Julian Assange, l’ultimo ricorso contro l’estradizione negli Usa

L'Alta Corte britannica ha stabilito una nuova udienza per il 20 maggio e chiesto al governo di Washington di fornire, entro tre settimane, ulteriori garanzie sulla sicurezza di Julian Assange. Rinviata ancora una volta la decisione sul destino del prigioniero di Londra, in attesa di processo da 5 anni.

Rossella Guadagnini

I giudici dell’Alta Corte britannica hanno fissato per il 20 maggio la data di un’ulteriore udienza per Julian Assange e chiesto al governo di Washington di fornire ulteriori garanzie sul fatto che, se estradato, i diritti del giornalista australiano accusato di spionaggio saranno rispettati. Questi, in sintesi, i due principali punti di quanto avvenuto il 26 marzo nell’aula dove si è espresso il maggior organo della giustizia inglese.
Nel frattempo il cofondatore di Wikileaks, rinchiuso nel carcere londinese di Belmarsh in isolamento da 5 anni in attesa di processo, potrà presentare un nuovo ricorso contro l’estradizione negli Stati Uniti. La decisione inglese sul destino di Assange è stata quindi rinviata ancora una volta. Nella sentenza di 66 pagine si è chiesto al governo  Usa di fornire – entro tre settimane – maggiori certezze sul fatto che, se estradato, i diritti del giornalista  saranno rispettati a partire dal Primo Emendamento, proprio come avviene per qualsiasi altro cittadino americano. Ci dovrà essere libertà di parola e nessuna pregiudiziale rispetto alla sua provenienza australiana, ma soprattutto non rischierà la pena di morte. “Se tali assicurazioni non verranno fornite, sarà concesso il permesso di ricorrere in appello e poi si terrà un’udienza di appello”, si legge in uno stralcio della sentenza diffusa dalla Bbc.
Assange, 52 anni, sta combattendo una lunghissima e complessa battaglia legale con il governo britannico per evitare di essere estradato negli Stati Uniti e affrontare lì un processo per aver pubblicato, a partire dal 2010, circa 700mila documenti militari e dispacci diplomatici riservati di Washington. Sulla testa del giornalista in America pendono 18 capi di imputazione e una possibile condanna a 175 anni di carcere per aver divulgato migliaia di file riservati, denunciando anche abusi commessi dalle forze armate statunitensi nel corso dei conflitti in Iraq e Afghanistan, oltre che nella prigione di massima sicurezza di Guantanamo. L’editore di WikiLeaks è accusato di aver violato attraverso il suo sito il National Espionage Act, la legge sullo spionaggio americana, risalente al 1917, che è stata già rispolverata in occasione del caso di Chelsea Manning.
Il 21 febbraio scorso, nella precedente udienza londinese di due giorni, gli avvocati James Lewis e Claire Dobbin, che rappresentano nel processo gli Stati Uniti, hanno affermato che il giornalista australiano aveva ”messo a rischio delle vite” diffondendo documenti statunitensi riservati e per questo motivo dovrebbe essere estradato “per affrontare la giustizia americana”. Ma prove certe di tutto questo finora non sono mai state mostrate, né acclarate.
“Speravo che a Julian fosse concesso stavolta il permesso di ricorrere in appello”, ha scritto Gabriel Shipton, suo fratello, in una lettera indirizzata ai sostenitori della campagna australiana in difesa di Assange. “Nella peggiore delle ipotesi, temevo che sarebbe stato estradato immediatamente. Invece il suo purgatorio continua, ma ciò significa anche che abbiamo un’altra finestra per aumentare la pressione sulle persone che possono intraprendere azioni decisive per fare davvero la differenza. Nel momento attuale, questo è il governo australiano. La decisione è appena arrivata ed è importante: non era quella che speravamo. Nelle prossime settimane – ha concluso – tornerò a Washington per continuare a rafforzare il sostegno a Julian nel luogo in cui vengono prese le risoluzioni”.
“Sono sollevato che non ci sia stato rigetto dell’istanza – spiega Patrick Boylan, docente universitario americano del Comitato (italiano e internazionale) Free Assange, che ne ha seguito sempre da vicino la vicenda giudiziaria e umana, scrivendo articoli e libri sul suo caso paragonabile per molti aspetti a quello di Dreyfus di oltre un secolo fa. Nel 1894 Alfred Dreyfus, capitano ebreo dell’esercito francese, venne falsamente accusato di tradimento e condannato all’ergastolo sull’Isola del Diavolo. “Assange non è adesso su uno dei due aerei della Cia, fermi in attesa su una pista di Londra, che hanno dovuto differire il viaggio oltreoceano”, commenta Boylan.
“Siamo andati a manifestare davanti all’ambasciata americana di Roma – prosegue il professore californiano – A mio avviso i giudici inglesi lo vogliono estradare, ma non adesso e forse neppure dopo il 20 maggio. Il presidente Biden non desidera che arrivi in America sotto le elezioni: la sua presenza potrebbe creare troppi problemi ai progressisti. Quindi è possibile che, fino a dopo il mese di novembre, l’estradizione non si faccia”.
La famiglia di Assange, di concerto con gli avvocati, adesso potrebbe avanzare la proposta di  arresti domiciliari, in modo che Julian giunga al processo in condizioni di salute almeno accettabili”. “Questa sentenza – ha dichiarato sua moglie, Stella Moris, avvocata per i diritti umani – dimostra che se lotti per la verità puoi essere perseguitato politicamente”, sottolineando come il giornalista non avrebbe dovuto passare “nemmeno un giorno della propria vita in carcere”. Perché non ha fatto altro che il suo mestiere.
CREDITI FOTO: © George Chan/SOPA Images via ZUMA Press Wire via ANSA – Striscione per la liberazione di Julian Assange esposto davanti al Consolato generale americano a Sidney, Australia, 27 marzo 2024.



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