge del genere, che impedisce di parlare; perché alla fine hanno fatto questo, gli hanno impedito di parlare, ma lui ha solo cercato di rivelare la verità a tutti quanti”, ci ha detto Mariafrancesca, una delle studentesse nell’uditorio. Per Denise Correale, un’altra studentessa, le accuse contro Julian Assange sono “accuse contro di noi, perché quella utilizzata è una legge che nega il nostro diritto di parola e il nostro diritto di conoscere la realtà”. “Per me”, aggiunge, “è una specie di maschera contro quello che effettivamente vogliono ottenere, ovvero mettere a tacere noi cittadini”.
“Julian Assange ha pubblicato documenti che fanno luce su atrocità perpetrate dal mondo occidentale. Il fatto che sia stato incarcerato per questo, vuol dire che la libertà di stampa, per cui storicamente abbiamo lottato, sta venendo calpestata. Questo mi fa paura”, ha detto Emanuel Scalzi, studente dell’Accademia d’Arte. E ha aggiunto: “Il legame tra giornalismo e democrazia è chiarissimo, è il giornalismo che può far luce su aspetti che, grazie alle persone, possono cambiare. Se però noi questi aspetti non li conosciamo, è difficile che accada. Un singolo individuo non può conoscere tutti i problemi di un singolo paese, li conoscono le persone che li vivono quotidianamente. Sono loro che dobbiamo ascoltare per cercare di trovare delle soluzioni. Questo vale per la guerra in Iraq come per la questione sanitaria in Italia. Purtroppo, il politico di turno non aspetta sette o otto ore per un intervento in pronto soccorso. I giornalisti servono a dar voce alle persone che i problemi li conoscono. Cercano di cambiare il mondo in questo modo”.
Un’altra studentessa, Fatima Mastantuono, racconta quale sarebbe la sua reazione se, da giornalista, si trovasse ad essere minacciata. “Andrei avanti fin quando non arrivo al dunque. Vuoi minacciarmi? Minacciami. Te la vuoi prendere con me? Prenditela con me, non mi interessa, preferisco morire da persona che ha lottato piuttosto che da persona che si è ritirata”.
Anche mentre commentano il caso Assange, la speranza in un cessate il fuoco a Gaza si affaccia spesso nei discorsi degli studenti. Dice Lia: “La nostra voce può condizionare il futuro e per questo è importante parlare, parlare, parlare. Ho letto un articolo riguardante Gaza in cui si diceva che, in riferimento alla Palestina, ancora più dei soldi e delle donazioni, è importante parlare di ciò che accade. Quindi l’importante è proprio la nostra voce. Quella sarà sempre l’arma più forte, anche per difendere il giornalismo”.
Poco prima Stella Moris aveva raccontato agli studenti un episodio legato alla reazione di Assange di fronte a ciò che sta accadendo in Palestina. “Julian è riuscito a far pervenire un messaggio attraverso il presidente della Federazione internazionale dei giornalisti, che lo ha visitato in prigione. Ha espresso la sua grande preoccupazione per la sicurezza dei giornalisti coraggiosi in Palestina che stanno cercando di portare comprensione sulla realtà di questo conflitto. Julian coglie ogni occasione possibile per difendere chi ha bisogno di essere difeso. Adesso, però, lui ha bisogno che noi lottiamo con lui, che siamo solidali con lui come lui lo è stato con noi nel farci conoscere la verità”.
L’appello, ripetuto più volte nella lunga serie di eventi promossa da Free Assange Napoli, esorta a essere presenti durante il Giorno X, ossia la data in cui l’Alta Corte britannica avrà la sua ultima occasione per fermare l’estradizione. Se non lo farà neanche questa volta, se non riconoscerà che l’estradizione di Assange rappresenterebbe un precedente pericolosissimo e un gravissimo atto di intimidazione verso il giornalismo investigativo di tutto il mondo, la protesta pacifica della società civile avrà il compito di indicare la strada ai governi.
Quella partenopea lo ha già fatto. Gli esponenti locali di Forza Italia, hanno definito la cittadinanza onoraria ad Assange come “inopportuna”, hanno parlato di vite umane messe in pericolo a causa delle sue azioni, mostrando, in questo modo, di ignorare la lunga e complessa storia del caso, nell’ambito del quale non è mai stata portata alcuna prova di morti avvenute a causa delle pubblicazioni di WikiLeaks. Il caso ha invece mostrato – attraverso voci autorevoli come quella di John Goetz e Daniel Ellsberg – che Assange adottò un comportamento del tutto responsabile riguardo all’eliminazione dei nomi dai documenti, investendo notevoli risorse finanziarie e causando addirittura frustrazione nei media partner per il tempo che ci volle per completare l’operazione e pubblicare i documenti. Soprattutto, il caso mostra che nessun settore della vita pubblica può essere escluso dagli oggetti di indagine del giornalismo investigativo, tanto meno quello della sicurezza nazionale, di cui Assange si è occupato. Solo una stampa libera di indagare, infatti, può garantirci che coloro che si occupano della nostra sicurezza, non commettano crimini. Nel caso in cui questi si verifichino, i cittadini hanno pieno diritto di conoscerli. La questione sicurezza nazionale esiste. Tuttavia, non è quella dipinta da chi fraintende il ruolo di alleato e crede che questo significhi assecondare ogni volontà degli Stati Uniti. Proprio per garantire la sicurezza nazionale, il giornalismo di interesse pubblico, come quello di Assange, deve essere libero di verificare che l’incolumità dei cittadini non sia usata come scusa per coprire dei crimini di guerra. Cerimonie come quella avvenuta a Napoli mostrano che la società civile è pienamente consapevole di questo concetto fondamentale e che non permetterà a figure politiche non aggiornate sul caso di indugiare in quello stagno del pensiero in cui “alleato” significa “cagnolino ubbidiente”. È questo il messaggio potente di tutte le cittadinanze onorarie conferite all’editore di WikiLeaks. Sta ai governi occidentali comprendere il loro ruolo storico in questo momento. La società civile ha iniziato da tempo a suggerirlo.<

CREDITI FOTO: SARA CHESSA



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