Kelton, l’economia dominante presa a schiaffi

Docente a New York, teorica influente, Stephanie Kelton è stata capo economista per i Democratici nella commissione Bilancio del Senato e consigliera di Sanders e di Biden. Ha scritto un libro per spiegare i principi della Modern Monetary Theory, che fa strame di gran parte delle convinzioni tradizionali: prime fra tutte quelle su deficit e debito pubblico.

Carlo Clericetti

Cosa direste di un astronomo ancora convinto che sia il Sole a girare intorno alla Terra? Ebbene, secondo Stephanie Kelton quasi tutti gli economisti – e soprattutto anche i politici – hanno convinzioni teoriche paragonabili a quelle pre-copernicane. Kelton insegna Economia e Politica alla State University di New York ed è stata inclusa tra i teorici più influenti al mondo da Bloomberg Businessweek, Politico e Prospect Magazine. È stata anche capo economista per i Democratici nella commissione Bilancio del Senato e consigliera di Sanders e di Biden. È insomma una che va presa sul serio.

È stato appena tradotto in italiano un suo libro (Il mito del deficit – Fazi editore) che spiega in modo molto chiaro la Modern Monetary Theory (MMT). Kelton racconta che all’inizio ha fatto fatica ad accettare questa teoria, proprio perché rovescia il modo di pensare tradizionale. Ma poi se n’è talmente convinta da scrivere questa esposizione che ha conquistato molti autorevoli protagonisti del dibattito economico. “Chiaro, avvincente, sbalorditivo e convincente” secondo James Galbraith; “Un libro rivoluzionario – lo ha definito Mariana Mazzucato – sia teoricamente rigoroso che empiricamente divertente”; “Leggetelo – ha aggiunto Naomi Klein – e poi mettetelo in pratica”.

L’errore fondamentale della generalità dei politici, spiega Kelton, è di pensare che lo Stato sia come una famiglia. Ma non colgono una differenza fondamentale: uno Stato dotato di sovranità monetaria non può “finire i soldi”, perché ha la possibilità di crearli semplicemente premendo il tasto di un computer. Da quando le monete non sono più legate a un bene fisico – come si ricorderà, nel 1971 il presidente americano Richard Nixon sospese e poi abolì la convertibilità del dollaro in oro – non c’è più un limite alla quantità che se ne può creare. O meglio, un limite c’è, ma non è il livello del deficit o del debito, che non hanno nessuna rilevanza: il limite è dato dall’economia reale e il segnale è l’inflazione. Quando l’inflazione aumenta vuol dire che si sta immettendo troppa moneta per le possibilità di assorbimento dell’economia. In quel caso bisogna prendere provvedimenti: per esempio alzando le tasse, in modo da ridurre la capacità di spesa delle famiglie. Le tasse, secondo la MMT, non servono a finanziare la spesa pubblica: per quella basta, appunto, stampare moneta. Ma servono per controllare l’inflazione e per evitare una distribuzione della ricchezza troppo sperequata, che, oltre a essere socialmente iniqua, causa vari altri problemi all’economia.

Addirittura – sempre secondo la MMT – uno Stato con sovranità monetaria potrebbe evitare di emettere debito pubblico, potendo finanziare con la sua moneta tutto ciò di cui c’è bisogno. Fino a qualche tempo fa i titoli pubblici servivano alla Fed (la banca centrale americana) per gestire la politica monetaria, ma oggi nemmeno questo è più vero, la Fed può farne a meno. È bene comunque che il debito pubblico esista, per fornire ai cittadini uno strumento sicuro di impiego del risparmio.

Debito e deficit sono dunque solo numeri sulla carta, senza nessuna importanza effettiva. Ma questo vale solo se si ha la sovranità monetaria, e non tutti gli Stati ce l’hanno. La sovranità monetaria comporta tre condizioni precise: 1) ovviamente, avere una propria moneta da poter gestire liberamente; non è scontato come potrebbe sembrare: ci sono paesi che vi hanno rinunciato, non solo qualcuno di importanza economica marginale come Ecuador e Panama, ma anche tutti quelli che hanno adottato l’euro; 2) non legare la propria moneta ad altre, agganciando il cambio, come nel caso di Venezuela, Niger, Bermuda; 3) non indebitarsi pesantemente in altre valute, come hanno fatto ad esempio Brasile, Argentina, Turchia, Ucraina.

