Quando l’elezione di una donna non è un successo per il sesso femminile

Katalin Novák, ha 44 anni ed è una fedelissima di Viktor Orbán: paladina della cosiddetta “famiglia tradizionale”, è acerrima nemica di quelle che definisce “ideologie di genere”. Sarà il primo capo di Stato donna della storia dell’Ungheria.

Massimo Congiu

L’Ungheria ha il primo capo di Stato donna della sua storia. A sostenerne la candidatura non è stata una fazione progressista ma proprio l’attuale governo nazional-conservatore ungherese. Lei si chiama Katalin Novák, ha 44 anni ed è una fedelissima di Viktor Orbán che alla fine dell’anno scorso aveva annunciato la sua candidatura un po’ a sorpresa.

E non è stata una sorpresa neanche la sua elezione data la composizione del Parlamento. Dall’altra parte c’era Péter Rona, ex banchiere, ex docente, candidato proposto dall’alleanza di opposizione “Uniti per l’Ungheria” dopo un travaglio il cui unico sbocco è stato quello di presentare un’alternativa forse con poca convinzione, immaginando facilmente come sarebbero andate a finire le cose. Pazienza, dirà il cartello anti-Orbán, era comunque importante esserci.

Fatto questo preambolo, concentriamoci sul personaggio che tra circa due mesi si trasferirà a Palazzo Sándor al posto del suo predecessore, il parimenti filogovernativo János Áder. Già ministra delle Politiche Familiari, naturalmente con Orbán, per qualche anno vicepresidente del partito governativo Fidesz, due lauree, sposata, tre figli, la Novák è paladina della cosiddetta “famiglia tradizionale” ed è invece acerrima nemica di quelle che definisce “ideologie di genere”. Ed è proprio in nome dell’opposizione a esse che il governo ha motivato negli anni scorsi la sua decisione di non ratificare la Convenzione di Istanbul. Sensibile al problema delle azioni demografiche al ribasso nel suo paese, la neoeletta condivide pienamente l’impegno dell’esecutivo a incrementare la natalità per dare figli alla Patria. Patria che, secondo il medesimo deve essere rimpolpata demograficamente da bambine e bambini ungheresi, non da figli di immigrati appartenenti ad altri retaggi culturali, musulmani e come tali pericolosi per la sopravvivenza dell’identità culturale ungherese e del resto d’Europa.

Famiglia tradizionale e lotta alle ideologie di genere, si diceva. Risulta anche che di recente la Novák abbia fatto circolare un video sui social allo scopo di esortare le donne a non mettersi in competizione con i maschi. La cosa non è certo passata inosservata negli ambienti femministi che hanno reagito con vigore.

Il messaggio veicolato dalla nostra sarebbe quindi del tipo “la donna è la donna e deve fare cose da donna”. Facile immaginare quale sia il suo punto di vista sulla comunità Lgbtq che da un po’ di tempo a questa parte è presa di mira da una legge considerata scandalosa a Bruxelles. Essa vieta di affrontare l’argomento dell’omosessualità nelle scuole e comunque con minori per salvaguardare l’equilibrio psicologico di questi ultimi e prevenire scelte sessuali considerate dal governo e dai suoi sostenitori sbagliate moralmente. Sbagliate e inopportune data la già citata situazione demografica del paese. Ma c’è anche da aggiungere che questa legge mette colpevolmente e orridamente in condominio omosessualità e pornografia, omosessualità e pedofilia.

La neoeletta presidente ungherese appoggerebbe tutto questo e grazie a queste sue valenze ha ricevuto i complimenti di Giorgia Meloni. La cosa si commenta da sé.

“Inspiegabile e indifendibile” sono i termini usati dalla Novák nel suo discorso prima del voto per riferirsi alla guerra in Ucraina. Bene, giusto, ma il personaggio è espressione di un sistema di potere che non ha molto a che vedere con la pace e il rispetto del diverso. L’Ungheria ha eletto una donna alla massima carica dello Stato, bene. In molti altri paesi, compreso il nostro, questo deve ancora succedere. Ma c’è da chiedersi in quale misura, per quanto donna, la beniamina del premier saprà spendersi per sostenere realmente l’ancora lungo e tortuoso percorso del suo sesso verso una sincera parità di diritti. È lecito interrogarsi su questo e concludere che Orbán ha avuto un’altra buona pensata ad aver voluto la Novák: potrà fregiarsi del merito di aver dato al suo paese la prima presidente, poco importa se ancora una volta si tratta di un’operazione per certi versi di facciata. La scelta è spendibile e il personaggio è funzionale al sistema. Un sistema antidemocratico e sessista per vocazione, checché ne dicano la Meloni e i suoi.

CREDIT FOTO: EPA/SZILARD KOSZTICSAK HUNGARY OUT



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