Che succede a chi non soddisfa queste condizioni? Che non si trova più nella situazione di emittente, ma solo di utilizzatore di moneta. E allora sì che i suoi problemi diventano simili a quelli di una famiglia, e per finanziare le spese deve ricorrere alle tasse e al debito, diventando dipendente dal mercato.

Kelton e la MMT vedono un problema di vincolo esterno (sempre per chi dispone di sovranità monetaria) solo per i paesi economicamente meno sviluppati, che “non possono permettersi di ignorare gli squilibri fiscali e commerciali, perché hanno bisogno di importare dall’estero i beni per il soddisfacimento dei bisogni essenziali (cibo, petrolio, medicine, tecnologia), il che significa che devono preoccuparsi di incassare sufficiente valuta straniera (solitamente dollaro Usa) con la quale pagare le importazioni”. In effetti, quello di preoccuparsi assai poco del valore esterno di una moneta, cioè del valore che le attribuisce il resto del mondo, appare il punto più debole di questa teoria. In un’economia globalizzata tutti i paesi scambiano intensamente tra di loro, e un persistente squilibrio dei conti con l’estero prima o poi presenta il conto anche se non si è un paese del Terzo mondo.

Certo, non a caso la MMT è nata negli Stati Uniti, dove questo problema non si pone. Il paese che emette la moneta di riserva mondiale può permettersi di avere tutti i deficit che vuole, tanto fiscali che nei conti con l’estero. I paesi europei, invece, come spiega Kelton, non possono applicare la MMT, perché hanno rinunciato a una loro valuta. Ma l’Unione europea potrebbe: distanziato dal dollaro (21% contro 62%, dati Fmi), ma l’euro è la seconda valuta di riserva mondiale (la terza è lo yen con il 5,2), e oltretutto l’Eurozona ha anche i conti con l’estero in forte attivo, il che significa che spende al suo interno molto meno di quello che potrebbe permettersi. D’altronde, negli ultimi anni la Bce (come le altre maggiori banche centrali) ha inondato l’economia di moneta, eppure l’inflazione non solo non è salita, ma non ha mai raggiunto nemmeno l’obiettivo del 2%. Come mai? Perché c’è molta capacità produttiva inutilizzata, tanti disoccupati, imprese che producono meno di quanto potrebbero. La sperequazione nella distribuzione del reddito e della ricchezza, un po’ minore che negli Usa ma comunque in crescita da decenni, gioca il suo ruolo: quando i soldi si concentrano in poche mani la domanda complessiva ne soffre, perché i ricchi risparmiano molto e quelle risorse vengono sottratte al circuito produttivo.

La disoccupazione è un altro grande problema che la MMT vorrebbe risolvere. Kelton spende molte pagine sulla proposta che lo Stato debba essere il datore di lavoro di ultima istanza, ossia garantisca un posto retribuito decentemente a chiunque voglia avere un lavoro. Sarebbe uno stabilizzatore automatico dei cicli economici: quando la congiuntura è negativa vi ricorrerebbero molte persone: la spesa pubblica aumenterebbe, ma quella spesa sarebbe reddito per chi non ne aveva. Costoro lo spenderebbero interamente, facendo aumentare di nuovo la domanda; le imprese, per soddisfarla, ricomincerebbero a produrre di più, richiamando nel settore privato la manodopera necessaria; e così il ciclo ripartirebbe, mentre si sarebbe evitato a molte persone un periodo di gravi difficoltà.

Non sono solo gli economisti MMT a caldeggiare una misura del genere. Per esempio Sir Robert Skydelsky, divenuto famoso come biografo di Keynes, l’aveva inserita nel programma economico del Labour di Jeremy Corbyn e anche in Italia ha vari sostenitori, per esempio le economiste Antonella Stirati e Laura Pennacchi.

Si può non essere del tutto d’accordo con qualche affermazione della MMT, ma il libro di Stephanie Kelton, oltre a essere di gradevole lettura e scritto per farsi capire da tutti, ha due pregi fondamentali. Costringe a fare i conti con una serie di idee economiche che, nonostante si siano rivelate sbagliate, continuano a condizionare le decisioni politiche e a essere ripetute acriticamente da mass media e politici. Ma soprattutto, ricorda che il compito degli economisti dovrebbe essere quello di studiare come far stare meglio le persone, e non di considerare le persone in funzione di un astratto equilibrio dell’economia, a cui per giunta si può applicare il vecchio detto sull’araba fenice: “che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”.

 

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